Proponiamo solamente alcune righe della testimonianza personale di anni di p. Silvano Da Roit, sx in Giappone nel suo incontro - accoglienza - solidarieta' con i poveri. Suggeriamo la lettura dell'intero articolo pubblicato sul sito della Direzione Generale: clicca su I MIEI FALLIMENTI CON I POVERI
Minami Miyazaki 2013 - (Nota: Testo rivisto dopo 10 anni.)
Esistono diverse povertà: materiale, relazionale, spirituale, culturale, psicologica, ecc. Potrà sembrare disordinato, ma nel mio racconto privilegio il susseguirsi storico e cronologico dei diversi tipi di incontro con svariate povertà. Una lettura quindi molto personale.
I poveri in un mondo cristiano
Tra i ricordi di quando ero bambino, c’è il ricordo dell’accoglienza riservata ai poveri che all’improvviso bussavano alla porta di casa chiedendo qualcosa da mangiare. Erano invitati a entrare, fatti sedere e poi si dava loro quello che si poteva in cibo e bevande. (...)
... Sto parlando di un mondo che forse non esiste più, ma che era la normalità della vita concreta in un paesino della Val Brembana (Bergamo), dove circa cinquantacinque anni fa io, appena venuto dalla Francia, vissi per qualche mese ospitato dai nonni paterni. Avevo cinque anni. È questo il mio primo ricordo dei poveri e anche il più bello; per questo motivo non l’ho dimenticato.
La mia famiglia e un’altra famiglia
Poi ricordo che andai a vivere alla periferia della città di Bergamo. La casa aveva l’orto. Dei miei genitori, solo mio padre lavorava. La nostra era, insomma, una famiglia comune, non ricca, ma aveva quello che era necessario. In casa, sprecare cibo o gettarlo via era considerato un peccato mortale. Di soldi non ne giravano molti. (...)
Gli zingari
Quando per la prima volta incontrai gli zingari, frequentavo ormai le elementari. Venivano con i loro carri, cavalli, macchine e camion e si accampavano per diverse settimane nei campi abbandonati. Erano un po’ temuti e tutti dicevano che bisognava stare attenti perché gli zingari prendono le cose che trovano. (...) L’accampamento era il centro della vita degli zingari; da lì partivano ogni giorno per le loro "scorribande" nei paesi vicini, finché, un bel giorno, così come erano venuti, sparivano senza preavviso. Secondo loro, nel mondo c’è posto per tutti e tutti possono vivere secondo i loro costumi e le tradizioni del gruppo di appartenenza o della razza, rispettandosi a vicenda (cf. Gv 19,16).
I poveri davanti alla porta della chiesa
Ricordo poi i mendicanti davanti alla porta della chiesa. Si trattava per lo più di persone con difetti fisici vistosi, spesso zoppi o storpi, che chiedevano qualche soldo. Tra di loro, a volte, c’era anche qualche vecchio o qualche mamma con bambino. E quando vedevo queste mamme con i loro piccoli, mi si stringeva il cuore. (...) Anche ora ho molta nostalgia di quel modo di mettersi in relazione con i poveri e gli estranei. Era il mondo della fede in Dio Padre, un mondo permeato di amore semplice verso tutti (cf. Lc 6,20-21).
I poveri delle missioni
Gli anni passano e la povertà prese un altro volto. Con l’entrata dai Missionari Saveriani, i poveri sono diventati quelli delle missioni, i poveri dell’Africa o del Bangladesh, di cui ci parlavano i missionari di ritorno dalle terre di missione. I poveri divennero allora persone sfortunate economicamente e, insieme, prive della fede nel Signore. (...) Mi sentivo orgoglioso di poter diventare missionario per aiutare i poveri, anche se dentro di me i veri poveri erano ormai solo quelli che non conoscevano il Signore, e solo in parte i poveri per motivi economici.
Gli orfani
A sedici anni, andavo quasi ogni domenica in un orfanotrofio di Cremona a far visita ai bambini che non avevano genitori. Portavo loro qualche caramella o dei dolci, a mia volta ricevuti da mia madre che veniva a trovarmi ogni quindici giorni. Avevo allora una concezione piuttosto romantica dei "poveri orfanelli", una concezione che dovetti abbandonare molto presto. (...) Oggi capisco che la loro durezza era una corazza, non un’offesa personale. Fu la prima volta in cui la povertà mi apparve come una ferita che graffia chi la porta e chi la incontra.
I drogati
Quando arrivai a Parma, la povertà non era più quella dei bambini ma degli adulti feriti. Nella casa dei Missionari Saveriani, dove da seminarista frequentavo la teologia, i poveri erano quelle persone che venivano alla portineria per chiedere qualcosa da mangiare. Ogni tanto anch’io ero fra quelli che portavano loro il cibo dalla cucina alla saletta dove essi mangiavano regolarmente. Erano sempre le stesse persone. Spesso avevano la barba lunga e incolta, e vestiti malandati. Dopo un po’ preferii occuparmi dei giovani drogati. A quei tempi, tra la polizia e i missionari c’era un rapporto di collaborazione per cercare di aiutare i drogati. Se un missionario era disposto ad assistere il poveretto in fase di disintossicazione all’ospedale, la polizia era disposta a chiudere un occhio. Di fatto, questi giovani in difficoltà gironzolavano liberamente in casa nostra e spesso venivano a mangiare nel nostro refettorio. Un gruppo di noi era incaricato di seguirli e cercare di entrare in dialogo con loro per aiutarli a risolvere le loro situazioni di difficoltà, in modo che si staccassero dal mondo della droga. (.....)
I "beggars" di Londra
Lo studio della lingua inglese mi vide nella metropoli di Londra. A Londra, dove andavo d’estate a imparare l’inglese negli ultimi anni degli studi teologici, conobbi i beggars. Fra questi, anche fratellini irlandesi, che per me furono ottimi maestri sulle cose della povertà. I beggars venivano regolarmente a casa nostra. (...)
... Alcuni di essi mi dissero anche che preferivano vivere così, al di fuori degli schemi stabiliti dalla società. Una volta mi trovavo a fare le pulizie all’ingresso di casa, e avevo lasciato aperta la porta sulla strada. Uno di loro che passava dall’altra parte del marciapiede, dopo avermi salutato, mi consigliò di chiudere sempre la porta d’ingresso perché in una grande città come Londra non si sa mai cosa possa capitare. Ricordo che concluse in tono grave: "Quelli che passano di qua non sono tutti signori e forse neppure cristiani".
Imbrogliato per tre anni di fila a Osaka da un finto povero?
Dopo lo studio dell’inglese, sono venuto in Giappone come missionario. Al termine dei due anni di lingua, mi sono trovato a vivere in pratica da solo in un asilo cattolico di Osaka. Vivevo in una casetta che fungeva anche da ufficio e nella stanza dove dormivo c’erano le cose lasciate dal missionario che l’aveva occupata prima di me. La quantità dei miei "possedimenti" equivaleva, al tempo, a ciò che poteva entrare in una valigia e a una decina di libri. Avevo quello che mi bastava per vivere, ma decisi ben presto di dimezzarne la quantità, dandone una parte a un giovane immigrato dal Kyushu in cerca di lavoro. (...)
... A un certo punto, venni trasferito in un’altra missione e approfittai dell’occasione per dire al giovane: "Ti ho aiutato senza condizioni per tre anni. Prima di trasferirmi, vorrei vedere il posto dove abiti o almeno dove lavori", e gli chiesi se potesse accompagnarmi. Il giovane (...) rifiutò di accontentarmi. (...) se ne andò senza neppure salutare. Da allora non l’ho più rivisto. Ci rimasi molto male e per parecchio tempo la mia coscienza non mi diede pace: ero stato proprio stupido ad aiutare un imbroglione per ben tre anni. Sbagliare è umano, si dice, ma continuare a sbagliare per tre anni in buona fede è proprio da stupidi. In quell’occasione mi sono sentito veramente tale. Ho avuto una ottima lezione sulla prudenza evangelica (cf. Mt 10,16). Mi accorsi che la fiducia, quando viene tradita, lascia un’ombra molto lunga.
(... ... ...)
Conclusione
Aiutare i poveri? È una parola. Bisogna saperlo fare in modo intelligente, per non correre il rischio di peggiorare la situazione di quelli che già sono poveri. Aiutare i poveri non è una cosa facile: ci vuole più intelligenza che bontà di cuore. Sino ad ora ho collezionato diversi fallimenti; spero di imparare sempre meglio ad aiutarli davvero.
Ho incontrato tanti poveri nella mia vita. Alcuni mi hanno evangelizzato, altri mi hanno ferito, altri ancora mi hanno ingannato. Ma tutti, in un modo o nell’altro, mi hanno rivelato qualcosa di me stesso e del Vangelo. E forse, alla fine, la domanda più vera non è: «Ho aiutato i poveri?», ma: «Ho riconosciuto Cristo in loro?» (cf. Mt 25,40).
Oggi mi accorgo che, in mezzo a tutto questo, la cosa più vera non è quello che ho fatto, ma quello che mi è successo dentro. La mia vulnerabilità — quella che mi ha fatto sbagliare, ingannare, spaventare, perdere la pazienza, sentire stupido — è diventata il luogo dove il Signore mi ha parlato più chiaramente.
I poveri che ho incontrato — quelli veri, quelli finti, quelli feriti, quelli furbi, quelli disperati, quelli che non vogliono essere aiutati — mi hanno mostrato che la missione non è un’opera da compiere, ma un luogo dove lasciarsi toccare da Dio. Quando ripenso ai miei ripetuti fallimenti, non li vedo più come deviazioni dal cammino, ma come il cammino stesso. È lì, dove non sapevo cosa fare, dove mi sentivo smarrito, dove la mia buona volontà si sbriciolava, che il Signore ha trovato spazio per entrare.
La missione non è la mia forza, ma la mia debolezza; non ciò che ho saputo dare, ma ciò che non sono riuscito a trattenere. I poveri che ho incontrato non hanno ricevuto da me grandi cose, ma mi hanno consegnato qualcosa di più grande: la verità su me stesso.
Ho scoperto che la missione nasce dalla disponibilità a lasciarsi toccare. Non dal sapere, ma dall’ascoltare. Non dal fare, ma dal rimanere. E così, mentre continuo il cammino, porto con me una certezza semplice: la mia vulnerabilità non è un ostacolo alla missione, è il luogo in cui Dio mi precede.
Se oggi posso ancora dire «eccomi», è perché Lui non si è scandalizzato delle mie crepe. Le ha usate come feritoie da cui far passare la sua luce. E forse, in fondo, essere missionario significa proprio questo:
accettare di essere attraversato dalla luce che non è mia ma di Gesù Cristo, e lasciarla filtrare, così com’è, nelle vite di tutte le persone che incontro.

I giovani che sono tra di noi vengono da vari paesi di tutti i continenti (Camerun, Indonesia, Messico, Burundi, Brasile, ecc) formando così una vera comunità internazionale.





