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Sergio Méndez Arceo, Precursore del Concilio in Messico

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“Patriarca dell’America latina” è forse il titolo più adeguato alla personalità di mons. Sergio Méndez Arceo (1907-1992), vescovo di Cuernavaca (1952-1983), poiché evoca una profonda paternità spirituale e un’autorità morale riconosciute su scala continentale, a livello ecclesiale (Chiesa cattolica); ma altri gliene sono stati dati, per la sua opera in campo ecumenico, culturale, politico, sociale, ecc.

ALL’INIZIO DEL CELAM

L’intensa e atipica attività di Sergio Méndez attraverso “la grande patria iberoamericana”, come lui stesso era solito ripetere evocando il sogno bolivariano, iniziò con la partecipazione alla I Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano (Rio de Janeiro 1955) in qualità di relatore, nominato da Pio XII, sul tema “La cultura cattolica in America latina”. Era allora un uomo erudito, “ortodosso” e perciò affidabile per l’istituzione ecclesiastica in un’epoca visceralmente anticomunista, antiprotestante, antiliberale. Frutto principale di Rio de Janeiro fu la creazione del Consiglio episcopale latinoamericano (Celam), di cui fu vicepresidente (1955- 1962) e poi presidente (1962-1966) mons. Manuel Larraín, vescovo di Talca (Cile). A questi – considerato “il padre di Medellín” per aver avuto l’idea della II Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano, avviandone l’organizzazione, ma senza portarla a termine, a causa della morte improvvisa nel 1966 per incidente stradale – fu molto vicino Méndez, collaborando dal 1955 alla fine degli anni ’60 con i diversi dipartimenti, soprattutto quello dei laici, e dirigendo la Pastorale degli intellettuali e indipendenti. Larraín visitava spesso Cuernavaca agli inizi del Centro internazionale di formazione (Cif), diretto da Ivan Illich. Quando cominciarono le pressioni del Vaticano sul Cif e su Illich, il vescovo di Talca si consultava normalmente con Méndez, prima di discutere con la Congregazione per la dottrina della fede.

ESCLUSO DA MEDELLÍN

Man mano, però, che Méndez, stimolato anche dal clima del Concilio, si impegnava in ricerche e prospettive nuove, il suo rapporto col Celam diventava più critico e si riducevano gli spazi della sua partecipazione ufficiale. Avrebbe desiderato partecipare a Medellín almeno come osservatore, ma il presidente del Celam, mons. Avelar Brandão, arcivescovo di Teresina e poi primate del Brasile, non gli permise di entrare nel luogo dove si svolgeva la conferenza, sostenendo che era stata respinta un’analoga richiesta dell’arcivescovo brasiliano “lefevriano” Geraldo Proença Sigaud. Da allora colse ogni occasione per condividere le proprie idee, soprattutto quando il Celam passò in mano a chi ne voleva rovesciare gli orientamenti e impegni. Partecipò a tutte le riunioni non ufficiali, che cercavano di offrire spazi di riflessione in linea con Medellín.

C’era al famoso Incontro pastorale latinoamericano di Riobamba (Ecuador), interrotto dalla polizia militare, che arrestò tutti i partecipanti (compreso chi scrive), accusandoli di voler rovesciare i governi dell’America latina, all’epoca (agosto 1976) quasi tutti militari. Alla III Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano (Puebla 1979) capeggiò un gruppo di esperti latinoamericani che funsero da équipe esterna, al servizio dei vescovi che ne facevano richiesta. Questo gruppo continuò a riunirsi, col nome di Corpo consultivo, fino alla sua morte, nel 1992, mettendo a punto analisi delle diverse situazioni dell’America latina con l’intento di offrire proposte di riflessione e azione ecclesiale.

LA PRESENZA MESSICANA PIÙ SIGNIFICATIVA AL CONCILIO

Durante il Concilio, viste le limitate prospettive teologiche e pastorali dell’episcopato messicano, era solito partecipare alle riunioni dei vescovi brasiliani e cileni, all’epoca quelli più aperti. Lì consolidò amicizie con vescovi che sarebbero stati figure di primo piano nel Celam. La sua partecipazione al Concilio deve molto all’attività precedentemente svolta nella realtà latinoamericana, ma fu anche tra i protagonisti della recezione del medesimo Concilio nella Chiesa latinoamericana. Fin dagli anni ’50, infatti, Cuernavaca era un’importante sede di congressi e incontri di natura socio-sindacale, ecumenica, sia per la sua vicinanza alla capitale, Città del Messico, sia per il suo clima eccezionale, che le è valso il titolo di “città dell’eterna primavera”. Tutto ciò, avvalorato dal suo spirito di dialogo e di apertura, hanno fatto di Méndez un vescovo capace di riverberare sui lavori del Concilio una visione culturale dall’orizzonte universale.

RINNOVAMENTO LITURGICO

Basandomi sulle mie conversazioni con Méndez, realizzate dal 1962 fino alla sua morte, posso dire che la sua evoluzione pastorale (da un esordio di episcopato conservatore, puritano) cominciò in campo liturgico, grazie all’esperienza dell’abbazia benedettina di Cuernavaca, sorta alla metà degli anni ’50, con la pionieristica figura dell’abate Gregorio Lemercier, di origine belga, grande rinnovatore della liturgia, sul piano rituale e architettonico, e nella formazione monastica, accompagnata dalla psicoanalisi (il che lo condurrà a conflitti col Vaticano e al successivo abbandono della vita religiosa). Già nel 1955 Méndez trasformò la sua cattedrale dal punto di vista architettonico affinché rispondesse a una liturgia più partecipata e cristocentrica, superando la precedente cultura religiosa di molteplici devozioni e altrettanti altari e immagini. Egli trasmise questo rinnovamento liturgico e teologico nella discussione circa la costituzione conciliare sulla liturgia.

UNA CHIESA CHE SI FA DIALOGO

Altra area di interesse fu l’ecumenismo, al cui servizio Méndez mise la sua ricca esperienza di incontri interconfessionali nei pressi Cuernavaca, a Oaxtepec, sede dai primi anni ’60 di convegni ecumenici. Sul rapporto con l’ebraismo, constatando la permanenza nei fedeli di un certo atteggiamento antisemita, il vescovo messicano interviene il 6 dicembre 1962 interrogandosi sull’atteggiamento della Chiesa nei confronti dei figli di Abramo (cfr. Acta Synodalia I/4, p. 340). Méndez offrì al Concilio soprattutto un contributo in termini di preoccupazioni ed esperienze di dialogo con ideologie e soggetti considerati ostili alla Chiesa, come i massoni e i marxisti, insistendo che il Concilio non avrebbe dovuto condannarle, ma dialogare con quanti vi aderivano, in vista del rispetto reciproco e del riconoscimento di valori comuni come l’umanesimo e la giustizia.

DALLA PARTE DEI POVERI E DELLA LIBERAZIONE

La presenza a Cuernavaca dall’inizio degli anni ’60 di personalità della vita politica, sindacale, accademica, ecc., molti dei quali socialisti e marxisti, permise a Méndez, attraverso il dialogo con loro, di contribuire creativamente alla discussione e all’elaborazione della costituzione pastorale Gaudium et spessulla Chiesa nel mondo contemporaneo, e, in seguito, di suscitare in molti non credenti l’interesse per quel volto di Chiesa schierata al fianco delle grandi cause latinoamericane, soprattutto dei poveri e della loro liberazione.



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