FRANCESCO E IL LUPO
Come vivere in modo evangelico e umano questo tempo di violenza e guerra? È la domanda cui tenta di rispondere in questa lettera-riflessione l’amico Giuseppe Morotti, già piccolo fratello del Vangelo di Charles de Foucauld in Iran ai confini con l’Iraq.
FRANCESCO E IL LUPO
GIUSEPPE MOROTTI
BOLZANO, 11 NOVEMBRE 2022
Si narra, nei “Fioretti” di San Francesco, che una volta giunto a Gubbio, il santo viene a sapere di un “lupo” che terrorizza gli abitanti. Francesco prende a cuore la situazione, si muove a compassione, adotta il famoso “I care” (mi sta a cuore) che don Milani aveva scritto sul frontale della sua scuola a Barbiana.
Francesco appartiene a quella categoria di santi che non sono tali solo per la loro ascesi, ma soprattutto per la loro “discesi” e cioè la capacità di scendere nelle profondità del dramma umano. Senza aspettare che il lupo si presenti, Francesco gli va incontro e lo cerca fin che lo trova. Lo affronta da solo, inerme. Non ha con sé né roncola né bastone, come ormai, terrorizzati, sono soliti portare con sé gli abitanti di Gubbio, quando escono dal paese. Al lupo che gli si fa incontro rabbioso, pieno di livore e risentimento, Francesco fa il segno della croce, ricordo dell’amore e del perdono di Gesù crocifisso nei confronti di coloro che gli stavano facendo del male. Poi si rivolge al lupo chiamandolo “fratello”, fratello lupo! Una vera pazzia pensano gli abitanti di Gubbio che osservano la scena dall’alto delle mura della città. Chiamare fratello quel lupo che non fa che violentare e uccidere? È la pazzia del Vangelo. Infatti, è proprio questo amore che si riversa su di lui inaspettatamente a innescare nel lupo il meccanismo della conversione. Il lupo, al sentirsi chiamare “fratello”, si placa, si ammansisce, si calma, si apre all’ascolto di Francesco.
Francesco, pur chiamandolo fratello e proprio perché lo considera come un fratello, non condivide affatto il comportamento del lupo. Non intende sminuire le sue responsabilità e scusarlo in qualche modo. La sua non è debolezza, leggerezza, perdonismo, cioè qualcosa di superficiale che lascia le cose come stanno, chiudendo gli occhi di fronte al male. Infatti, senza mezzi termini gli rimprovera tutti i suoi omicidi e malefici e gli ingiunge perfino che per i suoi atti sarebbe degno della forca come un inescusabile delinquente. Ma un delinquente – ed è questa la cosa straordinaria che Francesco vuol far percepire al lupo –, anche se delinquente, anzi proprio perché delinquente e ancor più perché delinquente, viene considerato e trattato come un fratello.
In questa pedagogia di autentica fraternità, Francesco fa un passo ulteriore. Dopo aver persuaso il lupo della gravità delle violenze compiute, preso da un impeto di realismo e concretezza, lo rassicura dicendo “io so bene che per fame tu hai fatto ogni male”. Parole che suonano anche come una prima accusa verso gli abitanti di Gubbio. Perché il lupo ha fame? Perché Gubbio ha lasciato che il lupo avesse fame? Non è sufficiente che il lupo sia convinto di peccato, è necessario che anche gli abitanti di Gubbio lo siano.
Dunque Francesco, tornando dentro le mura di Gubbio con il lupo ammansito, non si atteggia da pieno vincitore. Il problema non è risolto che a metà. Francesco accusa ora gli abitanti di Gubbio di essere stati anzitutto loro a provocare questa situazione: “Per i vostri peccati Dio ha permesso tutto questo”. La mancanza di giustizia, l’essersi allontanati da Dio, ha provocato tensione, frattura, segregazione e quindi violenza. È necessario quindi rimuovere le cause di segregazione e contrapposizione, che alla fine provocano violenza.
La violenza non è dunque solo quella del lupo, ma anche quella del popolo di Gubbio. Alla fine il grande miracolo di Francesco fu, sì, la conversione del lupo, ma anche di tutto popolo di Gubbio.







