RITO GHE’EZ / QUESTIONE APERTA
Nella prima metà del XIX secolo, la Santa Sede, nel contesto di nuove aperture politiche dell’Etiopia verso l’Occidente, istituì due circoscrizioni ecclesiastiche missionarie: la Prefettura apostolica dell’Abissinia nel 1839 – Vicariato dal 1846 – affidata ai missionari lazzaristi, con a capo Giustino de Jacobis, e il Vicariato apostolico dei Galla (Oromo) istituito nel 1846 e affidato a Guglielmo Massaja e confratelli cappuccini. La questione del rito liturgico ghe’ez, conoscerà così una fase del tutto nuova. Le due circoscrizioni erano abitate da popolazioni con caratteristiche etnico-religiose nettamente diverse: l’Abissinia, nel Nord, popolata da genti di lingua semitica, era il nerbo del cristianesimo ortodosso, mentre il territorio Oromo, nel Sud, era formato da popolazioni cuscitiche e omotiche, seguaci di religioni tradizionali africane o dell’islam.
Della massima importanza era perciò l’interrogativo: quale rito liturgico per i convertiti provenienti dalle due realtà etno-culturali-religiose?
UN RITO GHE’EZ CATTOLICO NEL NORD ETIOPIA
L’indirizzo impresso dalla S. Sede al Vicariato apostolico dell’Abissinia nel momento della sua istituzione fu decisamente a favore delle plurisecolari tradizioni proprie del nord Etiopia. Uno fra i privilegi concessi dalla Santa Sede nel 1850 autorizzava il vicario apostolico e i suoi missionari a celebrare le funzioni in rito ghe’ez e a usare pane fermentato per l’Eucarestia, secondo l’uso delle chiese orientali. Fedele a questo indirizzo, il lazzarista Giustino de Jacobis, vicario apostolico dell’Abissinia, impostò la sua azione missionaria su due pilastri: lo sviluppo del clero nativo, di cui fu eccellente formatore, e l’adozione del rito ghe’ez.
L’implementazione di questo rito fu tuttavia condizionata da due problemi: l’errata persuasione dei primi missionari che in Etiopia non esistesse alcun rituale dei sacramenti tranne quello del battesimo, e la convinzione che il messale etiopico abbisognasse di una scrupolosa depurazione da ogni traccia di eresia.
Di conseguenza invalse l’uso del rito ghe’ez per il battesimo e per la messa, con l’ordinario e un’anafora corretti dallo stesso de Jacobis . Per gli altri sacramenti ci si avvalse del rituale latino tradotto in ghe’ez. La prassi impostata da de Jacobis fu seguita anche dai suoi successori. Una netta inversione di marcia venne tentata invece successivamente con l’introduzione dell’uso del latino nella messa quotidiana recitata (a porte schiuse, per evitare lo scandalo agli ortodossi), del pane azzimo, della conservazione del Santissimo Sacramento e della distribuzione della Comunione sotto una sola specie.
UNA SOLUZIONE IMPRATICABILE
L’arrivo della comunità italiana, in seguito alla colonizzazione dell’Eritrea (1 gennaio 1890), rendeva la soluzione della questione particolarmente urgente. Per questo motivo, nel febbraio 1895, Propaganda Fide decideva di far adottare “con molta cautela e prudenza” il rito latino con i relativi libri liturgici tradotti in ghe’ez, per uso sia nel Vicariato sia nella Prefettura.
La decisione fu trasmessa al nuovo prefetto apostolico dell’Eritrea, p. Michele da Carbonara, con il tassativo ordine di provvedere quam primum alla traduzione dei libri liturgici latini. P. Michele, che pur aveva i suoi pregiudizi nei riguardi del rito ghe’ez, che considerava inferiore al rito latino (si veda per esempio la sua iniziale intenzione, presto rientrata, di eliminare il ghe’ez dal curriculum seminaristico di Cheren), comprese che la soluzione proposta sarebbe stata del tutto impraticabile per l’apostolato missionario.
In attesa di una riposta da Roma, in Eritrea prevalsero tre differenti prassi liturgiche: rito latino nei centri con una considerevole presenza italiana (Assab, Massawa, Asmara), rito latino e rito ghe’ez alternativamente in due importanti centri (Cheren ed Akrur) e, infine, solo rito ghe’ez nei villaggi serviti da sacerdoti nativi, i quali usavano il messale ghe’ez per l’ Eucarestia e il rituale latino tradotto in ghe’ez per gli altri sacramenti.
LA DENUNCIA DELLE MANIPOLAZIONI DEI TESTI LITURGICI
Nel 1910, dopo una lunga e ripetuta consultazione del Vicario dell’Abissinia e del Prefetto dell’Eritrea sulla traduzione dei libri liturgici latini, venne pubblicato in Vaticano solo il rituale latino tradotto in ghe’ez, mentre la traduzione del messale fu definitivamente accantonata. I sacerdoti cominciarono a usare, con qualche difficoltà iniziale, il rituale romano dei sacramenti in traduzione ghe’ez approvato dalla Congregazione.
Per la messa usavano, invece, il messale fatto stampare da mons. Crouzet (Vicario apostolico dell’Abissinia nel periodo 1888-1894) a Cheren nel 1890. Tuttavia, l’invecchiamento e l’esaurimento delle copie rendevano urgente una nuova edizione, con le revisioni che si fossero rese necessarie. Propaganda Fide concesse l’autorizzazione a provvedervi e l’autorizzazione alla stampa del messale ad Asmara, avvenuta nel 1913. Solo poco prima della pubblicazione del messale, si levò, per iniziativa propria, la voce di Abba Tkelemariam Semharay, sacerdote eritreo, superiore dell’ospizio cattolico di Gerusalemme nonché competente autore di vari studi sul rito ghe’ez.
In una lettera a Propaganda Fide, premessa una circostanziata denuncia dell’esorbitante confusione che regnava nel Vicariato in materia liturgica, criticò l’uso del rituale latino dei sacramenti in lingua ghe’ez e le mutilazioni e manipolazioni nel messale del 1890; chiese la restituzione al clero degli antichi e autentici testi del messale e del rituale, realmente esistenti; deplorò la divisione del clero locale a causa di una confusa triplice forma di prassi liturgica; denunciò l’aprirsi di un varco verso l’abolizione del rito ghe’ez e richiamò il rischio, per la Chiesa, di fare la fine della missione dei gesuiti nel XVII secolo.
CONCLUSIONE DI UN PERCORSO ORMAI IRREVERSIBILE
Nonostante il plauso del monaco benedettino francese Emanuel Velat, insigne studioso della liturgia e della letteratura etiopica, i superiori ecclesiastici del Vicariato dell’Eritrea e della Prefettura del Tigray giudicarono il sacerdote e il suo intervento molto negativamente. In ogni caso, la pubblicazione, avvenuta qualche mese dopo, della nuova edizione del messale – sia pure con tutti i limiti e i difetti da lui denunciati – segnava il raggiungimento di un traguardo ormai irreversibile per la Chiesa cattolica nel Nord: la salvezza del rito ghe’ez, merito in buona parte delle obiezioni sollevate da Michele da Carbonara e delle denuncie di Teklemariam Semharay.
La costituzione della gerarchia autoctona, con la nomina nel 1930 di Mons. Chidanemariam Cassà a primo “Ordinario per gli indigeni di rito etiopico dell’Eritrea”, avrebbe costituito il punto d’arrivo di un tortuoso e periglioso cammino storico durato ben cinque secoli! Oggi, nel territorio dell’antico Vicariato apostolico dell’Abissinia, con l’aggiunta di due giurisdizioni ritagliate dall’ex Vicariato apostolico dei Galla, esiste una provincia ecclesiastica che consiste in un’arcieparchia (Addis Abeba) e in sei eparchie suffraganee.
Qui, l’identificazione delle Chiese locali con il rito ghe’ez, almeno a cominciare da un secolo fa (1913-2013), è ormai fuori discussione.
Rimane da compiere un attento ed equilibrato lavoro di ulteriore “delatinizzazione”, dopo decenni d’interferenze di prassi liturgiche e devozionali occidentali. Nel Sud Etiopia, dove al Vicariato dei Galla sono subentrati otto vicariati apostolici e una prefettura, la storia è ben diversa.
AL SUD, VERSO UN PIÙ “COMPLETO RITO LATINO”
Alla base del problema stava il fatto che qui, a differenza del Nord, i missionari si trovavano a operare in partibus infidelium: gli Oromo e gli altri popoli del sud Etiopia erano seguaci di religioni tradizionali africane o dell’islam. D’altra parte, la consistente presenza di estesi gruppi di tali popoli, specialmente gli Oromo, nel territorio di tradizione cristiana (l’Abissinia) e viceversa, rendeva estremamente problematica la scelta di un rito. Anche se – va precisato – il rito latino fu quello effettivamente e costantemente usato nel Vicariato, fino ai nostri giorni.
Alla luce della riscoperta e rivalorizzazione dei riti orientali da parte dei romani pontefici nel corso del XX secolo, culminati nel Vaticano II, tutto avrebbe fatto prevedere una continuità del massajano “rito latino modificato in direzione del rito ghe’ez” fino alla completa sostituzione del primo con il secondo. In realtà, da alcuni decenni si è imboccata una strada diametralmente opposta: un rito latino in cammino verso un più puro rito latino. A giustificazione di questa drastica e arrischiata scelta, si adduce l’estraneità degli Oromo e degli altri popoli del sud Etiopia alla tradizione cristiano-abissina del Nord. L’argomento è fallace sotto vari aspetti. Storicamente, i contatti fra il Sud-sudovest e la cristiana Abissinia sono di secoli più antichi dell’arrivo dei missionari occidentali in quelle regioni.
Ernest Suttner ha scritto in proposito: “È semplicemente ridicolo pensare che la lingua ghe’ez, la cultura e il rito etiopico, siano estranee ai fedeli del Vicariato Apostolico dei Galla più di quanto lo siano le forme di pietà prettamente occidentali”. Risultato di questa situazione è, oggi, la convivenza tutt’altro che idilliaca di due comunità ecclesiali cattoliche in Etiopia: una seguace del rito ghe’ez, l’altra del rito latino. Questo stato di cose ha dato adito fin dal secondo dopoguerra a un contrasto fra i missionari operanti nell’ex Vicariato apostolico dei Galla e il clero nativo dell’ex Vicariato apostolico dell’Abissinia, il quale ha articolato le sue preoccupazioni in una serie di appelli nel corso dell’ultimo cinquantennio.
NUMEROSI APPELLI INASCOLTATI
Nel 1958, il Consiglio amministrativo dell’Azione Cattolica Etiopica, in un memorandum indirizzato a Pio XII, deplorava il fatto che “Il rito ghe’ez sia ammesso solo nel Tigray, mentre nel resto del paese si segue il rito latino” e concludeva con la richiesta di “decidere a che tutti i missionari residenti in Etiopia, memori di trovarsi in un paese con un’antica tradizione cristiana, si conformino al rito etiopico”.
Nel 1960, in una lettera al Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, il medesimo consiglio amministrativo ribadiva l’esigenza che venissero revocate tutte le disposizioni emanate per favorire l’adattamento al rito latino, affinché, nell’interesse dell’unità della Chiesa cattolica etiopica, venissero rispettati dai missionari tutti gli usi e le tradizioni.
Nel 1980 un gruppo di rappresentanti del clero nativo si rivolse alla Conferenza Episcopale Etiopica, denunciando che: “Molti missionari venuti in questo paese trattano l’Etiopia come se fosse un paese pagano e, di conseguenza, hanno tentato ripetutamente di mutare il suo rito liturgico, le sue tradizioni e la sua cultura a favore della liturgia latina […]. Così hanno creato divisione fra due popoli fratelli…” Nella sua risposta la Conferenza Episcopale chiese che, lentamente e progressivamente, tutto fosse indirizzato verso un unico rito (ghe’ez). Di fatto non avvenne mai nulla di quanto auspicato.
L’ESIGENZA DI UN LAVORO DI RICERCA FILOLOGICA E STORICA
L’ultimo intervento risale all’8 dicembre 1992 ed è un memorandum di sacerdoti e religiosi etiopici indirizzato al card. Achille Silvestrini, allora prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali.
Si tratta di una vigorosa protesta contro “la flagrante violazione dei diritti umani fondamentali, una coercizione morale, un totale disprezzo per le culture locali e per le altre tradizioni cristiane […], un modo per perpetuare l’aspirazione di espandere il rito latino in Etiopia.” In materia di riforma del rito ghe’ez occorre guardarsi, contemporaneamente, da un roccioso conservativismo (archeologismo liturgico!) e da pericolose fughe in vanti, così come dalla smaniosa fretta di aggiornare i libri liturgici senza passare attraverso il lungo e paziente lavoro di ricerca euristica, filologica e storica sulle fonti.
Il pericolo di fronte al quale si trovano i missionari è reale: la tentazione di riportare le lancette della storia indietro di cinquecento anni (la tragica esperienza dei gesuiti!), come se nel frattempo non ci fosse stato un faticosissimo cammino inculturativo nelle Chiese locali già formate, viventi nello stesso territorio, e, soprattutto, come se nel frattempo non fosse intervenuto il Concilio Vaticano II con le sue straordinarie e profetiche intuizioni e aperture ecumeniche e interculturali.







