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Padre Matteo Rebecchi in convivenza ad Assisi: qualche impressione sul Laicato Saveriano

11 Settembre 2017

Padre Matteo Rebecchi in convivenza ad Assisi: qualche impressione sul Laicato Saveriano

Devo ringraziare i Laici Saveriani per avermi accolto per un paio di giorni durante l’incontro che si è svolto ad Assisi dal 21 al 26 di Agosto. In questo scritto vorrei condividere alcune impressioni sulla vocazione del laico missionario saveriano vista un po’ “da fuori” e cioè da un fratello saveriano che vive la missione da consacrato

La prima cosa che vorrei sottolineare riguarda l’idea di “condividere il carisma” saveriano. Si potrebbe pensare che ciò significhi il prendere parte di un compito che è principalmente affidato a dei missionari consacrati, in qualche modo più predisposti, preparati e professionali.

Ma un carisma è fondamentalmente una parola del Vangelo che è affidata e vissuta in maniera particolarmente intensa da un fondatore, nel nostro caso San Guido Maria Conforti, e che a sua volta diventa attrattiva per altre persone che decidono di viverla in maniera radicale.

Per questo motivo, nella storia della chiesa, abbiamo i fondatori che, innamorati di una parola del Vangelo, la mettono in pratica con tale radicalità da attirare altre persone, che a loro volta desiderano giocare la vita su quel pezzo di Vangelo, generando in questo modo congregazioni e strutture visibili, e cioè Vangelo fatto vita. Pensiamo al “beati i poveri” che diventa il Vangelo di Francesco e dei francescani, o il “Gesù orante” che è il Vangelo dei carmelitani, o al “sitio” di Gesù che ispira Madre Teresa e i suoi seguaci nell’amare i più poveri dei poveri.

Ma se davvero il carisma è solo Vangelo, ed il Vangelo è per tutti, allora non si può limitare il carisma alla sola cerchia dei consacrati.

Essi certamente lo vivranno in maniera peculiare, ma il Vangelo resta per tutti, per essere vissuto con radicalità da tutti.

Confermando tutto ciò, Papa Francesco durante un incontro con i superiori generali ha affermato che la caratteristica dei religiosi non è tanto la radicalità, che è di tutti i battezzati, quanto la profezia (Cfr. Incontro con i Superiori Generali, 29 Novembre 2013). Quindi il Vangelo è affidato a tutti, è di tutti, per essere vissuto con tutta le energie disponibili. Per questo, mi pare, condividere il carisma saveriano per i laici significa vivere con decisione il mandato di Cristo di andare in tutto il mondo a predicare il Vangelo che ha ispirato prima il Conforti, e poi ha attirato tutti noi, consacrati e laici allo stesso modo.

La seconda idea riguarda il fatto che molti laici saveriani siano famiglia. Ciò in qualche modo limita la libertà di azione. E’ più difficile ritagliare tempi di servizio, non è facile lasciare il proprio paese, e anche durante gli incontri si nota come chi comanda siano i piccoli che, con le loro continue richieste, costringono i genitori a partecipare alle attività soltanto a metà tempo.

Essere genitori e sposi significa dipendere, vuol dire mettere l’altro al primo posto.

Eppure, rendendomi conto di tutto ciò, mi pare che questo vivere la missione come famiglia rappresenti una grande potenzialità. Conoscere la vita della famiglia in prima persona con tutte le sue problematiche, gioie e dolori, è fonte di un’impagabile esperienza che in qualche modo a noi religiosi manca. Sono soprattutto i laici che possono dire qualcosa sull’educazione dei figli, su come superare i conflitti nelle relazioni, su come utilizzare al massimo gli spazi di tempo liberi concessi dai bimbi piccoli, sul come armonizzare lavoro, famiglia e impegni ecclesiali etc. Tra l’altro non dimentichiamoci che nel caso del mondo musulmano ci si rapporta sempre con degli sposati e mai con consacrati.

rebecchi laici

Inoltre, quell’essere espropriati da sé dal rapporto con l’altro, figlio o sposo che sia, è proprio nella logica del perdere la propria vita di cui parla il Vangelo.

Addirittura Papa Francesco non ha paura di proporre la famiglia come modello di annuncio dell’amore trinitario: “Il Dio Trinità è comunione d’amore, e la famiglia è il suo riflesso vivente” (AL 11).

Tutto ciò diventa un insieme di ingredienti fondamentali per l’annuncio e rappresenta un patrimonio peculiare del laico che vive l’esperienza della famiglia.

La terza idea riguarda la professionalità che è così fondamentale per chi lavora. Per un laico non si può vivere il Vangelo, e quindi anche il Vangelo della missione, senza un impegno concreto nel servire attraverso la propria professione vissuta come amore messo in opera. Non si può infatti relegare la fede alla sola preghiera o a riti celebrati in luoghi sacri. Il laico ha proprio la vocazione di santificare il mondo, di vivere la sua missionarietà mettendo i suoi talenti a servizio dei fratelli che ama anche e soprattutto attraverso il suo lavoro.

In questo modo le otto ore passate in ufficio diventano missione, annuncio, amore al prossimo, Vangelo vissuto.

Prendendo ad esempio diverse esperienze di conversione al cristianesimo che avvengono in Indonesia, non pochi sono coloro che sono rimasti attratti dal Cristianesimo per la testimonianza di onestà, gentilezza e amore concreto da parte degli insegnanti della scuola che frequentavano, dei compagni di università o dei colleghi di ufficio.

Concludendo, penso sia una grazia la possibilità di vivere la missione insieme, laici e consacrati. Sono sicuro che i laici saveriani devono molto ai saveriani religiosi, ma anche noi consacrati possiamo crescere molto nella comunione con voi laici.

Se non altro possiamo imparare le tre cose a cui ho accennato: vivere con radicalità il Vangelo che è affidato a tutti, curare di più lo spirito di famiglia nelle nostre comunità e servire con più professionalità-amore.

Pizzighettone (CR), 5 Settembre 2017.

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