Tre Donne Nobel per la pace 2011
Che le donne africane avessero una marcia in più lo si è sempre saputo. E la triplice premiazione – con il Nobel per la pace – lo ha confermato. Dimostrando che il Continente può contare su di loro non solo quando sciamano, con le taniche in testa, alla ricerca di un pozzo al quale attingere acqua o quando zappano la terra arida per ricavarne almeno la sussistenza, ma anche quando si tratta di guidare i processi e le transizioni, quando si tratta di aprire le strade a una informazione più aperta, a una pace duratura, a uno sviluppo complessivo dei popoli e delle nazioni.
Sono state premiate tre donne, ma anche religioni, estrazioni sociali, generazioni e ambiti d’azione differenti. Anche se complementari.
Ellen Johnson Sirleaf, presidente della Liberia, prima donna capo di Stato in Africa e prima donna di colore – in tutto il mondo – alla guida di una nazione; l’avvocato Leymah Gbowee, organizzatrice di un movimento pacifista che portò alla fine della guerra in Liberia aprendo la strada alla presidenza della Sirleaf; l’attivista yemenita Tawakkul Karman, membro del partito al-Tajammu al-Yamanī li-l-Islāh (Raggruppamento yemenita per la riforma) – branca yemenita dei Fratelli musulmani – e fondatrice del movimento Sahafiyyāt bilā quyūd (Giornaliste senza catene), si sono aggiudicate il prestigioso riconoscimento “per la loro lotta non violenta per la sicurezza delle donne e per i diritti di partecipazione delle donne in un processo di pace”.
Con loro sale a 15 il numero delle donne insignite con lo stesso premio. La prima donna africana, Wangari Maatha, morta proprio negli stessi giorni in cui venivano proclamate le vincitrici, lo aveva ricevuto nel 2004 “per il suo contributo alle cause dello sviluppo sostenibile, della democrazia e della pace”.
Certo, questo premio non cambierà da un giorno all’altro la vita di milioni di donne del Continente. Ma servirà a far sapere, e non solo agli addetti ai lavori, che in terra d’Africa non ci sono solo sanguinosi massacri tribali, fame endemica e integralismo religioso. Serve a sfatare il pregiudizio di un continente destinato a restare indietro rispetto al resto del mondo, di donne condannate a essere sepolte dentro il velo integrale e dentro l’ignoranza.
Persone come Johnson-Sirleaf, economista laureata ad Harvard, che è riuscita a stabilizzare il suo paese dopo la tragedia di un guerra civile durata 14 anni e costata centomila morti; donne come Leymah Gbowee, fervente cristiana e guida del movimento pacifista e interreligioso Women of Liberia Mass Action for Peace; attiviste come la musulmana Tawakkul Karman, capace di sfidare il suo stesso partito conservatore togliendosi pubblicamente il velo integrale, ci spingono a credere che la “primavera” stia portando i suoi frutti e non solo per i paesi nei quali le tre premiate vivono e operano. Il loro esempio è una testimonianza per tutti, uomini e donne, di ogni nazione.
È la testimonianza che le donne, con l’appoggio di altre donne, hanno in sé il segreto per poter ricostruire, per poter vivere e far vivere meglio.
Il comitato di Oslo se n’è accorto e le ha messe sotto i riflettori. E quando il mondo comincia a guardare, qualcosa di importante è già accaduto e sta per mettere radici ancora più solide. Questo premio è “un testamento a favore del potere delle donne”, ha commentato il segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon.
Ma a noi piace pensare che più che di un testamento si tratti di un atto di nascita.






