TEOLOGIE DELLA LIBERAZIONE IN CAMMINO
Questo Dossier si pone in continuazione della lettura degli elementi del “modello di missione” che emerge dalla teologia e dalla prassi missionaria di questi anni: Missione Oggi da oltre un anno li sta mensilmente presentando, a partire dall’opera di David Bosch, teologo sudafricano, “Transforming mission”.
Il Dossier parte dalla missione come contestualizzazione, quadro globale che comprende sia la teologia della liberazione, a cui è dedicata ampia parte del Dossier, sia l’inculturazione, a cui dedicheremo uno studio nei prossimi numeri.
LA TEOLOGIA DEL CONTESTO
Il termine “contestualizzazione” proviene dal mondo anglosassone e risale ai primi anni 70. Fin dagli inizi del cristianesimo il messaggio cristiano si è incarnato nella vita e nel mondo di chi l’ha accolto, ma solo recentemente si è preso coscienza del carattere essenzialmente “contestuale” della fede.
Presenteremo un breve cenno storico per cogliere come si è giunti alla teologia del contesto; possiamo però già notare che il passo decisivo – lo sfondamento, per dirla con Bosch - è avvenuto con il sorgere delle teologie del Terzo Mondo nelle loro diverse espressioni. Il fatto è stato percepito come un evento talmente innovativo che Segundo (1976) lo definisce “la liberazione della teologia”. Le teologie del contesto rappresentano un vero e proprio cambiamento di paradigma nel pensiero teologico. Esse si ritengono come una “rottura epistemologica”, un diverso metodo di conoscenza, nei confronti delle teologie tradizionali.
Tradizionalmente, almeno dal tempo di Costantino, la teologia era fatta dall’alto ed era un compito di pochi; la sua fonte principale – oltre la Scrittura e la tradizione – era la filosofia; il suo principale interlocutore era la persona colta non-credente. La teologia contestuale, invece, è la teologia “dal basso”, “dai sotterranei della storia”; la sua fonte principale – oltre la Scrittura e la tradizione – sono le scienze sociali e suoi interlocutori principali sono i poveri e gli emarginati.
Un altro aspetto importante della nuova epistemologia è l’accento messo sulla priorità della prassi. La teologia, afferma Gutierrez, è “una riflessione critica sulla prassi cristiana alla luce della Parola di Dio”, o “una riflessione critica sulla Parola di Dio ricevuta nella chiesa”.
Sergio Torres spiega così la differenza nei confronti dell’epistemologia tradizionale: “Il metodo tradizionale della conoscenza considera la verità come conformità della mente ad un dato oggetto; è un frutto dell’influenza greca sulla tradizione filosofica occidentale. Questo concetto di verità non fa che confermare e legittimare il mondo così com’è. Ma c’è un altro modo, dialettico, di conoscere la verità: in questo caso il mondo non è un oggetto statico, a cui la mente si confronta per comprenderlo; è , invece, un progetto incompiuto, in costruzione. La conoscenza non è la conformità della mente al dato, ma l’immersione nel processo di trasformazione e di costruzione di un nuovo mondo”.
LA TEOLOGIA DELLA LIBERAZIONE
Il Dossier è così strutturato: due articoli sono sulla “teologia del contesto”; il primo è espositivo mentre l’altro offre alcuni spunti per una lettura critica, sottolineando i valori e richiamando l’attenzione sui rischi da evitare.
Alla “teologia della liberazione” sono dedicati gli altri tre articoli, seguendo lo stesso schema: esposizione e apporto critico, preceduto da un’interessante precisazione sulla specificità di questa teologia nei confronti di altre teologie e ideologie.
Molte sono le luci che, ci auguriamo, rallegreranno i lettori di queste pagine: ne segnaliamo tre, con le parole che David Bosch stesso pone al termine della sua analisi sulla teologia della liberazione:
- l’invito a superare ogni forma di dualismo;
- la spinta che dalla coscienza escatologica deriva per l’impegno nella storia e il coinvolgimento con i poveri;
- la situazione di cammino in cui sono situate le teologie della liberazione
- e le intere nostre esistenze:
“Dobbiamo voltare decisamente le spalle al nostro pensare dualista, che pone in alternativa il corpo e l’anima, la società e la chiesa, le realtà finali e il presente; e riaccendere una fede che abbraccia tutto, riscoprire una speranza e amore nel finale trionfo definitivo di Dio, che getta i suoi raggi dentro il nostro presente…”.
“La teologia della liberazione è spesso fraintesa, attaccata, schernita.
Un esempio di incomprensione è stata “l’Istruzione su alcuni aspetti della teologia della liberazione” del 1984, diretta particolarmente contro Leonardo Boff. In queste pagine non ho voluto abbellire la teologia della liberazione; ho semplicemente cercato di mostrare che questo movimento, nonostante le sue pecche, rappresenta ‘una nuova tappa, strettamente legata alle precedenti, nella riflessione teologica che ha avuto inizio con la tradizione apostolica’ (Giov. Paolo II, lettera ai vescovi brasiliani, aprile ’86). Il papa l’ha bene espresso: non si tratta di una “nuova teologia”, ma di una “nuova tappa” teologica, che come tale si pone, nello stesso tempo, in continuità e in discontinuità con il modo di fare teologia delle epoche precedenti. Non è un capriccio, ma un serio tentativo di far sì che la fede sia significativa nell’epoca postmoderna. È per questo che la teologia della liberazione non sarà mai un prodotto finito.
Ad ogni tappa ‘dobbiamo affinare, migliorare e forse anche correggere le formulazioni precedenti, se vogliamo usare un linguaggio che sia comprensibile e fedele sia al messaggio cristiano che alla realtà che stiamo vivendo’ (Gutierrez)”.






