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Il 27 gennaio a Chambésy le Chiese ortodosse hanno annunciato che dal 16 al 27 giugno 2016 si riuniranno in Sinodo “panortodosso” presso l’Accademia ortodossa della Chiesa di Creta. Il compromesso raggiunto è trattare solo 6 dei 10 temi all’ordine del giorno dal 1976. Sono state eliminate le questioni più cruciali per la riconciliazione inter-ortodossa ed ecumenica, quelle sulla data della Pasqua (nonostante il consenso ecumenico di Chambésy, nel 1977, e di Aleppo, nel 1997), sull’autocefalia, sui dittici  e sui dialoghi ecumenici bilaterali.

Inoltre, i vescovi hanno deciso, per la prima volta nella storia della Chiesa, che al Sinodo non ci sarà alcun delegato laico, alcun voto individuale dei vescovi, ma ogni decisione dovrà essere adottata per consenso unanime delle Chiese. Il regolamento adottato esclude la possibilità di rimettere in discussione al Sinodo le decisioni presinodali, dalle quali hanno cercato di escludere i teologi, in particolare dei paesi occidentali, che proponevano soluzioni creative per i conflitti ricorrenti tra la Chiesa ortodossa e il moderno mondo globalizzato.

E, soprattutto, il patriarca Bartolomeo ha accettato di non riconoscere prima del Sinodo la Chiesa ortodossa ucraina del Patriarcato di Kiev, che desidera ardentemente porsi sotto l’omophorion del Patriarcato ecumenico, per evitare un nuovo conflitto con il patriarca Kirill, che sostiene la Chiesa ortodossa ucraina sotto la giurisdizione del Patriarcato di Mosca. Si vieta dunque di parlare del conflitto più grave che lacera oggi il mondo ortodosso, poiché due paesi, Russia e Ucraina, entrambi a maggioranza ortodossa, sono in guerra dal 2014 a causa di due visioni teologico-politiche radicalmente opposte. Infatti la maggior parte degli ortodossi in Ucraina sono favorevoli a una Chiesa ortodossa ucraina autonoma per consolidare l'indipendenza politica dell’Ucraina, mentre la maggior parte dei cristiani ortodossi in Russia ritiene che la Chiesa ortodossa ucraina dipenda dal Patriarcato di Mosca e quindi più ampiamente dal “mondo russo”.

IL COLPO DI STATO SULLA DIASPORA

I testi sui 6 temi all’ordine del giorno sono estremamente deludenti. Quello sulla “diaspora ortodossa” contraddice i testi varati nel 1990 e 1993 su impulso di Paul Evdokimov e Olivier Clément, che accordavano uno status di Chiesa locale alle nuove assemblee episcopali create in Occidente. Il nuovo testo del 2009 e il documento sulla regolamentazione delle assemblee ortodosse bloccano il funzionamento delle nuove assemblee episcopali, negando che le Chiese madri si adeguino alle decisioni di questo organo, inteso ormai solo come una vetrina consultiva. Il 2 febbraio il patriarca Kirill ha ribadito che l’esistenza di questi organi “non limita in alcun modo i pieni poteri canonici dei vescovi ortodossi delle diverse giurisdizioni presenti nella diaspora né i loro legami con le loro Chiese locali di origine”. I teologi ortodossi della cosiddetta “diaspora” hanno reagito a questo stop, dicendo che il termine “diaspora” non è quello giusto per descrivere la realtà di una Chiesa ortodossa locale, radicata da almeno quattro generazioni in Occidente. Inoltre, queste nuove Chiese ortodosse d’Occidente desiderano crescere in doppia comunione con la Chiesa cristiana locale (cattolici e protestanti) e con le Chiese di origine. Ma il processo sinodale ha completamente ignorato le raccomandazioni fatte principalmente dalla Fraternità ortodossa in Europa occidentale.

LA PERSISTENTE AMBIGUITÀ SULL'ECUMENISMO

Circa “Le relazioni della Chiesa ortodossa col il resto del mondo cristiano”, la situazione non è incoraggiante. Nonostante le Chiese ortodosse partecipino al movimento ecumenico da quasi un secolo e dagli anni ’80 abbiano firmato accordi tra ortodossi, cattolici, anglicani e protestanti, sul riconoscimento reciproco del battesimo e sulle questioni considerate più controverse (il rapporto dello Spirito Santo col Padre e il Figlio, il credo di Nicea-Costantinopoli, la definizione di Chiesa, l’antropologia), non si dice nulla per felicitarsi di tali progressi. Inoltre, i vescovi continuano a giocare sull’ambiguità tra due realtà ancora ben distinte, la “Chiesa ortodossa storica” e la “Chiesa ortodossa mistica”. Per rassicurare i conservatori si afferma che la Chiesa ortodossa è la Chiesa “una, santa, cattolica e apostolica”. Ma non si specifica se questa Chiesa mistica sia la comunione delle 14 Chiese autocefale storiche. Questo dà luogo a una fraseologia assurda, poiché nell’articolo 1 del documento si sostiene che tale Chiesa ortodossa mistica “occupa un posto di rilievo per la promozione dell’unità dei cristiani” (riconoscendo così che c’è una realtà cristiana fuori dei suoi confini mistici).

Il testo arriva a concedere ai vescovi riuniti in Sinodo “la possibilità di una rivalutazione del processo di un dialogo teologico concreto”. Ciò significa, per esempio, che non solo non approva il famoso accordo teologico adottato nel 1990 dalle Chiese calcedonesi e non-calcedonesi (copta, armena, siriaca ecc.), ma invita i membri del Sinodo a fare marcia indietro su decenni di dialogo teologico.

Ci si accontenta, infine, di avallare le decisioni provvisorie della Dichiarazione di Toronto(1950), della Commissione Fede e Costituzione, rifiutando qualsiasi carattere ecclesiale al Cec (Consiglio ecumenico delle Chiese). Mentre uno dei più famosi vescovi della Chiesa ortodossa, il metropolita Giovanni Zizioulas di Pergamo ha detto più volte che tale atteggiamento non può essere mantenuto a lungo, perché responsabile della secolarizzazione del mondo. Secondo Zizioulas, le Chiese unite dallo stesso battesimo e dalla stessa fede di Nicea-Costantinopoli devono dare oggi una visibilità globale alla Chiesa cristiana nel rispetto della diversità delle Chiese locali.

IL DIVARIO TRA DOTTRINA E PRASSI

Gli accordi sugli altri quattro temi (“La missione della Chiesa ortodossa nel mondo contemporaneo”, “L'importanza del digiuno e la sua applicazione oggi”, “L’autonomia e il modo di proclamarla”, “Il sacramento del matrimonio e i suoi impedimenti”) deludono soprattutto perché non forniscono soluzioni al comprovato scarto tra doxa e praxis nel mondo ortodosso. Il primo riprende una serie di affermazioni ripetute da decenni senza portare nuove luci né un inizio di analisi delle pluridecennali compromissioni della Chiesa ortodossa con i regimi comunisti. Si percepisce una discrepanza permanente tra ciò che la Chiesa è nella sua storicità e la sua pretesa di incarnarla come casa del Padre, corpo di Cristo e tempio dello Spirito Santo. Così, per esempio, il testo afferma che “la Chiesa ortodossa condanna anche le guerre provocate dal nazionalismo e quelle che causano la pulizia etnica, i cambiamenti dei confini di Stato e l’occupazione di territori”. Mentre il Patriarcato di Mosca ha approvato l'annessione della Crimea da parte della Russia nel marzo 2014 e non ha mai denunciato l’invio di truppe russe nel Donbass.

Lo stesso vale per il testo sul digiuno. Si citano belle formule di San Basilio di Cesarea sull’importanza dell’ascetismo e della sobrietà. Ma le Chiese tacciono sulle mirabolanti ricchezze dei capi delle Chiese ortodosse che riempiono regolarmente i titoli dei giornali (yacht privati, proprietà di lusso ecc.) e non propongono misure concrete per contrastare la corruzione.

Sulla dottrina ortodossa del matrimonio si spiega che quello “tra ortodossi e non cristiani è assolutamente vietato in base all’acribia canonica”, sebbene nulla indichi che gli sposi di Cana di Galilea, visitati da Gesù Cristo stesso, fossero cristiani. Si autorizzano solo “per indulgenza” i matrimoni tra ortodossi e non ortodossi (vale a dire, cattolici e protestanti) e a condizione che i figli siano battezzati ortodossi. Anche in questo caso ci manca l'evoluzione della prassi ecumenica in Occidente, sotto l’impulso del movimento dei matrimoni misti, che chiede semplicemente un battesimo cristiano dei figli di coppie miste.

Infine sul tema dell’autocefalia ci si limita ad affermare che “la competenza canonica di intraprendere e completare la procedura per la concessione dell’autonomia a qualsiasi soggetto della propria giurisdizione canonica appartiene alla Chiesa autocefala da cui dipende la Chiesa proclamata autonoma”. Il problema è che non è mai andata così nella storia, come testimoniano i famosi esempi di ottenimento dell’autocefalia da parte della Chiesa di Bulgaria o di Russia. Inoltre, cosa succede se una Chiesa autocefala (il Patriarcato di Mosca in questo caso) afferma che una Chiesa dipende nella sua giurisdizione (la Chiesa di Kiev), mentre questa dice al contrario che Mosca è storicamente sua figlia? Il testo non risponde.

UN SINODO SELFIE?

Di fronte alla reazione di sgomento di molti osservatori del processo presinodale (a maggior ragione data l’assenza di diverse Chiese ortodosse a Chambésy) possiamo accontentarci di dire che è solo un primo passo verso la riconciliazione, o un “Sinodo selfie” con l’unico obiettivo, senz’altro non disprezzabile, di mostrare un’apparente unità del mondo ortodosso? Credo di no.

Al Concilio Vaticano II, nell’ottobre del 1962, vescovi coraggiosi, sensibili al soffio dello Spirito, rifiutarono l’ordine del giorno ultraconservatore proposto dalla curia romana. Osiamo sperare che tra gli uomini che si incontreranno a Creta simili figure spirituali si assumeranno le proprie responsabilità per evitare un naufragio alla Chiesa ortodossa.

ANTOINE ARJAKOVSKY



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