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RIVOLTELLA SUL GARDA / UNA PARROCCHIA TRA LE CASE IN TEMPO DI PANDEMIA

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Quando la pandemia diventa un’occasione di trasformazione missionaria della pastorale ordinaria. Padre Gianni Brentegani racconta la sua esperienza pastorale nella parrocchia di S. Biagio di Rivoltella del Garda, provincia di Brescia e Diocesi di Verona, in tempo di covid-19.

Durante il lockdown, dal 23 febbraio al 4 maggio 2020, mentre venivano sospese tutte le attività pastorali, anche la nostra parrocchia ha vissuto lo shock dell’interruzione delle celebrazioni liturgiche, della catechesi e delle varie iniziative dell’oratorio, quelle sportive incluse. Insomma, tutto bloccato!  Le chiese erano aperte solo per occasionali visite personali. Privati com’erano di uno dei punti fondamentali d’aggregazione, i parrocchiani hanno vissuto momenti di solitudine, dispersione e disorientamento.

CHIESA IN USCITA

In questo tempo di confinamento noi presbiteri – don Alberto Giusti, parroco, don Luca Mazzi, co-parroco, e il sottoscritto, collaboratore – celebravamo l’eucaristia insieme alle religiose residenti in parrocchia, senza la presenza – fisica – del popolo di Dio. Ma se la chiesa-edificio era vuota, non altrettanto la comunità parrocchiale che, decentrata nelle case, riscopriva la preghiera tra le mura domestiche. Molte famiglie hanno seguito l’eucaristia via streaming. Vari parrocchiani hanno comunicato con i loro pastori via social, soprattutto i più colpiti dal coronavirus. C’erano poi i messaggi per i giovani e le telefonate personali, che hanno mantenuto vivo quel legame spirituale che edifica la comunità cristiana. 

Ma noi pastori sentivamo che, per fare comunità, non bastava interfacciarsi digitalmente con le persone; nemmeno essere presenti “spiritualmente”. Per fare chiesa, era necessario incontrarsi realmente, pregare insieme, dialogare in presenza. Così durante il lockdown ha preso forma l’idea che, appena possibile, noi pastori saremmo stati più prossimi alla gente, anche per testimoniare più visibilmente quella “Chiesa in uscita” di cui papa Francesco si è fatto promotore con le sue parole e con i suoi gesti. Da qui è nata l’iniziativa di essere parrocchia vicino alla gente, “tra le case”, proprio come suggerisce l’etimologia di “parrocchia”, dal greco paroikìa.

TRA LE CASE

Così, in collaborazione con il Comune di Desenzano, abbiamo pensato di sfruttare le molte aree pubbliche del territorio, per farne dei centri d’incontro, scambio, condivisione, con tutte le persone che desideravano partecipare, cristiani e non. L’iniziativa si è realizzata concretamente nella seconda metà di luglio e ha interessato 14 aree pubbliche. L’incontro avveniva alla sera, ogni volta in un luogo diverso, organizzato come una celebrazione informale, dialogata, di reciproco ascolto. La preghiera era ispirata al brano del Vangelo di Marco, la tempesta sedata (Mc 4,35-41), valorizzando alcuni commenti dell’indimenticabile celebrazione di papa Francesco del 27 marzo sera in una Piazza San Pietro deserta, mentre diluviava. 

La considerazione che la pandemia ci ha fatto sentire “tutti sulla stessa barca”, in un mare in tempesta, ci ha aiutato a riscoprire la necessità di remare insieme nella stessa direzione, superando l’individualismo imperante. Oltre a riflettere sulla sofferenza provocata dalla “tempesta” del coronavirus, partendo da chi è stato colpito personalmente o attraverso qualche famigliare, abbiamo invitato i partecipanti a discernere cosa ci ha insegnato questo tempo e cosa ci ha riscaldato il cuore, facendoci magari riscoprire attitudini, stili di vita e valori dimenticati. La riflessione si è poi allargata al mondo, per verificare se eravamo o meno “tutti sulla stessa barca”, capaci di ascoltare il “grido dei poveri e della terra”. Ne è uscita una nuova consapevolezza circa il nostro stile di vita precedente, che non era così attento alle ingiustizie globali e alle malattie del pianeta Terra. Ma anche circa una nuova visione, più ecologica e solidale, del mondo che esige uno stile di vita più sostenibile, sobrio, condiviso con le situazioni di necessità, vicine e lontane. 

La preghiera terminava di solito con un sentimento di fiducia che sulla barca c’era anche Gesù, che “dormiva” è vero, ma solo perché voleva essere svegliato da noi. La fiducia riposta in Gesù, infatti, non ci dispensa dal reagire in mezzo a tanta turbolenza, con la nostra volontà e intelligenza. Basta essere consapevoli che da soli non possiamo nulla, con lui presente invece possiamo tutto. Alla fine di ogni incontro i partecipanti ricevevano due “segni”: un portachiavi in forma di barca con la scritta “siamo tutti sulla stessa barca”; un dépliant con suggerimenti e idee su quattro punti: solidarietà, sostenibilità, attenzione al vicinato, un’esperienza più famigliare di Chiesa. 

L’ASSENZA DEI GIOVANI

Il coinvolgimento negli incontri è stato a partecipazione variabile. Più partecipati sono stati gli incontri in centro, meno quelli in periferia, abitata da molte famiglie nuove, venute da fuori. Gli interventi sono stati ovunque profondi e sentiti. La gente esprimeva soddisfazione per la prossimità dei propri pastori. Generalmente apprezzata come iniziativa, essa però ha messo a nudo l’assenza dei giovani. Questo ha spinto noi pastori a cercare nuove vie e modalità per incontrarli, nuovi linguaggi per intercettarli, senza aspettarli in chiesa, ma andando loro incontro, nei loro luoghi, dove condividono la gioia di stare insieme e potrebbero, perché no, scoprire la possibilità d’incontrare il volto di Gesù Cristo e il suo Vangelo.

LA CRISI COME OPPORTUNITÀ

La pandemia è stata – e continua ad essere purtroppo, in Italia e nel mondo – una tragedia che ha sorpreso tutti e ha messo in crisi molte istituzioni, il loro consueto modo di operare, svelandone fragilità e contraddizioni. Questo vale anche per l’istituzione Chiesa. La dimensione creativa della fede, però, ci dovrebbe insegnare che ogni crisi, per quanto tragica, può essere volta al bene, come ci ha più volte ricordato durante la pandemia papa Francesco. Questo ci dovrebbe spingere a mettere in cantiere presenze pastorali e ministeriali nuove, ripartendo da ciò che è essenziale, centrale, nella vita cristiana, cioè un Dio che si è fatto uomo in Gesù Cristo (mistero dell’incarnazione), morendo e risorgendo per noi (mistero pasquale). Più che di nuove attività pastorali, in quest’ora di crisi sentiamo il bisogno di una relazione più profonda e intima con Gesù Cristo, con le sue parole e i suoi gesti e sentimenti, per sentirlo talmente presente nella nostra vita da saperla organizzare con lui. Solo la riscoperta di questa relazione profonda con lui ci permetterà di resistere ad ogni tentativo di manipolazione e di semplificazione nel mare in tempesta.

UN NUOVO PARADIGMA PASTORALE?

Ogni momento della nostra vita di fede, personale e comunitaria, è legato al mistero pasquale, di morte e risurrezione, di Gesù Cristo. Ecco forse il paradigma pastorale, antico eppure sempre nuovo, che ci può orientare in questo tempo di crisi, di confusione, d’incertezza, di ricerca di senso di ciò che è successo e delle sue ricadute, anche nella vita della Chiesa. Questo mistero di morte e di resurrezione, di cui la Chiesa deve essere testimone, ci offre l’opportunità di non ritornare semplicemente alla normalità di prima, ma di incamminarci su nuovi sentieri pastorali e ministeriali, più obbedienti alle pulsioni dello Spirito Santo che alle sicurezze e abitudini del passato.



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