S.O.S. DALLA COLOMBIA: PANDEMIA, VIOLENZE E DISTRUZIONE DEL CREATO
Diverse pandemie hanno castigato la Colombia nel 2020. Per evidenziare la complessa situazione del paese, conviene tracciare un quadro cronologico degli eventi dell’ultimo decennio, che aiuta a far luce sull’intreccio tra emergenza sanitaria, impennata della violenza e brusca frenata del processo di pace.
Nel 2011 si ratifica la Legge delle vittime; nel 2012 iniziano i dialoghi di pace tra governo e Farc-Ep (Forze armate rivoluzionarie della Colombia-Esercito del popolo) a Oslo; nel 2015 il presidente del Venezuela Maduro chiude la frontiera con la Colombia. Nel 2016 il Parlamento ratifica l’Accordo di pace tra governo e Farc-Ep, in sei punti: 1) riforma agraria integrale; 2) partecipazione politica degli ex Farc; 3) fine del conflitto armato; 4) soluzione per le coltivazioni illecite; 5) giustizia di transizione per le vittime; 6) ratifica, attuazione e verifica dell’Accordo. Nel 2017 viene approvata la Nuova Legge sulla questione agraria; nel 2018 Iván Duque diventa presidente; nel 2019 il governo sospende il dialogo di pace con la guerriglia dell’Eln (Esercito di liberazione nazionale); nel marzo 2020 il governo decreta l’emergenza sanitaria e il lockdown a causa della pandemia da Covid-19. L’11 agosto 2020 la Corte Suprema delibera gli arresti domiciliari, per frode processuale, per l’ex presidente Alvaro Uribe; nello stesso mese di agosto hanno luogo otto massacri di giovani contadini e indigeni. Da questo rapido elenco, si può evincere che la Colombia, pur disponendo di strumenti giuridici e politici adatti alle attuali emergenze della sanità, della pace e dell’ambiente, sembra sbandare pericolosamente.
LA PANDEMIA
La sanità in Colombia è stata privatizzata con la Legge 100 del 1993. È gestita da una galassia di Eps (Empresas prestadoras de salud), che operano un vero sciacallaggio del budget del Ministero della Sanità e dei ticket complementari che ogni cittadino deve pagare per averne accesso. Il Sistema sanitario pubblico è la parte minore della macchina della sanità e, quindi, non è in grado di affrontare le dimensioni dell’attuale pandemia. Per fortuna, la decisione del lockdown, obbligatorio e generale, ha aiutato ad attutire la crisi. Il lockdown più lungo del mondo (circa 6 mesi) ha permesso alla Colombia di avere un numero relativamente basso di decessi rispetto ai casi di positivi, grazie all’aumento dei posti di terapia intensiva (da 5345 a marzo ai 10mila attuali, per una popolazione di circa 50 milioni di abitanti). In ogni modo, a Bogotá, Cali, Medellín, Barranquilla e Cartagena, si è arrivati a un passo dal collasso sanitario. Gli scienziati prevedono che settembre sarà il mese della discesa della curva epidemiologica e, quindi, si potrà potenziare la riapertura delle attività economiche. Comunque, secondo la Cepal (Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi), l’Fmi e la Banca Mondiale, la pandemia taglierà 6,5 punti percentuali del Pil dell’anno in corso.
LE VIOLENZE
All’inizio del lockdown c’è stata una sensibile riduzione della violenza. Tuttavia, man mano che lo si prorogava, si verificava un’impennata di ogni tipo di violenza: da quella della delinquenza comune a quella di genere, da quella dei narcotrafficanti a quella dei terroristi, fino a quella dello Stato. Il 2019 si era già chiuso con un bilancio pesante di massacri di leader sociali e difensori dei diritti umani, soprattutto in relazione alla Legge delle vittime, alla Legge agraria e al punto 1 dell’Accordo. Secondo il rapporto dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (febbraio 2020), nel 2019 ci sono state circa 350 vittime direttamente legate a tali leggi. Dall’Accordo a oggi sono stati massacrati circa 1000 leader sociali. Il rapporto evidenzia la persistenza dei massacri come modus operandi dei gruppi violenti. Tra le vittime del 2019, secondo il rapporto Global Witness 2020 – che vede la Colombia al primo posto tra i paesi in cui si massacra questa categoria di persone – ci sono anche 64 difensori del diritto alla terra e all’ambiente.
Di modo che il 2020 ha già superato tale nefasto bilancio, raggiungendo il picco delle vittime proprio nel mese di agosto, con nove massacri e una media di sei vittime ogni volta. Gli ultimi bersagli sono stati giovani studenti e contadini, leader indigeni e sociali, nelle zone di frontiera con l’Ecuador e il Venezuela. Il governo si limita a fare analisi, attribuendo tali azioni ai dissidenti delle Farc, all’Eln, alle Bacrim (Bande criminali), che si disputano l’estrazione illegale dei minerali e i corridoi del narcotraffico verso l’Oceano Pacifico e il Venezuela; e liquidando i massacri con un generico “regolamento di conti” tra bande criminali. Inoltre, si sta facendo strada la strategia del “capro espiatorio”, che attribuisce buona parte dei guai ai migranti venezuelani.
La missione Onu, che verifica l’Accordo, il 17 agosto ha denunciato 33 massacri, con 119 morti, prevalentemente giovani contadini. Tuttavia, nella settimana dal 17 al 24 agosto si sono verificati altri sei massacri nei Dipartimenti di Nariño, Cauca, Arauca, Norte Santander e Antioquia, con 36 morti. In totale, finora nel 2020 ci sono stati 39 massacri, con 145 morti. A questi si devono aggiungere i massacri di singole persone che, secondo le Ong, ammonterebbero a circa 130.
IL CREATO
Il Rapporto Global Witness 2020 circa i massacri dei difensori del diritto alla terra e all’ambiente durante
il 2019, elenca 3 paesi dell’area panamazzonica tra i primi sette per numero di morti: Colombia, Brasile e Venezuela. Le vittime sono per lo più indigeni.
Tra i primi dieci paesi, ben sette sono dell’America latina. Uccidere i difensori del creato è uccidere il creato stesso! Nel 2019, la Colombia ha bruciato e deforestato 75mila ettari nell’area amazzonica. Inoltre, il Parlamento colombiano sta approvando l’uso del glifosato contro le coltivazioni di coca, già proibito nel 2015, in quanto nocivo alle persone e all’ambiente. I popoli indigeni, gli ambientalisti e vasti settori della Chiesa si sono opposti.
PROCESSO DI PACE
Il governo ha ammesso il grave ritardo nell’attuazione dell’Accordo soprattutto circa il punto 1 (riforma agraria integrale). La restituzione delle terre alle vittime è minima. Inoltre, nel progetto di Legge finanziaria 2021 c’è una riduzione del budget pari al 15 per cento per ognuna delle due principali agenzie interessate: l’Agenzia nazionale della terra e l’Agenzia di sviluppo rurale, create nel 2017 dopo l’Accordo. Quindi, l’attuazione dell’Accordo, prevista tra il 2017 e il 2032 avrà bisogno di almeno altri dieci anni con budget inferiori al previsto. Ciò nonostante, il governo ostenta tranquillità, perché immagina che i soldi verranno dalla cooperazione internazionale. Ciò dimostra una grave irresponsabilità, soprattutto in tempo di pandemia, che ridurrà la disponibilità dell’aiuto allo sviluppo.
In questo quadro va compresa la recente denuncia dell’arcivescovo di Cali, mons. Dario Monsalve, che parla di “vendetta genocida contro l’Accordo di pace con le Farc e il dialogo con l’Eln”. Tale denuncia ha diviso la Conferenza episcopale colombiana e il Vaticano, perché la Nunziatura di Bogotá ha criticato l’arcivescovo, mentre il segretario generale del Dicastero per lo sviluppo umano integrale del Vaticano, mons. Bruno Duffé, l’ha difeso in nome di papa Francesco.
Inoltre, l’arcivescovo di Popayán, mons. Iván Marín, e i cinque vescovi della Regione (Enrique Prado, José Grisales, Orlando Olave, Carlos Correa, Oscar Múnera) il 18 agosto hanno pubblicato un comunicato congiunto denunciando i recenti massacri nel Sud Ovest del paese e chiamando il governo ad assumere le proprie responsabilità quale garante della pace fra i cittadini.
Spaventata dalle pandemie, la colomba della pace sembra allontanarsi dalla Colombia!







