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Perché il linguaggio sia usato come ponte, non come clava

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Il fatto: il predicatore pontificio, padre Raniero Cantalamessa, durante una riflessione rivolta al Papa e alla Curia romana, ha avuto l’infelice idea di citare la lettera di un suo amico ebreo. L’autore della lettera esprime solidarietà al Papa per le recenti, insistenti accuse che gli vengono rivolte e, per dare più peso alla sua espressione di solidarietà, dice che lui e gli ebrei sanno bene che cosa significhi essere presi di mira con un giudizio di condanna pregiudiziale da parte di un’opinione pubblica (vedi antisemitismo).

Non so se la predica di padre Cantalamessa abbia commosso i curiali; certo ha avuto un’eco impressionante sui giornali e nell’opinione pubblica. Si sono scomodate anche autorità importanti al di qua e al di là dell’oceano per dire che il paragone tra le accuse al Papa e la Shoah è improprio; che anzi è un vero e proprio insulto “sia alle vittime degli abusi sessuali sia alle vittime della Shoah”. Tanto che il Papa “dovrebbe assumersi le sue responsabilità e chiedere scusa per questa analogia vergognosa”.

Padre Lombardi, direttore della Sala stampa del Vaticano, deve precisare che le parole di padre Cantalamessa non esprimono la linea seguita dalla Santa Sede; padre Cantalamessa deve chiedere ufficialmente scusa e notificare che il Papa non sapeva di quello che egli avrebbe detto nella sua predica.

Insomma, si è scatenata una tempesta furiosa. I problemi sono almeno due.

Uno riguarda la responsabilità di chi parla. È evidente che se padre Cantalamessa parla, parla con la sua autorità e con la sua responsabilità. Ci mancherebbe altro che il Papa dovesse sapere in anticipo quello che i predicatori gli dicono; e sarebbe addirittura comico se il Papa censurasse prima le esortazioni che gli verranno rivolte. D’altra parte non sarebbe auspicabile che padre Cantalamessa, quando fa una predica, dovesse pensare che le sue parole verranno prese come posizione ufficiale della Santa Sede e quindi dovesse misurare le parole come un diplomatico che sa di coinvolgere il governo del suo paese con le sue dichiarazioni. Il risultato sarebbe che gli unici discorsi fattibili dovrebbero corrispondere perfettamente alle veline di partito; immaginate che noia?

E soprattutto: immaginate che impoverimento nella formazione dell’opinione pubblica?

Il secondo problema è che quando si fa un paragone, non s’intende mettere sullo stesso piano le realtà che si confrontano. Il paragone illumina una realtà con un’altra che le assomiglia secondo un particolare punto di vista.

L’autore della lettera non voleva dire che gli attacchi contro il Papa sono del tutto uguali agli attacchi antisemiti (e tanto meno alla Shoah, che non veniva nemmeno nominata; solo uno stupido potrebbe dire questo!); voleva solo fare capire quanto profonda potesse essere la sua partecipazione alla sofferenza del Papa oggetto di accuse ingenerose e cattive. Una parafrasi corretta delle sue parole suonerebbe più o meno così: “So bene cosa significa sentirsi ingiustamente accusati perché, come ebreo, ho dovuto anch’io subire ignobili accuse da parte di ambienti antisemiti. Il Papa ha tutta la mia comprensione e il mio affetto”. Tutto qui; il che non parifica affatto le accuse al Papa con le accuse antisemite.

Chi non lo capisce, semplicemente non sa usare il linguaggio e pensa che le parole abbiano un significato e una portata diversa da quella che effettivamente hanno.

Questo secondo problema, a mio parere, è particolarmente grave perché colpisce il funzionamento del linguaggio e quindi dell’intelligenza e della convivenza umana. Se passa questo modo di usare il linguaggio, saremo costretti a non usare mai paragoni quando sono coinvolte realtà politicamente o culturalmente sensibili.

E gli esiti saranno inevitabilmente due: o diventeremo più stupidi – incapaci di usare il linguaggio in modo flessibile e quindi meno intelligenti, meno capaci di sentire ed esprimere sfumature di sentimenti; o diventeremo più aggressivi – se vedremo nell’uso del linguaggio da parte degli avversari una mancanza di delicatezza nei nostri confronti, anzi addirittura un assalto.

Il linguaggio finirà per essere usato come clava contro gli avversari anziché come ponte per unire posizioni lontane.



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