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Questo editoriale è un omaggio alla memoria di padre Francesco Marini, saveriano, già superiore generale, improvvisamente scomparso per malattia il 24 maggio scorso. Missionario in Indonesia, nel 2013 aveva partecipato al convegno della rivista con un contributo sull’essere cristiani in Asia (cfr. “Missione Oggi” agosto-sett. 2013). Alla fine del medesimo anno ci aveva inviato una riflessione sulla missione oggi, poi pubblicata su “Ad Gentes” (La “purificazione della memoria”: 2013/2, pp. 213-222), da cui abbiamo stralciato questi paragrafi.

Oggi abbiamo la possibilità di una prassi missionaria diversa. Ci sono alcuni fatti nuovi che rendono possibile una maggiore fedeltà (evangelica). Dal punto di vista politico: l’indipendenza di molti paesi, realizzata nel secolo scorso; anche se resta da superare il neocolonialismo. Si spera che questo venga facilitato dal fatto che la maggior parte dei missionari sta venendo da paesi del Sud e dell’Est e sono privi di appoggi politici o economici.

Dal punto di vista culturale: abbiamo ormai un consenso sul superamento (teorico) dell’eurocentrismo. Resta tuttavia da riconsiderare l’influsso della globalizzazione, processo influenzato sostanzialmente dall’Occidente, con la sua tecnologia e i suoi “contenuti”, come pure occorrerà premunirsi contro il pregiudizio culturale che ognuno di noi mette istintivamente in funzione (compresi naturalmente i missionari) quando ci si confronta con altre culture.

Ma, soprattutto, dal punto di vista ecclesiale: abbiamo alcuni fatti nuovi, “conciliari”, potenzialmente molto innovativi nei confronti della missione. Ne cito solo tre.

Il primo è una riconsiderazione dei rapporti tra Chiesa cattolica, altre Chiese cristiane e religioni in genere. Siamo usciti dall’esclusivismo stretto del passato, per cui ora si rende possibile un’accettazione reciproca in vista di una collaborazione per il bene dell’umanità.

Il secondo è il nuovo rapporto tra le Chiese locali: comunione, pari dignità, collegialità (anche se finora praticamente impossibile e addirittura teoricamente negata). Come attuazione di questa pari dignità, credo che sia arrivato il tempo (anzi siamo in ritardo) che la Santa Sede e le giovani Chiese si propongano il superamento del colonialismo ecclesiastico. Le “Chiese di missione” devono abbandonare la loro condizione di “minorità” (amministrativa, finanziaria, psicologica) nei confronti delle Chiese più antiche e della Santa Sede stessa (il loro passaggio dalla gestione speciale di Propaganda Fide a quella comune a tutte le altre Chiese, ne sarebbe un segno ispiratore). Ciò d’altra parte libererebbe Propaganda Fide da un peso amministrativo enorme e le renderebbe possibile svolgere il suo compito specifico di animazione missionaria di tutta la Chiesa.

Contemporaneamente, si dovrebbero rafforzare e allargare le forme di collegialità e partecipazione laicale già esistenti, a partire dal basso, a livello diocesano, nazionale e internazionale. E ciò nel campo della pastorale in genere (liturgia, catechesi) come in quello teologico, organizzativo (ministeriale).

Il terzo è l’inculturazione: prendersi le libertà necessarie, con responsabilità, ai diversi livelli istituzionali. L’attuale uniformità liturgica è contraria alla Tradizione della Chiesa, che ci ha lasciato invece decine di anafore dei primi secoli (e non come semplice traduzione delle stesse in diverse lingue, ovviamente!) e una varietà di “riti” non latini, tutti di origine molto antica. Ma quello della liturgia è solo il primo campo dell’attuazione di una vera inculturazione.

Un ultimo fattore, inaspettato, è entrato nel gioco della missione del futuro, cioè il nuovo papa. Non solo perché porta in primo piano visivamente una Chiesa extraeuropea, ma soprattutto perché sembra mettere finalmente in movimento quei processi di comunione, collegialità, corresponsabilità, inculturazione ecc. enunciati da molto tempo e messi a tacere per decenni, per decisione di coloro che avrebbero dovuto attuarli.



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