SAHARA OCCIDENTALE / ULTIMA COLONIA AFRICANA
Dopo 29 anni di cessate il fuoco, l’esercito del Marocco ha rotto il 13 novembre la tregua col Fronte Polisario, invadendo la striscia di deserto al confine con la Mauritania, nella località di Gueguerat, per cacciare i civili sahrawi. Da settimane protestavano contro la pretesa di Rabat di controllare il passaggio nella “zona tampone”, che l’accordo successivo a quello di pace del 1991 ha smilitarizzato. Il Polisario ha risposto con la mobilitazione generale, attaccando in più punti il “muro della vergogna”, come lo chiamano i sahrawi, costruito negli anni ’80 dal Marocco per difendersi dalla resistenza armata sahrawi, che taglia in due il paese da nord a sud.
I MOLTI PARADOSSI DEL SAHRAWI
Per comprendere le ragioni profonde del risorgere del conflitto armato è utile consultare la mappa Onu dei paesi non ancora decolonizzati. C’è un’unica macchia bianca in Africa, quella con i confini del Sahara Occidentale, iscritto fin dal 1963 come “territorio non autonomo”.
La Spagna, potenza colonizzatrice abbandona la sua colonia dopo averla ceduta nel novembre 1975, con un accordo non riconosciuto da alcuna istanza internazionale, a Marocco e Mauritania, che la invadono bombardandola e occupandola parzialmente. La Mauritania si ritira poco dopo di fronte alla resistenza armata dei sahrawi sotto la direzione del Polisario, il movimento di liberazione nazionale fondato nel 1973.
A causa della guerra di aggressione una parte della popolazione sahrawi è allora costretta a riparare nella vicina Algeria, nei pressi di Tindouf, dove sorgono agglomerati di rifugiati, interamente autogestiti. Il paradosso del Sahara Occidentale è che l’ultima colonia africana è colonizzata, per tre quarti, da un altro paese africano, il Marocco, e che entrambi fanno parte dell’Ua (Unione africana). Il Polisario infatti proclama il 27 febbraio 1976, al momento della partenza definitiva degli spagnoli, la Rasd (Repubblica Araba Sahrawi Democratica), riconosciuta da decine di paesi nel mondo. Il paese si è dotato di una Costituzione, un parlamento, un governo e un presidente, Brahim Ghali, che è anche segretario generale del Polisario.
L’Onu non ha mai riconosciuto l’occupazione marocchina, e ha intrapreso un lungo lavoro diplomatico che porta Polisario e Marocco a un cessate il fuoco a partire dal settembre 1991, sulla base di un piano approvato dal Consiglio di Sicurezza, e all’invio di una missione di caschi blu (Minurso) col compito di sorvegliare la tregua e organizzare il referendum di autodeterminazione. L’identificazione degli aventi diritto al voto, durata ben sei anni, si arena davanti al rigetto di Rabat della lista stabilita dall’Onu. Da vent’anni il piano di pace è interrotto.
UNA COLONIA DEL MAROCCO
Il Marocco, rinnegando il precedente accordo, intende discutere solo di “autonomia” del territorio, ridotto a provincia del Regno, e rifiuta qualsiasi ipotesi di indipendenza. Nel frattempo conduce una decisa politica di occupazione, con l’annessione formale della colonia, con l’invio di numerosissimi coloni che oggi fanno dei sahrawi una minoranza nella propria terra, e l’urbanizzazione di un paese prima abitato soprattutto da nomadi. Edifica nuove infrastrutture, come strade e porti, per favorire lo sfruttamento delle risorse naturali: fosfati, pesca e agricoltura.
La colonizzazione è anche sul piano simbolico: la narrazione parla del Sahara Occidentale come “storicamente” facente parte del Regno (una fake newsgià smentita nel 1975 dalla Corte penale internazionale dell’Aia a cui proprio Rabat era ricorso), la carta ufficiale del Marocco include tutto il Sahara Occidentale. Il mancato riconoscimento internazionale dell’occupazione è surrogato da accordi con imprese straniere per investire nei territori occupati, dall’apertura, a partire dallo scorso anno, di “Consolati” di alcuni Stati africani e non (Emirati Arabi Uniti) nelle due principali città sahrawi occupate, El Aiun e Dakhla, o dal passaggio di rally internazionali. Persino i veicoli della Minurso, che sorvegliano la tregua nella parte occupata, sono obbligati a portare targhe marocchine, senza che l’Onu sia mai riuscita a imporre la legalità.
LO SFRUTTAMENTO DELLE RISORSE NATURALI
Il Marocco ha fatto della propria colonia un terreno di sfruttamento delle risorse naturali, soprattutto fosfati (miniera a cielo aperto di Bou Craa) e produzione ittica. La facciata atlantica del Sahara Occidentale è infatti una delle più pescose dell’Africa, ed è sfruttata anche da pescherecci europei grazie agli accordi di pesca con l’Ue. Il Polisario conduce dal 2012 una resistenza sul piano giuridico ricorrendo al Tribunale e alla Corte dell’Ue per l’annullare gli accordi economici, in materia di pesca, agricoltura e commercio, nella parte che comprende il Sahara Occidentale e le sue acque. Tali istituzioni riconoscono che il Sahara Occidentale non fa parte del Marocco, ma l’Ue continua a ignorare tali sentenze.
Il Polisario e alcune Ong hanno attaccato in giudizio singoli paesi o armatori, ottenendo talvolta il sequestro delle merci. L’azione intelligente e capillare di resistenza non basta però a fermare lo sfruttamento dei territori occupati.
I DIVERSI FRONTI DELLA LOTTA DI LIBERAZIONE
In tutti questi anni il Polisario, senza abbandonare le armi, continua la lotta di liberazione nazionale su diversi fronti. In primo luogo rimane fedele al principio di autodeterminazione che, seppur reiterato dall’Onu, non si è ancora concretizzato. I sahrawi accusano ormai apertamente l’Onu di non avere la volontà di far rispettare le sue stesse risoluzioni, come mostra anche la vicenda di Guerguerat.
La Francia è la principale alleata del Marocco e, forte del potere di veto, impedisce ogni concreta iniziativa per l’autodeterminazione. La principale funzione dell’Onu si è ridotta, fino alla rottura della tregua, a far rispettare il cessate il fuoco con una scandalosa singolarità: la missione dei caschi blu è l’unica, tra quelle in attività, che non comprende la salvaguardia dei diritti umani, un’estensione che trova il veto indecente, anche in questo caso, di Parigi. La Minurso viene così rinnovata di anno in anno, l’ultima volta a fine ottobre per altri dodici mesi, senza vedere rafforzato il proprio mandato.
LA QUESTIONE DEI DIRITTI UMANI
In queste condizioni, i diritti umani sono il terreno obbligato di resistenza. Nei territori occupati, i sahrawi sono infatti soggetti ad una repressione feroce e a un’aperta discriminazione. Così, dopo l’attacco a Guerguerat, le forze dell’ordine marocchine hanno imperversato contro i difensori dei diritti umani e gli attivisti nei media. I sahrawi non godono di alcuna libertà di espressione e organizzazione, ogni protesta è sistematicamente repressa con la violenza. I difensori dei diritti umani sono arrestati, torturati, condannati a lunghe detenzioni con processi iniqui. Nei territori occupati, Rabat impedisce l’ingresso di osservatori internazionali indipendenti, e persino di parlamentari europei, il colmo per un paese cui l’Ue concede uno statusprivilegiato nel quadro dei rapporti euromediterranei.
Le denunce delle organizzazioni sahrawi e internazionali per la difesa dei diritti umani vengono ignorate e la monarchia marocchina continua a godere di un’immeritata reputazione. Ai sahrawi che vivono nei territori occupati appare sempre più chiara l’esigenza di legare il rispetto dei diritti umani all’autodeterminazione e alla fine dell’occupazione. Non a caso l’ultima iniziativa, la creazione in settembre di un’Isacom (Istanza sahrawi contro l’occupazione marocchina) su impulso delle maggiori figure della resistenza, è immediatamente messa in condizione di non operare. Va peraltro ricordato che è proprio nel Sahara Occidentale occupato, a Gdeim Izik, che nell’ottobre 2010 è nata la prima manifestazione di massa per la dignità, seguita poi dalle tante rivolte popolari nei paesi arabi, a cominciare dalla Tunisia.
UN PRESIDIO DELLA LEGALITÀ INTERNAZIONALE
Nei territori liberati, a est del “muro della vergogna”, vivono soprattutto nomadi. Il pieno sviluppo del territorio è condizionato dalle limitate risorse della Rasd, dalla presenza di numerosi campi minati, dalla situazione dei paesi vicini, Mauritania, Algeria e lo stesso Marocco, dove sono presenti formazioni terroristiche che possono infiltrarsi in un una regione totalmente deserta. Il Polisario mantiene nei territori liberati il proprio esercito di liberazione nazionale, che ha risposto all’invasione della zona di Guerguerat. La Rasd ha edificato sedi delle proprie istituzioni, come il parlamento, oltre a scuole, ospedali, pozzi per la popolazione nomade, e i primi nuclei urbani.
Da parte del Polisario e della popolazione sahrawi è forte la proiezione simbolica sui territori liberati. Vi si svolgono regolarmente marce di protesta lungo il “muro della vergogna”, i congressi del Polisario, visite di delegazioni straniere. Malgrado tutti i mezzi messi in campo dal Marocco, nell’indifferenza, quando non con l’aperta connivenza, della comunità internazionale, la resistenza che il popolo sahrawi conduce ininterrottamente da quasi mezzo secolo appare non solo eroica, ma come presidio della legalità internazionale in una regione tra le più tormentate dell’Africa.







