PROGETTO di GEMELLAGGI, DIOCESI di BOLZANO
Durante il Convegno internazionale in memoria di mons. Proaño (Bolzano, 3-4 aprile), mons. Egger ha presentato la proposta da lui fatta alla diocesi due anni fa ed ora in fase di attuazione: ogni comunità (parrocchiale e non) entro il 2.000 stabilisca un gemellaggio con partner del Sud del mondo e dell’Est.
Vi presento le motivazioni del progetto, i vantaggi e gli effetti che spero si possano ottenere dalla sua attuazione.
Le motivazioni. Il gemellaggio è un modo di partecipare alla globalizzazione della società: un modo che rispetta l’identità dei popoli e delle comunità e che favorisce il dialogo. Lo considero anche una risposta alla richiesta di riduzione del debito estero: una risposta a livello locale, che permette delle forme di verifica e una certa trasparenza.
Il gemellaggio è anche una forma di partecipazione al cammino difficile dei popoli: è un’espressione dell’opzione per i poveri.
Nella nostra diocesi non abbiamo previsto per il 2000 nessun grande pellegrinaggio. Bisogna approfittare dell’occasione che ci dà questo progetto, che ci unisce al pellegrinaggio dei popoli. È nel senso di quanto dice il papa al n.51 di Tertio millennio adveniente. Un’altra motivazione è la solidarietà culturale. La nostra esperienza in Alto Adige dice che anche se si vive gli uni accanto agli altri, è sempre una gran fatica: occorre un grande lavoro culturale. Da noi, dopo tanti anni, adesso si vedono i frutti dell’impegno culturale.
I vantaggi. Il primo è che la proposta ha favorito l’elaborazione di un progetto e di una metodologia. È stato un lavoro utile a tutti, perché ha reso chiare le idee su cosa sia il gemellaggio. Inoltre, la condivisione del progetto favorisce la collaborazione anche da noi, per esempio tra parrocchie e la diocesi oppure tra diversi gruppi e associazioni.
Infine, il progetto condiviso è anche uno stimolo permanente.
Forse nel 2.000 non tutte le parrocchie avranno un gemellaggio; ma lo stimolo ripetuto parecchie volte farà sì che anche i progetti incompleti potranno progressivamente camminare: dalla semplice solidarietà di un aiuto dato, potranno giungere a costituire un gemellaggio vero e proprio.
Gli effetti. Il gemellaggio attualizza il progetto paolino di chiesa: in tutte le comunità di origine pagana che Paolo fonda, organizza una colletta davvero “globalizzata”, impegnandosi ad andare lui stesso a Gerusalemme per portarla. Non era una semplice raccolta di soldi per i poveri, ma un mezzo per esprimere la riconoscenza per il dono della fede arrivato da Gerusalemme. Questo, mi sembra, è un modello di gemellaggio, perché Paolo si rivolgeva alle comunità di origine pagana che avevano ricevuto il grande dono della fede da Gerusalemme.
Un altro effetto è il cambiamento dell’ottica.
In noi è radicata profondamente l’idea che noi ricchi dobbiamo dare ai poveri. È giusto, però penso che la prospettiva del gemellaggio potrebbe dirci che il mondo non è solo diviso in ricchi e poveri, ma tutte le persone e tutti i popoli hanno grandi ricchezze, a volte finanziarie ma a volte anche culturali e umane. Dobbiamo riuscire a dare a tutti i nostri progetti questa idea: gemellaggio vuol dire scambio di doni, non è un rapporto a senso unico. Siamo poco abituati a questo tipo di discorso. Da anni vado ripetendo, per esempio, che il dono dell’America latina alla chiesa è, secondo me, l’amore per la Parola. Un confratello brasiliano mi ha detto: più ancora della teologia della liberazione, ci sono i gruppi di base, c’è l’amore per la Parola di Dio. Difatti, in una delle mie Lettere pastorali ho voluto presentare anche il modo di lettura biblica dell’America latina. Un altro dono sono le comunità di base. Ne abbiamo anche noi, già dal Sinodo del 1970. Questo è un grande futuro per la nostra chiesa locale. Sì, bisogna “imparare” dall’America latina.
Il gemellaggio serve anche a conoscere delle persone impegnate. È importante, tra tante cose brutte che si sentono, conoscere delle persone impegnate, come mons. Proaño o altri pastori, uomini di Dio, che conosco in Brasile.
Il gemellaggio, inoltre, ci fa riflettere sui modelli e stili di vita. E, ancora, ci porta al rispetto per le culture degli altri popoli.
Occorre arrivare alla solidarietà anche dal punto di vista culturale, anche lo spirito ha i suoi diritti e le sue ragioni. È un fattore importante: solo se il cuore è riconosciuto, anche tutto il resto funziona.
WILHELM EGGER, vescovo di Bolzano-Bressanone.







