Sono passati 70 anni dalla chiusura del campo di sterminio di Auschwitz. Si chiudeva anche una delle guerre più sanguinose di tutti i tempi, non solo per il numero delle vittime, ma soprattutto per le conseguenze sociali e umane che cinque anni di conflitto mondiale avevano portato in tante nazioni del pianeta.
Tutto questo è argomento da libri di storia che tante generazioni hanno studiato e imparato. Ma forse, non abbiamo imparato bene la lezione, se papa Francesco ci ammonisce dicendo che ci troviamo nel bel mezzo di una terza guerra mondiale combattuta a pezzi…
Ciò che è successo a Parigi è la conferma di questi timori? E le stragi di oggi, che non trovano ancora spazio sui libri di storia, cosa dicono ai giovani degli anni duemila?
Sembra che il mondo sia diviso tra buoni e cattivi e che tutti abbiamo bisogno di un nemico: i politici, la gente, le religioni. Ciò che è altro da me non mi appartiene e quindi devo combatterlo, da una parte e dall’altra...
Lo si fa per denaro, per interesse, per lucida follia, per insinuare la paura, per avere un alibi. È così da sempre, da quando è iniziato il mondo, o quasi. Forse Auschwitz ci aspettavamo fosse il punto di non ritorno, qualcosa di peggiore non pensavamo potesse esistere.
“Dov’era Dio nei campi di concentramento?”, diciamo in tanti… “Dov’era l’uomo?”, aggiunge qualcuno.
E dov’era l’uomo durante le stragi di Boko Haram in Nigeria? Dov’era l’uomo mentre ha armato il piccolo killer islamista? Dov’era l’uomo dalla memoria corta, ripetente in storia, e mai contento dei propri errori, durante gli attacchi vili di Francia, dove tutti siamo stati coinvolti, bianchi e neri, musulmani, ebrei e cristiani, credenti e laici, giornalisti e satirici, giovani e vecchi, donne e uomini?
Beppe Severgnini, in un articolo pubblicato sul Corriere il giorno dopo la manifestazione dei capi di stato di domenica 10 gennaio a Parigi, ha scritto: “Questa è la guerra delle nuove generazioni. Una guerra lunga, che dovranno combattere con intelligenza, pazienza, fermezza.
Erano molti, ieri nelle strade di Parigi, i nuovi Europei. Nati dopo il 1980, informati e connessi, con una debolezza, forse: pensare che la pace sia per sempre. Non è così: ogni generazione deve meritarsi la sua pace. Una generazione per cui l’Europa è viaggi, studi, amori, scambi, comunicazioni. Una generazione amareggiata per il lavoro che spesso non c’è; ma fortunata, per quello che ha potuto fare, vedere e condividere.
Ce la farà, a disinnescare l’attacco del fondamentalismo? Probabilmente sì. E ci insegnerà qualcosa. Ventenni e trentenni si sono resi conto che l’Europa libera non è un gentile omaggio: qualcuno l’ha costruita per loro, ora devono mantenerla con amore e precisione, senza intolleranza, ma con intransigenza. Non sono sinonimi, i due vocaboli.
L’intransigenza è la qualità dei forti; l’intolleranza la scusa dei deboli…”.
Aggiungerei, ai suggerimenti di Severgnini, il desiderio insaziabile di conoscere, di interpretare la storia alla luce degli eventi di oggi, di sapere quello che è successo ieri e ciò che succede attorno a noi ora, per non banalizzare, per non escludere, per non farsi inghiottire dalle ideologie, per non rinunciare alla libertà e al rispetto, per evitare di dare o di prendere un pugno.







