VIVERE LA PLURALITÀ ORDINARIAMENTE
Il 13 febbraio scorso, il cardinale prefetto del Dicastero per il dialogo interreligioso, Miguel Ángel Ayuso Guixot, comboniano, ha ricevuto la laurea honoris causa dell’Università islamica statale “Sunan Kalijaga” di Yogyakarta, assieme a Yahya Cholil Staquf, presidente di Nahdlatul Ulama, e Sudibyo Markus, ex presidente di Muhammadiyah, entrambe grandi organizzazioni islamiche sunnite dell’Indonesia.
Nel suo discorso di accettazione davanti al corpo accademico, il cardinale ha sottolineato un fatto straordinario diventato ordinario nella vita del più popoloso paese musulmano del mondo: “Per formare una nazione multireligiosa funzionante e duratura non dobbiamo solo accettare le nostre differenze religiose; dobbiamo affermarle. Dobbiamo non solo accettare la realtà che i nostri vicini di casa appartengono a tradizioni religiose diverse; dobbiamo essere felici che lo facciano. Dobbiamo conoscere la loro identità religiosa non solo come un fatto della vita, ma anche come un bene per la vita della società. Ognuno di loro è cittadino al 100 per cento e credente al 100 per cento, come disse il primo arcivescovo cattolico di questa regione, Albert Soegijapranata. Se vogliamo essere concittadini di coloro che non condividono la nostra religione, occorre onestamente riconoscere che le loro religioni sono importanti quanto la nostra lo è per noi. Pertanto, dobbiamo agire in modo che Dio non sia motivo di divisione, ma fondamento di unità”.
Credo proprio che la “condizione plurale”, caratteristica del nostro tempo, sia la condizione costitutiva e costituente della nostra stessa vita, da sempre. Oggi, però, siamo chiamati ad averne una coscienza e conoscenza nuove. Infatti, la complessità che viviamo a tutti i livelli, esige un nuovo discernimento. D’accordo con la Fabc (Federazione delle conferenze episcopali dell’Asia), oggi la risposta più adeguata davanti alla sfida della complessità è il dialogo. Dialogo che si impara stando assieme all’altro, come scrive un vecchio amico prete, Luigi Adami, di Verona, che ne dà questa definizione: “È una delle qualità umane necessarie a vivere nella convivenza, nella pace. Vivere non senza l’altro, non contro l’altro, ma assieme all’altro. Non sopprimendolo, non sfruttandolo, non temendolo, ma collaborando con lui e rispettandolo” (P. Bertezzolo, La Verona del dialogo, 2008, p. 17). La natura del dialogo “ha radici dentro di noi – continua Adami –, ma dev’essere coltivata, custodita e promossa. Altrimenti il dialogo non si realizza. Si ha monologo. Il dialogo si impara. Il dialogo richiede soprattutto capacità di accogliere e ascoltare l’altro. E non l’ascolto che ti serve solo a difenderti, ma quello che ti permette di imparare”.
Insomma, il dialogo si impara nel “rapporto” intenso e continuo con l’altro. Di modo che oggi non possiamo più parlare della vita cristiana, come un sistema chiuso ed esclusivo, a prescindere cioè dalla “condizione plurale” in cui viviamo ordinariamente. Sono molti i teologi che oggi considerano la molteplicità delle religioni come un dato essenziale del piano salvifico di Dio, che quindi risulta essere una ricchezza anziché una dispersione. Come è stato detto dal celebre professore Abdul Munir Mulkhan dell’Università “Sunan Kalijaga” di Yogyakarta: “Essere uomo religioso oggi significa essere interreligioso”. Con una formula classica potremmo dire che l’intellectus fidei da solo non basta, c’è bisogno dell’intellectus amoris, cioè dell’incontro con l’altro, dell’azione insieme, della fraternità, anche interreligiosa.







