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Papa Francesco ha sbloccato la causa di beatificazione di mons. Romero. Sebbene considerato il martire per eccellenza della Chiesa dei poveri e della teologia della liberazione, a Roma la causa s’era inceppata, per il presunto orientamento politico dell’arcivescovo salvadoregno, mentre le Chiese anglicana, luterana e vetero-cattolica da tempo lo commemorano come martire.

Uomo della tradizione, poco incline all’intervento in campo sociale e politico, ad un certo punto, grazie agli eventi ecclesiali del Concilio (1962- 1965) e della Conferenza di Medellín (1968), Romero si sente interpellato dalle condizioni di vita dei salvadoregni.

Soprattutto nei tre anni come arcivescovo di San Salvador, sente più forte il grido del suo popolo e a questi presta la propria voce.

Si schiera così, sempre più fermamente, dalla parte dei poveri, dei desaparecidos, convinto che i valori evangelici vadano incarnati e non solo annunciati, come recitano queste sue gravi parole: “Una religione fatta di messa domenicale, ma con settimane ingiuste, non piace al Signore. Una religione fatta di molte preghiere, ma con ipocrisie nel cuore, non è cristiana. Una Chiesa che si stabilisse solo per star bene, per avere molto denaro, molte comodità, ma che dimenticasse di protestare contro le ingiustizie, non sarebbe la vera Chiesa del nostro divino Redentore”.

Proprio per le sue denunce dell’ingiustizia, Romero è accusato, anche da alcuni suoi confratelli vescovi, di essere un estremista, un sovversivo, e di fomentare la violenza.

Nello stesso tempo, non schierandosi neppure con le organizzazioni rivoluzionarie, viene severamente criticato anche dai gruppi più radicali. In realtà l’arcivescovo non si ispira ad alcuna dottrina politica, ma semplicemente al Vangelo, reso più eloquente dai documenti del Vaticano II e di Medellín. E, pur potendo fuggire all’estero, come da più parti gli viene proposto, resta accanto al suo popolo, pastore fedele di un gregge dilaniato dalla violenza. Colpito al cuore da un colpo d’arma da fuoco il 24 marzo 1980, mentre celebra la messa, muore poco dopo in ospedale.

Così viene spenta la voce che nel paese denuncia senza paura violenze, sequestri, omicidi, indicando responsabilità e complicità.

Oggi, più che la testimonianza rilasciata nel 2010 dal capitano Álvaro Rafael Saravia, l’unico condannato per il suo omicidio – il quale ha ribadito che Romero fu “ucciso in odio alla fede” –, a rilanciarne la figura è proprio papa Francesco, che in un’altra “fine del mondo” latinoamericana, l’Argentina, si è lasciato educare dal suo popolo adottando uno stile pastorale in sintonia con alcune delle intuizioni più importanti dell’arcivescovo martire:

  • l’invito a coniugare l’ascolto della parola di Dio con la storia;
  • l’opzione preferenziale per i poveri;
  • il rifiuto di ogni forma di violenza e l’indicazione della nonviolenza come via per risolvere i problemi del proprio paese e del mondo;
  • l’adesione al progetto di Gesù di Nazaret e all’insegnamento della Chiesa (Sentir con la Iglesia era il motto episcopale di Romero) contro ogni tentazione di autoreferenzialità e di compromesso con la mondanità.

Padre Bartolomeo Sorge, che ha conosciuto personalmente Romero durante la Conferenza di Puebla (1979), ha evidenziato come queste intuizioni fossero tutte contenute nell’ultima omelia dell’arcivescovo, il suo testamento spirituale: “Amare Dio sopra ogni cosa (primero Dios) e amarci gli uni gli altri come Cristo ha amato noi, fino a dare la vita per i fratelli”.

Che altro occorre, si chiedeva Sorge nel 25° della morte, per riconoscere la santità di un eroico pastore che il popolo già acclama San Romero de las Américas?



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