Il dottore della legge conosce molto bene i comandamenti e sa dare una buona
risposta a Gesù, aggiungendo una seconda domanda: "Chi è il mio prossimo?"
Gesù, ‘con straordinaria intelligenza comunicativa’, spiega raccontando una
parabola che è rimasta nella storia dell’umanità, ‘una delle storie più belle del
mondo…
1. C’è un sentiero di 27 km, che discende dalle alture di Gerusalemme a Gerico, la
città antichissima costruita nella Pianura del Giordano.
Il cammino s’inoltra nel deserto di sabbia e di rocce, dove gruppi di banditi si
nascondono facilmente per le loro ruberie.
Ed avviene che un passeggero sfortunato incontra quei banditi ed è spogliato,
picchiato, abbandonato mezzo morto.
I primi a scendere verso Gerico sullo stesso sentiero sono un sacerdote e un levita.
Tutti e due sono addetti alle cose sacre, toccano le cose di Dio nel tempio. Vedono
l’infelice mezzo morto, non si fermano, continuano il loro cammino. Lo fanno per
obbedire alla legge, che proibisce il contatto con il sangue o anche con un cadavere,
prima di offrire un sacrificio a Dio. Devono scegliere: trasgredire la legge dell'amore
del prossimo, oppure quella della purezza, evitando il contatto con cose impure.
Scelgono la cosa più comoda e più facile: non toccare, non intervenire.
È normale anche per noi, quando abbiamo paura di immischiarsi, quando non
sappiamo esattamente l’accaduto, quando vediamo nella persona ferita un ladro, un
ubriaco, uno straniero, un bandito, un malato di AIDS...
Della legge occorre comprendere l’anima, altrimenti essa si presta ad essere usata a
piacimento e raggirata da noi uomini. L’anima della legge sono i due pilastri: l’amore
di Dio e l’amore del prossimo. I due pilastri sono uniti: se ignoriamo la sofferenza
dell’uomo ignoriamo anche Dio!»
2. Dopo il sacerdote e il levita, passa sul sentiero una terza persona.
Un Samaritano, un nemico, un eretico, una persona che gli ebrei devono evitare. Ma
il nuovo venuto assume un comportamento inaspettato e straordinario.
Infatti, il samaritano vede l’uomo a terra, ha compassione, si ferma, versa dell’olio,
fascia le lesioni, carica il ferito sulla sua cavalcatura, lo porta in un albergo, paga il
conto e, se non bastano i soldi dati, promette che pagherà al suo ritorno.
L’attenzione per lo sfortunato è descritta nel vangelo con un susseguirsi di dieci
verbi, che sono dieci verbi dettati dalla misericordia.
Il samaritano non si fa tante domande: chi è? Perché? È estremamente pericoloso?
Merita veramente di essere aiutato?
Egli vede solo un uomo che soffre. Ha compassione, sente profondamente pietà di lui
nelle sue "viscere" ed interviene.
P. Ermes Ronchi scrive che le prime tre azioni del samaritano sono le più importanti:
vedere, fermarsi e toccare.
Tre azioni che servono anche a noi per andare incontro a chi soffre.
VEDERE. Il samaritano vede e ha compassione. Vede le ferite e si lascia colpire
dalle piaghe di quell’uomo.
Ogni giorno sentiamo notizie tristi di uccisioni, di massacri, di sofferenze e di lacrime
della guerra in Ucraina o altrove. Rischiamo di diventare insensibili e rischiamo di
chiudere gli occhi e il cuore, come il sacerdote e il levita dell'Antico Testamento.
L’indifferenza è il male che rovina il mondo.
Per Gesù, al contrario, guardare ed amare è la stessa cosa: nel suo sguardo c’è
l’attenzione alla persona, la simpatia e l’amore.
Sono gli occhi del cuore che vedono la sofferenza delle persone che incontriamo,
sono gli occhi del cuore che vedono la povertà dell’ambiente nel quale viviamo e
sono gli occhi del cuore che vedono l’ingiustizia della società nella quale siamo
immersi. Guardare non è per giudicare se uno è buono o cattivo, se uno è innocente o
colpevole, ma per vedere le sue necessità.
FERMARSI. A volte la nostra vita è senza tregua, è una continua corsa, è la fretta
di fare. Fermarsi è interrompere la corsa, è interrompere il progetto, è dare spazio alla
persona che piange e che chiama. Fermarsi per incontrare le persone, per dare loro la
dovuta importanza, per entrare in relazione, per comunicare, per dire “Eccomi, sono
qui.” Il grande regista, Ermanno Olmi, diceva che per vedere bene un prato bisogna
fermarsi ed inginocchiarsi. La relazione si esprime in un rapporto diretto, in un
vedersi da vicino, in un guardarsi negli occhi.
TOCCARE. Il samaritano si è fermato, versa olio e vino, fascia le ferite dell'uomo,
lo carica sul suo asino, lo porta all’albergo vicino. Tocca l’uomo ferito, lo solleva,
sporca le mani e il vestito. Toccare vuol dire: “Sono qui per te”.
Per noi toccare è una parola difficile, è un verbo che ci mette alla prova.
Abbiamo paura di toccare un lebbroso, un contagioso, un corpo coperto di piaghe, un
immigrato. Noi pensiamo che dobbiamo rispettare l'igiene, dobbiamo essere prudenti,
rispettare le norme, avere una giusta cautela.
Nel Vangelo, Gesù vede, si ferma, si commuove e tocca l’ammalato lebbroso (Mc
1,41). E ancora vede il figlio morto della vedova di Naim (Lc 7,11-17), si ferma e fa
fermare, tocca l’intoccabile. Viola la legge.
L'amore non è solo emozione, ma comporta un intervento, un’azione concreta e delle
mani, osservando pure le regole sanitarie.
Non è la prossimità virtuale con contatti "liquidi", ma con relazioni concrete,
"solide". (Bianchi)
Il Samaritano si prende cura dell'uomo ferito in modo esagerato.
Ma è per questo eccesso, per questo suo darsi da fare, per questo suo grande amore, la
parabola del samaritano diventa una buona notizia per la terra, per l’umanità, per noi
per essere più umani.
“G. Dovigo – Vicenza 10.07.2022
PADRE PIETRO UCCELLI
La fama di santità lo accompagnò per tutto il resto della vita, anima semplice e di carattere allegro, era innocente e limpido, rimanendo così fino alla morte, avvenuta il 29 ottobre 1954 nella casa dei Missionari Saveriani a Vicenza, dove le spoglie sono conservate nella chiesetta attinente alla casa stessa di Vicenza.






