Per aprire un cammino di pace in Congo, sanzioniamo il Ruanda
COLLECTIF DES FEMMES CONGOLAISES POUR LA PAIX ET LA JUSTICE, GROUPE EPIPHANIE, RETE PACE PER IL CONGO, DYNAMIQUE DE LA DIASPORA CONGOLAISE EN EMILIA-ROMAGNA
- Parma e Bruxelles, 29 ottobre 2012
- Catherine Margaret Ashton, Alto Rappresentante Ue per gli Affari esteri e la politica di sicurezza - Bruxelles.
Gentilissima Signora, partito a piedi il 29 luglio da Reggio Emilia e arrivato a Bruxelles il 22 settembre 2012, John Mpaliza ha camminato per la pace e la giustizia nella Repubblica Democratica del Congo (RDC). La marcia ha incontrato l’adesione della diaspora congolese ed è stata un’occasione per sensibilizzare l’opinione pubblica e i politici europei. È giunto il momento, tuttavia, di prendere decisioni concrete.
Dal mese di aprile 2012, la guerra si è riaccesa nella parte orientale della RDC per opera del movimento 23 Marzo (M23) – il cui braccio militare è ora denominato Esercito Rivoluzionario del Congo (ARC) – che occupa militarmente e amministrativamente gran parte del Nord Kivu, seminando desolazione, miseria, morte e centinaia di migliaia di sfollati. Il rapporto finale del gruppo di esperti delle Nazioni Unite conferma l’appoggio militare e logistico del Ruanda all’M23 e aggiunge anche l’Uganda. Secondo la sentenza del processo di Norimberga, la guerra di aggressione è “il crimine internazionale supremo” e la recidiva è una circostanza aggravante. Ma è dal 1996 che il regime ruandese, direttamente o indirettamente mediante l’interposizione di ribellioni, è all’origine di guerre di aggressione contro la RDC.
Sono ormai almeno sei milioni i morti e indescrivibili la violenza e l’umiliazione subite dalla popolazione. La constatazione e la denuncia di questi attacchi non hanno tuttavia dissuaso i paesi aggressori che ancora si ostinano a non riconoscere l’evidenza dei fatti.
È ora che l’Ue prenda, ad una sola voce, quelle decisioni che possono aprire una via di pace e di giustizia nell’Est della RDC.
Non c’è bisogno di organizzare una nuova operazione militare, ma è piuttosto necessario “chiarire e rafforzare” maggiormente, secondo le parole del presidente Hollande al Vertice della Francofonia a Kinshasa, la missione della Monusco, rendendola capace di imporre la pace, proteggere la popolazione civile, salvaguardare l’integrità territoriale del paese, svolgere effettivamente questi compiti.
Le chiediamo pertanto di sostenere, in sede europea, un radicale cambiamento di atteggiamento nei confronti del regime ruandese, mediante una netta condanna e l’imposizione di un embargo su:
- l’importazione di armi e la cooperazione militare;
- l’esportazione dei minerali saccheggiati in Congo ed etichettati in Ruanda;
- gli aiuti bilaterali, essendo il Ruanda dipendente per il 52% dagli aiuti stranieri.
Consapevoli del fatto che dietro la guerra nella RDC si nascondono le grandi potenze che si servono degli Stati limitrofi, le chiediamo di potere usare la sua autorità per esercitare un reale controllo sulle relazioni economiche dei paesi europei con la RDC e i paesi limitrofi.
Rileggendo la nostra esperienza estiva al Centro giovani Kamenge
- MARIA PIA E RENZO PETRAGLIO, Bujumbura, 3 agosto 2012.
Il momento di partire è arrivato. Preparando i bagagli, ci interroghiamo sul nostro soggiorno al Centro, che si rinnova di anno in anno, dal 1993. Nella nostra riflessione un testo ci aiuta, un canto antico, che incoraggiava un uomo che, dalla piana di Gerico – con altre persone – saliva a Gerusalemme. Era un viaggio faticoso e pericoloso, perché la salita comportava millecento metri di dislivello e bisognava attraversare luoghi frequentati da banditi: in particolare il luogo chiamato “Adummim” (i sangui), dove si rischiava di essere uccisi e altri “sangui” erano stati versati! D’altronde, questa non era solo una situazione dell’antichità. Ancora ieri, la radio annunciava che non lontano da Bujumbura giovani banditi si comportavano nello stesso modo e si davano a uccisioni.
E allora cosa fare? Con quale attitudine vivere o venire in Burundi? Si tratta forse di un comportamento irresponsabile?
Rileggendo la nostra esperienza alla luce di questo poema (il salmo 122), possiamo dire: “Canto delle salite. Mi sono rallegrato per coloro che mi hanno detto: Alla casa di Yahveh andiamo! Stanno, i nostri piedi, alle tue porte, Gerusalemme!”. Invece di salire a Gerusalemme, abbiamo fatto migliaia di chilometri per arrivare a Bujumbura. E, in questo viaggio, abbiamo potuto fare l’esperienza del poeta: anche noi ci siamo “rallegrati”, perché la nostra venuta al Centro non era in solitario.
Il poeta parla della sua gioia individuale – mi sono rallegrato – evocando la sua esperienza al plurale: “Alla casa di Yahveh andiamo!”. Ogni mattina abbiamo visto centinaia di giovani venire insieme. Il seguito del poema presenta un altro dettaglio importante. È il v. 4: “È là che sono salite le tribù, le tribù di Yah, testimonianza per Israele”.
Per il poeta, le persone che venivano a Gerusalemme non erano “le tribù d’Israele”, ma “le tribù di Yah”, un nome poetico per parlare di Yahveh. Queste tribù appartengono quindi a Dio, che vuole mettere in piedi un popolo libero. Esse sono una “testimonianza” importante per Israele, in vista di un popolo libero, di una umanità rinnovata. Ogni giorno, fra le persone che si riunivano al Centro prima di uscire nei quartieri a fare mattoni e ricostruire così i quartieri, c’erano burundesi, congolesi, ruandesi, ugandesi, e anche europei che venivano dalla Francia, dall’Italia e dalla Svizzera:
figlie e figli di un Dio inimmaginabile, d’un Dio poeta che vuole un mondo rinnovato.







