PER UNA RIFORMA “MISSIONARIA” DELLA CHIESA: L’UNICO CAMMINO È SCENDERE
Il 13 febbraio 2020 a Parma, su invito del CMD (Centro missionario diocesano), il direttore di “Missione Oggi” ha tenuto un incontro – il primo di una serie di tre – presso la Casa Madre dei Saveriani su “Modalità e strumenti per una presenza missionaria a partire dal Sinodo dell’Amazzonia”. L’obiettivo era quello di iniziare un cammino di riflessione – insieme al mondo missionario della diocesi emiliana – su come essere Chiesa missionaria in terra parmense a partire dagli impulsi del Sinodo Panamazzonico, dal suo Documento Finale e dall’esortazione apostolica postsinodale “Querida Amazonia”.
Non basta aggiungere l’aggettivo “missionario”, perché un progetto pastorale sia tale. Occorre una vera e propria “conversione pastorale”, che passa attraverso una conoscenza più approfondita della realtà territoriale e un “ritorno” al Vangelo di Gesù Cristo, capace di rigenerare e riorientare comunità cristiane che sembrano aver smarrito la bussola pastorale. L’esperienza pluriennale di Gianfranco Carrera e dell’Associazione “di mano in mano” a Parma sembra indicare dei cammini possibili, a partire dal basso, cioè da luogo dei laici e della loro ministerialità vissuta, anche se non sempre riconosciuta in tutta la sua potenzialità. Forse la “riforma missionaria” della Chiesa sarà possibile proprio a partire dal “basso”, luogo privilegiato anche dal Figlio di Dio, come ci ricorda l’inno cristologico pre-paolino: “Spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo” (Fil 2,7).
PER UNA RIFORMA “MISSIONARIA” DELLA CHIESA: L’UNICO CAMMINO È SCENDERE
Gianfranco Carrera
Associazione “di mano in mano” - parma, 16 febbraio 2020
Caro padre Mario, a margine dell’incontro guidato da te, giovedì 13 febbraio a Parma nella Casa Madre dei Missionari Saveriani, stringendo l’attenzione sul tema legato alla figura del laicato nella Chiesa, condivido alcuni pensieri.
Si dice spesso, a vari livelli, in vari luoghi che è necessario dare spazio ai laici, farli crescere, coinvolgerli di più. Qualcuno aggiunge che perché questo avvenga è necessario riformare il Codice di diritto canonico. Sembra quasi che i laici debbano salire di grado, andare più in alto. Io penso che i laici, invece, sono nel posto giusto, in basso, dove avviene la vita, dove le relazioni si moltiplicano, dove la fatica del vivere incontra la speranza del sostenersi a vicenda. I laici non devono andare da nessuna parte, sono nel posto giusto!
Aggiungo un suggerimento a chi è rimasto in alto… di scendere velocemente… pena il rimanere solo e solitario, fuori dal mondo, lontano da Dio che preferisce i luoghi dove la gente si incontra.
Questa estate ho accompagnato un gruppetto di giovani universitari in Benin dove da parecchi anni sostengo con “di mano in mano” progetti di sviluppo. Abbiamo abitato per una decina di giorni in un lebbrosario, un luogo oltremodo difficile, complicato, dove la sofferenza e la fatica di vivere prendono il sopravvento anche sulla speranza. Eppure mai come in quei giorni, insieme, abbiamo capito che Dio in quel luogo è di casa. In basso. L’unico cammino è scendere.
Come sai veniamo dalla missione, ed il rientro è stata la nostra nuova partenza. Non facile. Ma la missione continua perché la vocazione è per sempre anche per noi laici. La vocazione è per tutta la vita. Spesso pensiamo ai laici come a coloro che danno un periodo della loro vita al volontariato, alla missione, all’impegno nella parrocchia…
Oggi viviamo in una canonica di una piccola parrocchia di periferia, la chiesa sempre chiusa e vuota, le relazioni difficili, tanta paura e chiusura. Siamo qui con il bagaglio della missione nel cuore, con il quotidiano straboccante di angeli custodi (le nostre ragazze). Il sogno che ancora coltiviamo dopo tanti anni è quello della comunione: essere e fare insieme famiglia, laici, famiglie, preti, religiosi/e. Tante ricchezze, scelte, stati di vita, che vivono desolatamente separati. Ci vuole coraggio, ed è necessario abbattere le barriere perché la fraternità, la missione, la conduzione pastorale, l’accoglienza dei poveri, dei migranti bisogna farla insieme. Insieme mettendo tutto sull’Altare. Insieme nella stessa casa. Sogno una parrocchia che abbia il coraggio di proporre un modello di comunione visibile, con la testimonianza e non con le prediche. Non se ne può più del piagnisteo della mancanza di vocazioni al ministero presbiterale, il Signore ci sta indicando altre strade. Percorriamole insieme fedeli nella vita di ogni giorno, direbbe dom Pedro Casaldáliga, capaci di parlare di Dio attraverso il bene che ci vogliamo, nelle difficoltà e nelle gioie, nella buona e nella cattiva sorte, per ridare coraggio alle nostre comunità e per dare senso alla nostra vita. In basso tutto questo avviene.






