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CONVEGNO 2000 - INTERVENTI M.O.

Chi rappresentiamo? stiamo legittimando il potere dominante? I nostri fratelli del Sud del mondo ci chiedono con insistenza di fare la nostra parte.

Nel volantino del nostro invito abbiamo richiamato come nel convegno del 1997 fosse emersa la necessità non solo di far conoscere le diverse forme di “resistenza” (tanto al Nord quanto al Sud del mondo), ma soprattutto di “far emergere ciò che esse hanno in comune, il progetto di una società diversa che le unisce, fondato su criteri altri rispetto al sistema dominante”. In questi anni abbiamo cercato di presentare vari frammenti di realtà che rispondono a questa esigenza.

In vari incontri di quest’anno, è emerso, infatti, che sull’analisi della situazione attuale siamo più o meno tutti d’accordo; il problema si complica quando si pensa a costruire, cioè alle alternative per un mondo più giusto. Le proposte si muovono secondo due linee: una di “resistenza” al modello dominante e un’altra di “desistenza”, concetto che identifica non una mera opposizione, ma un cammino di costruzione. Quando si vuole costruire è importante definire chiaramente qual è l’obbiettivo che si vuole raggiungere. È sufficiente dire una società altra, o si deve invece identificare anche quale società altra si propone? Già a questo livello nascono dei problemi, in quanto la “società altra” non è la stessa per tutti coloro che non accettano l’attuale.

Alcuni ritengono che basti apportare delle modifiche all’attuale società, altri, invece ritengono debba essere veramente “altra”. I sostenitori della prima tesi parlano di umanizzare la mondializzazione, introducendo qualche correttivo. Gli altri, invece, ritengono che bisogna costruire un’altra mondializzazione (partendo dal basso, dal Sud del mondo), in quanto quella attuale, altamente selettiva, sta provocando aumento di diseguaglianze a scala planetaria, riduzione della democrazia, incremento della povertà e danni irreparabili all’ambiente, minando la possibilità di sopravvivenza delle generazioni future.

È in un tale contesto che si rende necessaria molta attenzione da parte della società civile, alla quale appartengono tanto i sostenitori della prima tesi (l’umanizzazione), quanto quelli della seconda. Il potere (finanziario, economico, politico, informativo, religioso) conosce bene la frammentazione della società civile e tende ad evidenziare quello che la divide e a nascondere quello che la unisce. Perciò le forze dominanti cercheranno di coinvolgere alcuni gruppi della società civile (quelli più vicini al loro punto di vista) per ottenere legittimazione, e contemporaneamente screditeranno quelli che operano per un cambiamento degli assetti di potere. Ecco allora la necessità che ciascuno (singolo o gruppo) prenda sul serio le critiche e si interroghi. Chi rappresentiamo? stiamo legittimando il potere dominante? filtriamo le voci di altri popoli, impedendo loro di esprimersi autenticamente?

Farci interpellare dai drammi del nostro tempo non è un optional, ciascuno deve fare la sua parte, sia a livello individuale che a livello collettivo, assumendo le proprie responsabilità: tutti siamo parte di un certo modello, ingranaggi di un sistema, e ciascuno è responsabile del suo cambiamento.

I nostri fratelli del Sud del mondo ci chiedono con insistenza di fare la nostra parte, di prendere posizione, di schierarci, di far pressione contro chi detiene il potere anche grazie alla nostra connivenza e non è per nulla intenzionato a fare cambiamenti.

Con questo mio intervento ho solo voluto toccare alcuni punti dei problemi che intendiamo continuare a portare avanti nella rivista.



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