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Tor di Quinto: Visita di Veltroni e card. Ruini

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La fede è fatta di scelte ma vive di gesti simbolici. Immaginiamo che Walter Veltroni, anziché suggerire o tollerare che la favela di Tor di Quinto fosse rasa al suolo, fosse andato a visitarla col cardinale vicario di Roma. Avrebbero dovuto parlare con chi ci abita, restarvi a dormire una notte, convocare le telecamere e dire agli italiani due cose da sindaco e da vescovo di Roma che i non-italiani sono tanti e saranno sempre di più e che è nostro preciso dovere garantire loro condizioni di vita dignitose; il sindaco di Roma si sarebbe impegnato a trovare quanto prima un lavoro, una casa e una scuola per tutti gli abitanti della baraccopoli;  il cardinale vicario avrebbe chiesto ai fedeli delle comunità cristiane (e religiose e... sono tante!) romane di accogliere tutti in casa loro.

Che senso ha occuparsi dei lontani in Africa e non delle migliaia di stranieri che vivono come bestie in baracche fatiscenti sparse per Roma? E che senso ha dirsi Chiesa se non si condivide e non si pratica l'accoglienza, la misericordia verso lo straniero?

La questione dei non-italiani è esemplare per molti motivi.Sta diventando la cartina di tornasole della nostra fede. La politica e la religione sono due aspetti di un medesimo progetto, cioè la convivenza umana. È ovvio che le leggi vanno rispettate, che la sicurezza va garantita perché è il fondamento della libertà e che chi sbaglia deve pagare. Ma il punto è questo: la questione sulla qualità della convivenza.

E la Chiesa di Roma, che presiede nella carità (Ignazio di Antiochia), tace e non si fa avanti.

Nel 2000, secondo uno studio condotto dal World Institute for Development Economics Research dell'Onu, l'1% degli adulti più ricchi del pianeta possedeva da solo il 40% della ricchezza mondiale e il 10% ne deteneva l'85%; al 50% più povero della popolazione adulta toccava invece l'1% della ricchezza globale. Questo è il nostro mondo. Che quella metà del mondo che possiede soltanto l'1% delle ricchezze, provi a spostarsi verso quell'area, abitata dal 10% della popolazione, dove si trova l'85% della ricchezza, è del tutto normale. Sarebbe strano che non accadesse. L'abbiamo fatto anche noi italiani partendo per l'America, per l'Australia, per il Belgio, per la Svizzera.

Quelli che vengono in Italia non sono "disperati": chi varca il mare o attraversa il deserto per cominciare una nuova vita è, al contrario, una persona piena di speranze, proprio come lo saremmo noi se potessimo salpare per un mondo migliore.

Che accoglienza diamo a queste donne e a questi uomini? La nostra ipocrisia è tanta.

Multiamo i lavavetri ma non riusciamo a stroncare il traffico di ragazze dell'Est o dell'Africa che vengono quotidianamente stuprate, percosse e uccise esclusivamente per il piacere consumato a buon prezzo lungo i nostri viali. Radiamo al suolo in diretta tv le capanne di lamiera e cartoni che hanno ospitato un presunto assassino, e non ci poniamo nemmeno il problema di come hanno vissuto finora i "vicini di casa" di Nicolae Romolus Mailat, e di come vivranno d'ora in poi. È questo che si vorrebbe da Walter Veltroni e dal cardinale vicario di Roma: un tentativo di accoglienza, di integrazione, di misericordia. E la Chiesa è lì per arrivare più lontano ancora della politica, là dove quest'ultima rincorre un consenso a buon mercato sulla pelle dei poveracci.

La Chiesa dà gloria a Dio con l'uomo vivente.



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