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A seguito della testimonianza di Ginevra Taccagni, pubblichiamo ora due testimonianze. Sempre affascinanti. la prima è di Daniele Farina e la seconda è di Stefania Pappalardo di Salerno. Tutti e due hanno vissuto l'esperienza d'amore nelle missioni dei saveriani in Congo dal 15 luglio al 15 agosto. (di DANIELE FARINA) LA VERITÀ SVELATA DA OCCHI PROFONDI In questo preciso momento mi trovo in riva al mare con in mano un quaderno ed una penna, sto per iniziare a raccontare la mia esperienza di volontariato che ho vissuto in Africa, precisamente nella RDC, spero e mi auguro che queste righe vi suscitino emozioni e sensazioni difficili da spiegare come è successo a me. |
(di STEFANIA PAPPALARDO)
Lasciati catturare dal brivido dell’amore
Quando ripenso a quello che ha significato il Congo per me, mi sovvengono tante riflessioni ed emozioni che mi hanno scosso fin nel profondo dell’animo. Ero partita con il desiderio di conoscere il mondo, sono tornata che conosco un piccolo sprazzo di mondo e un intero oceano di me stessa. Dire che l’esperienza mi ha aperto gli occhi è riduttivo, perché ciò che ho visto crescere dentro di me è stata un’apertura di cuore, mente e corpo che in sintonia si sono lasciati rapire dalle bellezze più nascoste, quali la forte resilienza e speranza che nutre il popolo congolese. E in questo mi viene in mente un bambino che occupa un posto speciale nel mio cuore: Elonga. Nei suoi occhi si trova tutta la saggezza di cui un uomo potrebbe mai ostentare di raggiungere durante il suo intero percorso di vita. E’ stato portato all’orfanotrofio ‘Flamme d’amour’ di Goma quando aveva appena 9 mesi ed era gravemente malnutrito. Quando lo si guarda negli occhi è in grado di raccontare una storia fatta di sofferenza e resistenza, il tutto avvolto da uno sguardo carico di profondità. Ricordo la prima volta che siamo andati all’orfanotrofio, quell’ondata di impotenza che mi ha travolta nel pensare che c’era ben poco che potessi fare. Che ‘aiutare’ è un parolone e forse qualcosa che non potremo mai fare del tutto. E così, mettendo da parte l’autocommiserazione, ho deciso di donare l’unica cosa che non pretende e non vuole essere pretesa: l’amore. Mi svegliavo al mattino con l’unico pensiero fisso di uscire fuori, mischiarmi tra i bambini e dare loro tutto l’affetto di cui ero capace. Come spiegare... svegliarsi consapevoli che la giornata sarebbe stata riempita di gioia, amore e compassione sterminati. Penso sia una ricchezza che il Congo possiede e trasmette a chiunque sia disposto a spogliarsi di ogni pregiudizio e comprendere l’altro oltre le apparenze. Essere un missionario vuol dire proprio questo, aprire il cuore e renderlo vulnerabile allo sconosciuto.
La bellezza della missione risiede nell’avermi fatto scoprire quale sia la mia Missione sulla terra, usando le parole di papa Francesco, ho capito ‘per chi sono io’. E ho compreso che lì, in quel momento io ero per il popolo congolese. E quindi non importava quale minaccia imminente potesse soccombere su di noi, io sapevo perché ero lì. Mi ero preparata alla possibilità che ci sarebbero potuti essere ostacoli lungo il percorso, ed ero disposta a fronteggiarli. E da lì, quella calma che mi avvolgeva mentre il panico si spargeva tra le notizie online che l’Ebola era giunta fino a Goma. Io mi sentivo beata.
Un pensiero folle, ma lo stesso Papa Francesco ci invita a non essere inattivi e passivi davanti al trascorrere della vita. Ci invita a non rimanere chiusi in noi stessi e nei nostri comfort che in quanto tali ci donano una certa “sicurezza”. Ciò che queste parole trasmettono è un messaggio grintoso rivolto ad animi pronti ad ascoltare ed agire di fronte alle innumerevoli sfaccettature della vita. Ciò che importa è gettarsi da quel ‘balcone’ fatto di false sicurezze, catene che impediscono all’animo di sfoggiare sé stesso nella sua più intrinseca bontà.
Ciò che ho imparato più di tutto da questo viaggio è l’importanza di lasciarsi andare dalle imposizioni sociali e culturali per volgersi con apertura d’animo verso l’altro. Che si aneli verso l’amore attraverso un piccolo gesto che può far del bene a chi, sappiamo, non potrà ricambiare se non con la riconoscenza. E dunque lasciarci catturare dal brivido dell’amore che non ha bisogno di essere sfarzoso e visibile, ma che ci sussurra e ci sfiora con delicatezza. E se potessi svelare un piccolo insegnamento che il Congo mi ha donato, direi camminate per strada e guardate le persone diritte negli occhi, donate loro la vostra empatia e compassione.
Un giorno vi ritroverete con un cuore pieno di amore e vi chiederete ‘dove ho raccolto tutto questo amore? Avrete attraversato i cieli con coloro a cui avete donato il vostro sorriso, avrete viaggiato i mari con coloro a cui avete teso la vostra mano di aiuto, e avrete assaporato con gli occhi di chi vi ha guardati e voi avete compatito, non giudicato. E così risponderete: io sono stato in tutte queste persone e sono diventato una goccia in un oceano di infinito amore.
i rispecchieremo in tanti popoli con i loro volti, le loro storie e con le sfide come la pace, la giustizia, il dialogo interreligioso e interculturale, la salvaguardia del creato.






