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QUANDO L’ALTRO CI CAMBIA OVVERO LA BEATITUDINE DELL’INNAFFIATOIO INNAFFIATO

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Abbiamo ricevuto in redazione alcune belle testimonianze condivise nell’ultimo convegno del Ccit (Comité catholique International Tsiganes), a Split in Croazia. Il tema era centrato sulla "Missione come ritorno…”, molto in sintonia con gli ultimi articoli della nostra rubrica “Quale antropologia?”. Quella che pubblichiamo è la testimonianza di una laica, Nathalie Gadéa, sposata, teologa e presidente del Secours Catholique (Caritas) della Diocesi del Var (Francia).

NATHALIE GADÉA
SPLIT (CROAZIA), 25 GIUGNO 2019

La missione è indissociabile dall’incontro con l’altro, ne è la condizione stessa. […]

Per illustrare questa mia affermazione, rivisiterò alcuni momenti importanti che descrivono la mia amicizia con famiglie rom romene.

Devo confessare che apparentemente nulla mi aveva predestinato a frequentare questo mondo di precarietà […]. Però, spinta dal Vangelo sulla via della “diversità”, ho scoperto che l’alterità diventa “buona notizia” per chi pretende di avere l’esclusiva della “buona notizia”.

Impiegata presso Secours Catholique per accompagnare delle famiglie rom senza casa, un giorno ero in cerca di un appartamento per Joanna e i suoi genitori. Vedo la piccola Joanna, in pieno inverno, che riscalda le sue manine sul radiatore acceso mentre Tibi, il papà, con sguardo sognante, immagina già la sua famiglia con le chiavi in mano della casa. Pochi giorni dopo, però, arriva la risposta [negativa] del proprietario […]. Quando dò la notizia al papà, i singhiozzi mi bloccano la voce e le lacrime cominciano a scorrere. Riesco a vedere la massa grassa di Tibi, che si avvicina goffamente pronunciando parole per fermare le mie lacrime: “Perché piangi? Dai, non importa, viviamo in strada già da tre anni”. Il che raddoppia i miei singhiozzi lasciando Tibi totalmente impotente.

È il colmo, Tibi che cerca di consolarmi!

Non so ancora spiegarmi da dove […] venivano quelle lacrime: dalla rabbia provocatami da quel proprietario; dalla vergogna di aver lasciato Joanna sognare questo momento; dal fallimento e dall’insuccesso del mio tentativo. Senza dubbio da tutto questo insieme e forse da qualcosa di più ancora! Oggi, comunque, posso dire che sono state lacrime feconde.

Mi hanno fatto passare dall’atteggiamento di chi cerca di consolare a quello di chi “è consolata” in un gioco di “dare/ricevere”. […] Inoltre, ho imparato qualcosa anche dal fallimento della mia lotta con quel proprietario. Il suo rifiuto mi ha liberato dalla posizione di onnipotenza […]. Il mio temperamento, il mio carattere, la mia storia mi avevano spesso proiettata nell’immagine del cavaliere salvatore che sa in anticipo quello che è buono per l’altro. Immagine che riduce l’altro a una relazione di dipendenza [...], come oggetto e non soggetto della relazione.

Il giorno in cui una madre rom ha rifiutato la giacca a vento che le avevo offerto (probabilmente perché il colore o la forma non le andavano bene) ho capito che solo l’altro sa veramente cosa è buono per lui […]. Ripensandoci, questo rifiuto è stato un regalo per me! Ed è stata questa stessa Maria, che ha gentilmente rifiutato la mia giacca a vento, scolorita e vecchio stile, che, in occasione di un mio ricovero in clinica, mi ha portato un dolce impacchettato in una scatola con un bel nastro, lei che ogni sera aspettava la chiusura del panificio per recuperare pane e dolci invenduti.

È in questo scambio di “dare/ricevere” che si gioca l’autenticità dell’incontro tra chi dà e chi riceve (o non riceve) il dono. Chi dà? Chi riceve? Chi annuncia la buona notizia? Chi è evangelizzato? Entrambi, senza dubbio. L’umiltà è parte integrante del bagaglio di chi annuncia, perché l’annuncio è costellato di fallimenti, incomprensioni, goffaggini […]. Raramente il successo è fonte di crescita.

La maggior parte delle famiglie incontrate sono rumene, cattoliche e ortodosse, che in qualche caso hanno anche richiesto il battesimo per i loro figli. I genitori di Romulus, per esempio, pur non avendo mai messo piede in parrocchia, a causa della febbre del loro neonato hanno varcato la soglia. Nonostante la difficoltà della lingua e della preparazione, si arriva al giorno della celebrazione. L’inizio è epico. Mentre i membri della famiglia, tutti col vestito della domenica, attendono in chiesa, la madre rifiuta di entrare. Segue una lunga confabulazione col papà che cerca di domandare qualcosa in lingua franco-rumena. Per fortuna, mi torna in mente mia nonna che parlava della cerimonia della “purificazione” (relevailles) dopo i suoi parti, ma non saprò mai se la mia intuizione sia stata giusta. Fatto sta che il dialogo è continuato in francese tra me e il giovane prete colombiano. Lui stesso straniero e ignaro di questa pratica ancestrale europea, improvvisa alcune preghiere, ricopre con la stola la testa della mamma, che è visibilmente riconfortata e la celebrazione del battesimo può continuare. Romulus adesso è parte della famiglia cristiana. […] Missione apostolica compiuta!

Mi rivedo ancora a fotografare la mamma che firma il registro dei battesimi sull’altare. Mi ci sono voluti un paio di giorni per comprendere e ammirare questi genitori di rito orientale che per amore del loro bambino hanno accettato di entrare in chiesa, e addirittura di salire all’altare – per loro, luogo sacro per eccellenza –, per il bene del figlio […].

È con le famiglie rom che ho frequentato la scuola dell’umiltà. Mi hanno insegnato ad accogliere ciò che Dio vuole dirmi oggi. L’alterità è una ricchezza, un dono prezioso, che Dio mi offre per farmi crescere in umanità e, oso credere, anche in santità. […] Più siamo missionari [in ascolto dell’altro, del diverso] e più impariamo a divenire discepoli. In altre parole […] questa è la beatitudine dell’innaffiatoio innaffiato!



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