Israele: la voce della coscienza
Cresce la violenza della repressione, ma cresce anche la voce della coscienza di molti israeliani. Non possiamo lasciarli soli.
Stampa e Tv hanno dato un certo spazio alle dichiarazioni di disubbidienza dei riservisti israeliani: dei primi 150, almeno 43 sono ufficiali, con posizioni di comando tra i carristi, nel genio e anche nell’aviazione. Sostengono di essere scesi in campo per un’esigenza di carattere morale: non accettano di essere strumenti dell’occupazione militare e dell’oppressione del popolo palestinese.
“Ogni settimana, noi uccidiamo persone innocenti”, osserva uno di loro, Shammay Leibovitz, che ora rischia la sua carriera di avvocato.
Non sono casi isolati. Alle loro spalle c’è l’associazione Yesh Gvul, che opera dal 1982 e parla di oltre 2.500 israeliani, militari o riservisti, che durante la prima Intifada (1987-93) si rifiutarono di andare in Cisgiordania e Gaza. Il dibattito è approdato nella stessa radio delle forze armate, che con coraggio ha invitato i contestatori a esprimere le loro ragioni: “Il nostro scopo – hanno spiegato – è che ogni volta che il governo decide di radere al suolo un quartiere palestinese o di bombardare nelle vicinanze di una scuola, Sharon sappia che fra i militari ci sono altri ideali oltre a quello di obbedire agli ordini”.
Un’altra protesta è quella degli studenti di New Profile, che da un anno si oppongono all’occupazione militare dei Territori palestinesi: uno di loro, Leonid Krassner, è appena uscito da tre mesi e mezzo di carcere militare; un altro, Yair Hilu, nei giorni scorsi è stato condannato a un mese di reclusione per aver rifiutato il servizio di leva: “Non riesco a capire come la repressione della resistenza palestinese attraverso il terrore possa servire la nostra società”.
Ricordiamo anche i molteplici movimenti israeliani per la pace. Edward Said, sul settimanale americano The Nation del 4 febbraio, riporta nomi di giornalisti, professori universitari, scrittori. Sappiamo della delegazione dei 300 pacifisti israeliani che il 2 febbraio è andata ad incontrare Arafat. Sappiamo del Comitato israeliano contro la demolizione delle case, sceso a fianco dei palestinesi. La Coalizione israelo-palestinese per la pace ha firmato il 28 dicembre scorso, a Gerusalemme, un documento di intenti comuni, chiedendo la collaborazione dei propri cittadini e della comunità internazionale.
Tra le forme di sostegno, a partire dal novembre 2000 sono in atto delle missioni civili di pace, che da tutta Europa si recano ad incontrare rappresentanti della società civile palestinese e israeliana e a tessere relazioni. L’Italia ne ha già inviate oltre venti e si accinge a incrementarle.
- Per informazioni e iscrizioni: info@assopace.org
La speranza non è morta in Palestina.







