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La prospettiva, che nell’arte viene scoperta nel XIV secolo, è un elemento tipico della modernità europea. Ricorrervi spesso ci aiuta a focalizzare lo sguardo su un punto, essendo analitici, e altre volte, invece, ad avere visioni panoramiche, essendo sintetici. Qui c’è naturalmente una tensione, tra l’essere focalizzati su un punto, col rischio di assolutizzarlo come unica verità, divenendo conquistadores delle verità altrui, e l’avere una visione panoramica, ecumenica, che riconosce la presenza dell’altro.

Con la prospettiva le figure sono su più piani, come la verità, non solo perché c’è una gerarchia, ma perché sento alcune verità più vicine e altre più lontane, mutando la prospettiva possono cambiare collocazione. Questa diversità di piani consente, poi, alle figure di sovrapporsi senza schiacciarsi, come avviene nel pensiero quando la verità non è un tutto, ma un’interpretazione del mondo, facendoci capaci di assumere la pluralità. In questo modo prospettico di immaginare la realtà e riprodurla mi pare interessante il gioco tra il vuoto e il pieno, in cui non c’è mai il totalmente pieno né il totalmente vuoto, ed entrambe diventano dimensioni relative, in quanto dipendono dalle relazioni tra le figure, le persone, ecc.

In questa visione prospettica, rispetto alla pittura dell’Alto Medioevo, le persone non sono appiattite, ma hanno una certa rotondità, per cui ti lasciano immaginare/intuire qualcosa che non vedi, ma potrebbe vedere qualcun’altra da un’altra posizione. Il che ci porta a rilevare che la verità è intersoggettiva, va intesa come scoperta, arricchimento, cooperazione. Grazie alla prospettiva, infine, io posso passare da un piano all’altro, da un punto di vista all’altro, il che può essere l’aspetto interessante di quella cosa turpe inventata dagli europei che è il colonialismo: la capacità di transitare per altri mondi, spesso per derubare, ma qualche volta per innescare o per ricevere. Questo è stato in qualche modo evocato da Torres Queiruga quando ha affermato che in fondo le religioni sono unite da attraversamenti e ibridazioni, per cui l’identità è sempre meticcia e mai definita.

Il sociologo statunitense James Clifford aveva intitolato una sua opera “I frutti puri impazziscono”: le identità pure sono invenzioni pericolose proprio perché contengono quest’idea di purezza, di pulizia, del fare piazza pulita del diverso, quel diverso che con l’antropologa Mary Douglas potremmo assimilare a scarafaggi e topi e con Micheal Foucault potremmo trovare chiuso in manicomio o in carcere. Ciò avviene quando manca la capacità di transitare, lasciandosi impregnare dall’altro.

Ceruti ha richiamato l’idea di crisi, che – aggiungo io – ha accompagnato da sempre il pensiero occidentale. Ma è possibile recuperare dalla nostra tradizione qualche risposta, che, pur ripensata e rimodulata, possa aiutarci ad attraversare la crisi, senza negarla né esagerarla? Nella sua relazione si intuiva, inoltre, un legame forte tra cristianesimo e mondo europeo (anche se l’esperienza missionaria ci parla di un cristianesimo che si ripensa in contesti diversi dal nostro), ma il primo può avere un ruolo in questo attraversamento della crisi? E attraversandola, come può ripensarsi in Europa?

A Torres Queiruga vorrei invece domandare se è possibile che il dialogo tra le religioni possa immunizzarsi dal dogmatismo, perché mi sono chiesto quali sono oggi le sedi in cui dialogare, visto che il mondo postmoderno manca di luoghi in cui si possa parlare e discutere liberamente e la comunicazione è sempre ultrarapida e mediata da uno schermo. Ed è possibile che le religioni oggi abbiano un ruolo pubblico diverso da quello di puntello a uno Stato nazionale, di cui, come ha ricordato Ceruti, stiamo vedendo il collasso, nonostante per esso sia stato versato molto sangue negli ultimi cinque secoli, spesso in nome di Dio? Quindi, ci sono luoghi in cui le religioni possono dialogare senza sgomitare per affermare di essere ciascuna la migliore e sorreggere uno Stato, che rivendica la sua autonomia e laicità, ma poi ha bisogno dei sostegni delle religioni, così come della corruzione e dei poteri illegali?

Infine, si riesce, per generare un nuovo scenario per l’Europa, a ripensare una politica che valorizza l’esistente, ne coglie gli elementi positivi, crea rete tra i diversi soggetti laici e religiosi, tra etiche differenti, promuovendo dialogo e trovando punti di intersezione, in cui le persone si sovrappongono senza schiacciarsi o nascondersi a vicenda, ma rimandano l’una all’altra?

Questo è realisticamente immaginabile o solo un’utopia destinata ad alimentare il nostro disamore per la cosa pubblica?



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