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QUANDO L’ALTRO CI CAMBIA / CONFESSIONI DI UN MISSIONARIO ANTROPOLOGO

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Non si può restare indenni dopo 33 anni in un paese, in un ambiente e in una cultura diversi dagli originari. Dei miei 65 anni di vita, 32 li ho passati in Italia e 33 in Africa, tra Ciad e Camerun. Sono arrivato fresco di ordinazione presbiterale, giovane, entusiasta. L’esperienza mi ha cambiato molto.

Sono italiano, profondamente sardo, anche se non malato di “sardismo”. Non ho mai considerato la Sardegna al centro del mondo, ma uno dei mondi possibili, quello in cui, per caso, sono nato. Questo mi ha aiutato a venire e stare in Africa, tra i masa, una delle tante popolazioni africane, quella nella quale, per caso – che per noi cristiani è la Provvidenza – sono caduto.

DALL’INNAMORAMENTO AL DISINCANTO

Se ripercorro questi 33 anni di Africa, mi accorgo dei cambiamenti avvenuti in me, nel modo di pensare e di agire. Dal primo “innamoramento”, quando tutto era bello, tutti erano buoni e tutto andava bene, al “disincanto”. In buona sostanza, dalla poesia alla prosa. Dal “tutto è bello e buono” al “c’è del bello e buono, ma anche del brutto e cattivo”. Insomma, dal sogno alla realtà. Non è facile dire cosa è cambiato in me. Dovrei sottomettermi ad una piccola psicanalisi. Posso comunque azzardare qualche riflessione, non senza timore.

LA FORTUNA DI AVERE UN MAESTRO

Come missionario sono arrivato, naturalmente, senza alcuna esperienza. Studi, certo, ma pratica zero. E per di più sono stato catapultato in un mondo che, se anche sognato, non avevo la minima idea di cosa fosse. Inoltre, la nostra comunità – siamo arrivati in tre in questa nuova missione del Ciad – si trovò dislocata in due residenze distanti 70 km; io ero da solo, e venivo raggiunto dagli altri due la domenica pomeriggio, per stare insieme lunedì e martedì. Ho avuto però la fortuna di avere qualcuno vicino – padre Jean Goulard, degli Oblati di Maria Immacolata –, che mi ha insegnato non solo la lingua masa, ma anche a conoscere e amare la popolazione in mezzo alla quale ero stato destinato a lavorare.

IL CONTATTO CON LA GENTE È EDUCATIVO

Venendo da un ambiente di paese agro-pastorale, non mi è stato difficile adattarmi all’ambiente. I primi anni li ho passati a girare per la savana, dormendo spesso nei villaggi, nelle case della gente, condividendo il magro cibo e la stuoia come materasso. Il contatto stretto con la gente è molto educativo. Mi ha fatto relativizzare molte cose. Per esempio il cibo. Ho capito quanto il buono o non buono sia per eccellenza un fatto culturale. La rana, che da noi in Sardegna non si mangia, per i masa è una leccornia. Riuscire a mangiarla e apprezzarla è un piccolo percorso di integrazione. I masa, a loro volta, non si sognerebbero mai di mangiare le lumache, squisite per noi sardi, anche se nella stagione delle piogge se ne trovano in abbondanza.

L’incontro con l’altro mi ha aiutato a relativizzare molte cose, a distinguere un “valore” da un “accidente”. Per esempio, mangiare proteine è un valore, meno ciò che le produce. Può essere una capra, una rana, una cavalletta, una termite... Questo ragionamento si può applicare a tante cose.

PER ESEMPIO CIRCA IL TEMPO

Noi occidentali nasciamo con l’orologio al polso. Già dai primi giorni anche le poppate sono scandite da orari precisi. Siamo costretti da piccoli a orari di ogni tipo, fino a quelli, per esempio a scuola, che ci dicono quando si può andare al gabinetto. E io, che per i lunghi anni di studio, son diventato, non dico maniaco, ma molto rigido e impaziente con i ritardi, son caduto in un ambiente dove l’orario è molto relativo. In un ambiente contadino, senza orologi e impegni pressanti, dove si dà l’orario alzando la mano e indicando vagamente una certa posizione del sole, la mia impazienza è stata costretta a trasformarsi in pazienza.

A volte in Italia la gente mi chiede: “A che ora celebrate la messa in Africa?”. L’unica risposta verosimile è: “Quando la gente è riunita”. Intanto che si aspetta si socializza. Non esiste la nostra fretta. Siccome a messa vengono, a piedi naturalmente, da più villaggi, è anche l’occasione per scambiarsi notizie, chiedere di parenti o amici... Come dicono gli africani: voi bianchi avete l’orologio, noi abbiamo il tempo. Un tempo a misura d’uomo, perché l’uomo è più importante del tempo. Per me è stata una conversione non facile, ma ormai acquisita.

CIRCA IL “MESTIERE” DI PRETE E MISSIONARIO

Anche qui ho dovuto relativizzare tante cose. Son stato in gioventù molto “contestatore”. Per esempio riguardo ai paramenti liturgici, alle processioni e altre manifestazioni religiose. Mi sembravano cose inutili, soldi buttati via. Anche a questo proposito l’incontro con la realtà africana mi ha cambiato tanto. Assistere per esempio alle cerimonie della religione tradizionale dei masa mi ha fatto scoprire che non esiste la religione come pura idea. Per incontrare l’invisibile, l’essere umano ha bisogno di segni visibili. Ecco che il “prete della terra”, quando fa i suoi sacrifici, usa un tono di voce che non è quello di tutti i giorni. Il “prete” dei musey, nel passato, quando gli uomini indossavano una semplice pelle di capra, al momento cruciale dell’offerta si scopriva i genitali, restando nudo davanti alla divinità. Inoltre, per la libagione di birra si usa una zucca nuova, mai usata prima, e soprattutto non decorata. Tutti dettagli che fanno capire che non si tratta di gesti profani, ma religiosi, di tentativi di comunicare con il divino.

Anche qui c’è tanto da relativizzare. Per esempio, nel nostro rito latino abbiamo codificato dei colori liturgici, ma nessuno pensa che quei colori sono culturalmente relativi. Qui da noi la gente distingue solo tre colori: bianco, nero (che ingloba blu e verde, viola e tutto ciò che è scuro) e rosso. Che la stola sia verde o violetta, qui non fa alcuna differenza. Inoltre, la simbologia è diversa. Il bianco qui è il colore della bontà (un uomo dal ventre bianco è buono), ma anche della morte. Il rosso non è il colore del sangue, ma della vita. Il nero è la cattiveria (chi ha il ventre nero è una persona cattiva).

CIRCA I SACRAMENTI

Un’altra cosa ha segnato abbastanza la mia esperienza missionaria: la scoperta che noi (cristiani) non abbiamo l’esclusività dei sacramenti. Sì, ci sono i sacramenti cristiani, dove opera lo Spirito Santo, ma la forma sacramentale è universale, probabilmente – penso io –, insita nella natura umana. Per esempio, in molte culture africane un bambino, quando nasce, è come un “animale” fino all’imposizione del nome, che lo fa diventare “umano”. Per questo ci vuole una cerimonia precisa, un rituale, che comporta gesti e parole. Fatto questo, e solo allora, il bambino appartiene anche al genere umano. Inoltre, il matrimonio è valido se si compiono i riti prescritti. Solo allora è indissolubile, tanto che alla morte di uno dei due coniugi, bisogna compiere un rito di separazione, altrimenti anche l’altro morirebbe per raggiungere il deceduto. E si potrebbe continuare.

Questa scoperta mi ha aiutato molto nella pastorale dei sacramenti. Come spiegare qualcosa che non esiste nella lingua masa, ma è praticamente presente? A partire dai loro “sacramenti”. Anzi, questa scoperta mi ha aiutato a capire più in profondità i sacramenti cristiani. E mi ha portato, da antropologo in teoria, a vivere questa antropologia.

UN ARRICCHIMENTO

Per finire, l’incontro con l’altro mi ha cambiato molto, in meglio. È stato un arricchimento, una crescita, che ha messo in discussione anzitutto me stesso, le mie idee, i miei comportamenti. Per questo si può e si deve dire, in un tempo e in un mondo in cui domina la paura dell’altro, che l’incontro con altri (mondi, culture, religioni) è una ricchezza, che spesso ignoriamo e snobbiamo. Peggio per noi!



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