UNA FEDE ATTRAENTE
Nel mese di gennaio abbiamo iniziato a leggere gli Atti degli Apostoli; sono una specie di “biografia della Chiesa”. Ci raccontano infatti i primi passi delle comunità credenti, che – dopo la risurrezione – iniziano ad annunciare Gesù, a parlare di lui, a raccontare chi era e che cosa ha fatto per noi. Quello in cui viviamo è il tempo della Chiesa, il tempo in cui la luce di Cristo si riflette sul volto dei credenti e, solo così, illumina il mondo. Detto questo, ciò che ci chiediamo è: come questa luce si riflette e illumina? In che modo? Con quali mezzi? Leggiamo i racconti delle prime comunità perché ispirino le nostre.
Il brano che ci accompagna in questo numero di febbraio-marzo è molto famoso. Si tratta di At 2,42-47. È probabile che l’abbiamo ascoltato nei giorni scorsi, se abbiamo partecipato a qualche celebrazione per la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. È un sommario, con cui Luca (l’autore del libro degli Atti) racconta in breve come viveva la comunità di Gerusalemme. “Sommario” vuol dire che non entra nei dettagli, ma narra le dinamiche principali, le scelte di fondo; ritornano molti verbi all’imperfetto, ad indicare che non si tratta di qualcosa fatto una volta e poi basta, ma di uno stile di vita, un modo di vivere.
UNA COMUNITÀ UNITA
Il capitolo secondo degli Atti inizia raccontandoci del giorno in cui lo Spirito santo scese su Pietro e gli altri (erano circa centoventi persone). Al di là del modo un po’ rocambolesco in cui si è realizzato questo prodigio (un fragore enorme e lingue come di fuoco che si dividevano e si posavano su ciascuno di loro), ciò che la narrazione degli Atti sottolinea sono gli effetti dello Spirito: subito gli apostoli, rinvigoriti da questa nuova forza, lasciano la casa in cui si erano nascosti e iniziano ad annunciare Gesù risorto nei cortili del tempio.
In quei giorni c’era molta gente a Gerusalemme, era infatti la festa della Pentecoste, una delle feste più importanti nel calendario ebraico. E così, dopo il primo annuncio di Pietro, “coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e quel giorno furono aggiunte circa tremila persone” (At 2,41). Sono questi tremila il soggetto del versetto iniziale del nostro brano:
Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere (At 2,42).
I QUATTRO PUNTI DI RIFERIMENTO
Sono quattro i punti di riferimento di questa neonata comunità.
Primo: l’insegnamento degli apostoli. Gesù risorto non era salito subito al cielo, ma aveva passato ben quaranta giorni ad “istruire” gli apostoli “apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio” (At 1,3). Ora per gli apostoli è giunto il momento di diffondere quello che hanno imparato da Gesù.
Secondo: l’unione fraterna. In greco c’è un termine raro, che nel tempo si è diffuso anche negli scritti di spiritualità e talora nella predicazione: koinonìa. Indica una comunione di vita, senza specificare se di tipo materiale o spirituale; il resto del brano dice che c’erano entrambe: un unico insegnamento, un’unica preghiera, così come una cassa comune per i bisogni di tutti.
Terzo: la frazione del pane. È il gesto fatto di solito dal capo famiglia, che all’inizio del pasto benedice Dio per il dono del cibo e spezza il pane, cioè lo divide tra i commensali. Così aveva fatto Gesù il giorno della moltiplicazione dei pani, oppure con i discepoli di Emmaus; ma, ciò che è ancora più importante, così aveva fatto Gesù durante l’ultima cena: “prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro” (Lc 22,19). I primi cristiani si trovavano dunque insieme sia a condividere la mensa, sia a ricordare l’ultima cena; Paolo, scrivendo ai corinti, ci lascia intuire che “la cena del Signore” si celebrava durante una cena comune: non esistono ancora chiese né rituali.
Quarto: la preghiera. Gli ultimi versetti del brano specificano che si ritrovavano sia al tempio di Gerusalemme che nelle case (At 2,46-47).
UNA COMUNITÀ CHE CONDIVIDE
Il versetto che abbiamo appena “sezionato” è di una densità enorme; in poche parole ci tratteggia alcune caratteristiche fondamentali del gruppo di credenti che si riunisce attorno agli apostoli. E sottolinea che tutto questo avveniva con assiduità: erano perseveranti, fedeli; il gruppo non si è sciolto dopo la Pentecoste, tutte quelle “conversioni” (ma sarebbe meglio parlare di “adesioni”) non sono state un fuoco di paglia, ma qualcosa che ha formato una comunità, che è continuato nel tempo.
I versetti seguenti non aggiungono nulla di sostanziale, ma arricchiscono di qualche dettaglio il ritratto abbozzato nella prima riga:
Un senso di timore era in tutti, e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati (At 2,43-47).
Viene detto che gli apostoli non solo insegnavano, ma anche facevano miracoli; proprio come Gesù, negli anni dell’attività in Galilea. E questo fa nascere un senso di timore; c’è cioè la consapevolezza, tra la gente, che gli apostoli non sono persone che agiscono per loro iniziativa, ma sono accompagnati da Dio.
Poi viene precisata quella “comunione” di cui si parlava sopra sottolineando molto l’aspetto economico: “avevano ogni cosa in comune”. Non è l’ideale di Pitagora, che affermava: “tra amici, tutto è comune”; non è neanche l’ideale di Qumran, la comunità che viveva presso il Mar Morto e i cui membri dovevano mettere tutto in comune per essere puri e “perfetti” davanti a Dio. Non è l’ideale romantico dell’amicizia né quello esclusivo della perfezione; è lo stile della solidarietà: nessuno è povero, perché in una comunità – come in una famiglia – è così che deve essere, nessuno viene abbandonato a se stesso.
UNA COMUNITÀ CHE AFFASCINA
Non è una comunità perfetta, quella degli inizi. Basta solo aspettare qualche pagina, per trovare l’episodio di Anania e Saffira, che fanno finta di mettere tutto nella cassa comune mentre in realtà tengono una parte dei soldi per sé; andando un po’ più avanti ancora troveremo di quando gli apostoli non si fidavano di Paolo, o di quando lo stesso Paolo ha litigato con Barnaba a motivo di Marco.
Non è una comunità perfetta, quella di Gerusalemme. Però ha una caratteristica importante: vive nello slancio della Pentecoste e, piena di Spirito santo, fa scelte di vita socialmente significative. Cioè: vive la propria fede in un modo così sereno (“con letizia e semplicità di cuore”) da godere “il favore di tutto il popolo”; mi vengono in mente gli inviti di Paolo, che scrivendo ai Filippesi dice: “Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti. La vostra amabilità sia nota a tutti” (Fil 4,4-5).
UNA COMUNITÀ CONTROCORRENTE
In una società molto individualista com’era quella antica (e forse non lo è quella moderna?), i credenti fanno scelte controcorrente e decidono che non ci devono essere poveri; ognuno è disposto a vendere i propri beni pur di avere di che aiutare gli altri. E questo stile di vita affascina!
Non tutti diventano credenti, a Gerusalemme; ma tutti guardano con favore ai credenti. Il loro stile di vita parla. È la loro vita il primo e più importante annuncio.







