UN MARE DI ARMI / SPESE MILITARI E ARMAMENTI NEL MEDITERRANEO
Il Mediterraneo, anche quello “allargato” – che si estende dal Golfo di Guinea fino al Mar Caspio, con l’area del Sahel e i paesi del Nord Africa fino al Corno d’Africa e al Medio Oriente –, è la zona di maggior interesse geo-strategico dei paesi europei tra cui l’Italia, sia per le risorse energetiche e le linee di approvvigionamento di cui dispone, sia per la stabilità regionale, la sicurezza internazionale, il contrasto al terrorismo e, non da ultimo, la gestione del fenomeno migratorio. Nelle parole del ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, questa regione è “strategica per la politica estera italiana, in primo luogo perché è una piattaforma di connettività economica, energetica e infrastrutturale tra Europa, Africa e Asia; in secondo luogo perché oggi, a dieci anni dalle rivolte popolari, quest’area a noi così vicina rimane soffocata da tensioni e crisi esacerbate dalla pandemia”.
Proprio in quest’area da alcuni anni i paesi europei hanno attivato nuove missioni militari allo scopo dichiarato di tutelare le popolazioni, ma soprattutto per proteggere gli interessi delle proprie multinazionali del petrolio e del gas. Come ha rivelato Greenpeace, due terzi delle spese delle operazioni militari all’estero dei paesi europei riguardano la difesa di fonti fossili: l’Italia negli ultimi quattro anni ha speso 2,4 miliardi di euro nelle missioni militari collegate a piattaforme estrattive, oleodotti e gasdotti che riguardano l’Eni.
Tensioni e conflitti mai sopiti
Il Mediterraneo allargato è oggi la zona di maggior tensione del mondo. Una polveriera dove da anni si combattono guerre civili che hanno decimato la popolazione di intere nazioni (350mila morti in Siria e 377mila in Yemen), nella quale persistono conflitti interni mai sopiti (Iraq) e pronti a riesplodere (Libia), in cui si protraggono scontri armati territoriali (Turchia e popolazioni curde), dove covano tensioni di lungo corso che possono deflagrare in ogni momento (Israele e Palestina, Libano, Sahara Occidentale). È l’area che il Sipri (Stockholm International Peace Research Institute) ha definito dei “conflitti internazionalizzati interconnessi”. In questa zona, infatti, si scontrano interessi e mire di vecchie potenze (Stati Uniti e Russia) e di nuovi protagonisti della scena mondiale (Turchia e Paesi arabi), mentre comincia a profilarsi l’ombra lunga della Cina. I paesi europei non mancano di giocare la propria parte, spesso in contrapposizione tra loro, come è stato per anni sulla questione libica, e comunque sempre in concorrenza, soprattutto quando si tratta di aggiudicarsi le lucrose commesse militari.
Spese militari in costante crescita
La regione registra i maggiori incrementi di spesa militare a livello mondiale. Spese giustificate di volta in volta con nuove motivazioni: all’indomani dell’11 settembre 2001 col pretesto del contrasto al terrorismo internazionale; dopo le rivolte popolari per l’esigenza di rafforzare la stabilità interna e regionale anche a seguito dello scoppio di guerre civili (Libia, Siria e Yemen) e, più di recente, per sopperire al minor coinvolgimento degli Stati Uniti nell’area mediterranea. Giustificazioni anche plausibili, ma che celano il reale motivo della corsa al riarmo: accrescere la propria influenza a scapito degli altri attori regionali.
La rivalità ideologico-religiosa tra Arabia Saudita e Iran con i rispettivi alleati ha trovato nello Yemen il terreno di scontro tra i due storici rivali, così come è avvenuto in Libia dove Turchia e Qatar hanno sostenuto anche militarmente il Governo di al-Serraj contro le forze del generale Haftar appoggiate da Egitto e Emirati Arabi Uniti.
È in questo contesto che nei vent’anni tra il 2000 e il 2020 diversi paesi hanno raddoppiato il proprio budget militare. A cominciare dall’Arabia Saudita che lo ha portato da 30 ad oltre 60 miliardi di dollari annoverandosi così tra le prime cinque nazioni al mondo per spesa militare dopo Stati Uniti, Cina, India e Russia. Anche altri paesi hanno raddoppiato la spesa militare: tra questi Israele (da 12 a 21 miliardi di dollari), Iran (da 8 a 16 miliardi), Egitto (da 5 a 10 miliardi), Marocco (da 2,3 a 4,8 miliardi) e soprattutto la Turchia (da 11 ad oltre 20 miliardi). Alcuni paesi l’hanno addirittura triplicata: tra questi l’Algeria (da 3 miliardi a 10 miliardi), l’Oman (da 3 miliardi a 9 miliardi), ma anche l’Iraq (da 2 miliardi a 7 miliardi), il Bahrain (da 500 milioni a 1,5 miliardi) e la Tunisia (da 339 milioni ad oltre 1 miliardo). Notevoli anche gli incrementi del budget militare di Kuwait (da 5 a 7 miliardi) e Giordania (da 1 a 2 miliardi), mentre risulta sostanzialmente stabile quello del Libano (2 miliardi).
Non è possibile, invece, quantificare la spesa militare di tre nazioni in guerra civile (Siria, Libia e Yemen), ma è soprattutto da notare che nemmeno il Sipri è in grado di offrire stime riguardo al budget militare di due monarchie mediorientali che hanno notevolmente ampliato i propri arsenali bellici: gli Emirati Arabi Uniti e il Qatar.
Commerci di armi tra le sponde del Mediterraneo
Spese che vengono impiegate per acquistare nuovi e sempre più sofisticati sistemi militari. Se i principali fornitori sono, ormai da anni, gli Stati Uniti e la Russia, diversi Stati europei svolgono un ruolo di prim’ordine nel commercio di armamenti tra le sponde del Mediterraneo. Un business in cui le aziende militari europee sono in costante competizione, se non in aperto conflitto, per accaparrarsi nuovi contratti.
È il caso del Marocco. Tradizionale cliente soprattutto degli Stati Uniti, il Marocco annovera da anni tra i propri fornitori anche la Francia da cui ha acquistato nel 2011 una fregata Fremm. Il recente annuncio della trattativa di Rabat con l’italiana Fincantieri per due nuove fregate Fremm ha perciò sollevato forti malumori non solo in Francia per la mancata commessa, ma anche in Spagna per la politica espansionista del Marocco nelle acque tra l’arcipelago delle Canarie e del Sahara Occidentale rivendicato dalle popolazioni sahrawi. Per la guerra in corso contro i sahrawi, Rabat ha di recente acquistato droni Hermes dall’israeliana Elbit Systems e firmato accordi con la Israeli Aerospace Industries per droni-killer Harop e per droni armati Bayraktar dall’azienda turca Baykar.
Fregate e droni con i quali il Marocco intende mostrare i muscoli anche nei confronti dell’Algeria. Storico rivale di Rabat, Algeri negli anni recenti si è dotata di quattro sottomarini russi della classe Kilo ed ha aggiornato 40 caccia russi Sukhoi Su-24MK nella versione M2. Dopo aver acquisto dalla Cina due corvette tipo Adhafer e dalla Germania due fregate classe Meko 200, nel settembre del 2014 ha ricevuto dall’Italia la nuova ammiraglia della flotta, la nave anfibio e di supporto logistico classe San Giorgio sviluppata dalla Orizzonti Sistemi Navali, la joint-venture di Fincantieri e Finmeccanica (oggi Leonardo). Francia, Germania e Italia sono in competizione per nuove commesse militari per l’Algeria che nell’ultimo quinquennio ha richiesto ordinativi alle aziende italiane per oltre 380 milioni di euro tra cui due nuove unità navali cacciamine della Intermarine dotate di sistemi multiruolo per l’attacco simultaneo.
Lo scontro tra paesi europei per le commesse militari è ancor più evidente nel caso dell’Egitto. Il generale al-Sisi ha infatti iniziato a rinnovare la flotta navale sia per contrastare l’attivismo della Turchia nel Mediterraneo orientale sia per tutelare le piattaforme estrattive off-shore tra cui il giacimento di Zohr, gestito dall’Eni, che soddisfa circa il 40 per cento del fabbisogno energetico egiziano. Per accrescere le proprie capacità di deterrenza e proiezione militare, l’Egitto ha acquistato due portaelicotteri da assalto anfibio Mistral e quattro corvette multi-missione Gowind tutte di produzione francese. Ha inoltre acquisito dalla Germania quattro sottomarini e quattro fregate di classe Meko, un nuovo pattugliatore costiero e varie motovedette. Nel contempo il Cairo ha acquistato dall’Italia per 990 milioni di euro due Fregate Fremm prodotte da Fincantieri e 24 elicotteri AW149 e otto AW189 prodotti da Leonardo.
Non solo. Il governo Draghi, nonostante il contenzioso dell’Italia con l’Egitto sull’omicidio di Giulio Regeni, ha dato il via libera all’azienda a controllo statale Fincantieri per presentarsi come principale sponsor di Edex 2021, la fiera degli armamenti tenutasi al Cairo lo scorso novembre. Per tutta risposta il presidente egiziano al-Sisi, che nei mesi precedenti aveva manifestato l’interesse ad acquistare dall’Italia 24 caccia multiruolo Eurofighter, ha invece ordinato alla Francia 30 caccia Rafale: un affare da 4 miliardi di euro che comprende sistemi missilistici di Mbda e Safran. Nessun commento da Roma.







