RIPARTIRE DA NAZARETH?
Oggi, dopo la drammatica esperienza della pandemia, mentre nel cuore dell’Europa vince l’immane violenza della guerra, osiamo chiederci se sapremo di nuovo, come umanità, ritrovare il cammino della cura, del dialogo e della pace, cioè dell’umanizzazione, come condizione imprescindibile per interrompere la spirale distruttiva che sta mettendo fine alla Terra e a coloro che l’abitano. Anche la Chiesa, dopo il deserto della pandemia, sembra non sapere dove andare e con chi camminare: come riempire il grande vuoto e i grandi silenzi della pandemia? come non essere complici della follia della guerra?
Come i discepoli di Emmaus, pieni di perplessità e incertezze, siamo tentati dal dubbio. Che cosa rimane di quel “forestiero” che si affianca e si fa compagno di strada? Dove andiamo e con chi riprendiamo la via del ritorno a Gerusalemme? Questo tempo di crisi è senz’altro duro da vivere, ma potrebbe anche essere un’opportunità per aprirci al futuro. Per non correre il rischio di accontentarci di sopravvivere, rimpiangendo tempi migliori, dobbiamo forse reimparare l’alfabeto delle cose semplici, essenziali, umane. Abbiamo troppa fretta – frenesia – di riprendere la corsa pastorale, le iniziative parrocchiali, diocesane, per riempire i vuoti e guadagnare visibilità sociale e digitale.
Per ricominciare davvero non dovremmo forse apprendere prima l’arte di un ascolto più radicale della Parola e dell’altro, capace di spogliarci delle nostre manie di grandezza pastorale e missionaria? È il monito che, in tempi non sospetti, Pierangelo Sequeri lanciava ad una Chiesa italiana alle prese con la nuova evangelizzazione, facendo tesoro della spiritualità di Nazareth di Charles de Foucauld: «Nazareth non è il “prologo” della vita pubblica, il semplice momento “preparatorio della missione” […]. Nazareth è il lavoro, la contiguità domestica del Figlio che si nutre per lunghissimi anni di ciò che sta a cuore all’abbà Dio (“non sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre mio?”: Lc 2,49). Identificazione di Dio che passa per lo più inosservata, e proprio perciò rivelazione clamorosa; presenza assolutamente discreta, proprio perciò miracolo dell’affectus Dei. Nazareth è già per il Figlio la kenosi lunghissima – una vita! – di una identificazione immemore di privilegi con l’umanità perduta e sperduta, irriconoscibile e dimenticata (Fil 2)» (Ripartire da Nazareth? Appunti su Charles de Foucauld e la nuova evangelizzazione, 1996).
Ma che cosa può portare di nuovo Nazareth in una Chiesa millenaria, che si sente in declino soprattutto là dove si percepiva più forte e sicura, più potente e compiuta? Nazareth significa ricominciare dall’essenziale, dalla Parola e dall’umano, risalendo con coraggio profetico la corrente delle incrostazioni di forme e sovrastrutture clericali troppo legate al potere e alla menzogna, all’apparenza e all’arroganza, alla mondanità e al servilismo. Insomma, Nazareth significa non rimanere prigionieri del passato, di un cristianesimo già compiuto, e guardare al futuro con speranza. “In realtà – scriveva il prete ortodosso Alexandre Men, ultima vittima del KGB nel 1990 – il cristianesimo non ha fatto che i suoi primi passi, passi timidi nella storia del genere umano. Molte parole di Cristo restano incomprensibili per noi […]. La storia del cristianesimo non fa che cominciare” (Le christianisme ne fait que commencer, 1996). È la sfida che papa Francesco ha lanciato a tutta la Chiesa, per ricominciare, impegnandosi nel cammino sinodale per la sua trasformazione missionaria.






