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RIPENSARE LA CHIESA LOCALE ANCHE POLITICAMENTE

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In Indonesia siamo alla vigilia di un anno politicamente importante: in febbraio ci saranno le elezioni presidenziali. Una sfida anche per la Chiesa cattolica, che non può avere una posizione “apolitica”. A proposito, il teologo gesuita brasiliano João B. Libanio distingueva tra politica in senso stretto e in senso lato. La prima è direttamente correlata ai “partiti politici” e al governo; la seconda ai servizi pubblici che rispondono a bisogni fondamentali della vita umana: a livello culturale, educativo, sociale, economico ecc. Per cui, ci sono attività “apartitiche” – mai apolitiche – che hanno una grande valenza politica, come quelle sindacali, che rivendicano salari equi, o quelle volte alla difesa dei diritti umani. Quindi la politica è una dimensione fondamentale della vita umana, che non può lasciar indifferente la Chiesa.

Tra gli evangelisti, Luca è forse il più consapevole della sincronia tra storia e politica, fin dall’inizio del suo Vangelo. Le vicende di Gesù, da lui narrate, si collocano, infatti, all’interno di una rete di poteri interconnessi: il governo imperiale di Roma, il potere amministrativo della Provincia, i governanti locali con i loro rapporti di parentela e con i leader religiosi di Gerusalemme (cfr. Lc 3,1-2). Ma anche gli altri evangelisti sono coscienti dell’esistenza di una cospirazione tra il governatore romano, Ponzio Pilato, e l’aristocrazia dei capi dei sacerdoti nel processo e nella condanna a morte di Gesù. La sua crocifissione fu fortemente influenzata da fattori politici e religiosi. La concezione del potere dei primi cristiani era condizionata anche dall’annuncio dell’avvento imminente del regno di Dio. Questa fede “regnocentrica” di/in Gesù ha sviluppato nei primi cristiani uno stile di vita “rivoluzionario” per l’impero romano, relativizzandone e desacralizzandone il potere.

Secondo il Nuovo Testamento, i cristiani sono tenuti all’obbedienza all’autorità politica, ma devono la massima fedeltà solo a Dio. Sicché verrà il tempo in cui dovranno lottare contro governi totalitari, “satanici”. Lungo la sua storia, la Chiesa ha sempre vissuto la dialettica tra Rm 13, che concepisce il potere a servizio di Dio, e Ap 13, che vede nello Stato un mostro da distruggere. Di modo che i cristiani possono avere un reale amore patriottico, ma con riserva, perché, come recita la Lettera a Diogneto, “ogni terra straniera è patria per loro, mentre ogni patria è per essi terra straniera”. E ancora, continua la Lettera, i cristiani “obbediscono alle leggi stabilite, ma, con il loro modo di vivere, sono superiori alle leggi”. Per cui, come ha scritto e testimoniato fino al martirio il teologo luterano tedesco Dietrich Bonhoeffer, ci sono situazioni in cui il cristiano deve optare per la resistenza attiva.

Il processo di depoliticizzazione delle nostre azioni quotidiane, che separa il sociale dal politico, spesso sostiene politicamente uno status quo ingiusto. Infatti, secondo il teologo cattolico brasiliano Hugo Assmann, “ogni azione umana, anche la più privata, non ha solo un contenuto sociale, ma anche politico, perché connessa al cambiamento o al mantenimento della società”. Questo principio vale anche per la Chiesa locale che, se vuole essere tale, non può restare indifferente alla “politica”. Infatti, una Chiesa “apolitica”, come afferma il teologo gesuita dello Sri Lanka Aloysius Pieris, non può definirsi “locale” finché non si compromette con la vita reale della sua gente. Una Chiesa “apolitica” in realtà finisce per mantenere “politicamente” lo status quo perché, in un contesto di ingiustizia e corruzione istituzionale e strutturale, non parlare significa essere complici.



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