PASSATO CHE NON PASSA TRA SILENZI E OCCULTAMENTI - Dibattito
CONVEGNO 2004 - RELAZIONE E DIBATTITO
Domanda a Valerio Onida: Volevo chiederle un parere sulla bozza della costituzione europea e se la condivide.
Risposta. La discussione sulla costituzione europea si è sostanzialmente svolta sulle regole previste per assumere le decisioni. Essa, recependo in particolare la carta già proclamata come documento politico a Nizza alla fine del 2000, contiene una enunciazione dei diritti umani largamente conforme alla Dichiarazione Universale dell’Onu, alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, alle dichiarazioni dei diritti contenute nelle costituzioni dei nostri Stati. È un’altra manifestazione di adesione ideale, più che ideologica, alla dottrina dei diritti umani. È a fondamento del tipo di convivenza che spero sia portata avanti nell’Europa unita. L’obbiettivo è che l’Europa, unendosi, sia in grado di governare più efficacemente quest’opera di promozione dei diritti umani di cui c’è tanto bisogno.
Domanda a Onida: Lei ha sottolineato giustamente che l’esperienza della Trc ha un valore costituente per il Sudafrica; segna la fine di un conflitto e, in un certo senso, la fondazione di un nuovo Paese. In qualche modo ciò è successo anche in Italia con la fine della seconda guerra mondiale, con la resistenza, con l’antifascismo e col tentativo, attraverso l’amnistia, di andare oltre quel periodo drammatico della nostra storia nazionale. Non so fino a che punto ci siamo riusciti. Il fatto è che oggi, nel nostro Paese, ci troviamo davanti ancora ad una serie di fatti che non hanno trovato una loro risoluzione per via giudiziaria. È il caso, ad esempio, della strage di Piazza della Loggia; dopo 30 anni su questa, come su nessun’altra strage di matrice neofascista, abbiamo ottenuto una verità giudiziaria che arricchisse il patrimonio di consapevolezza civile dei cittadini.
Per quanto invece concerne un altro tipo di conflitto, quello rappresentato dal “terrorismo rosso”, abbiamo avuto una soluzione di tipo giudiziario, che però ha riproposto nella parte di opinione pubblica più avvertita, una memoria ancora lacerata. A tal punto che il procedimento giudiziario è suonato in molti casi come una sorta di “giustizia dei vincitori” e si è risolto in una sostanziale rimozione di tutta una fase storica del nostro Paese. Vorrei sottolineare, inoltre, che se la costituzione ha rappresentato un terreno su cui poter costruire una nuova coscienza nazionale, noi oggi ci troviamo in una situazione in cui nessuna delle forze principali che compongono il governo attuale sono, in qualche modo, espressione di quella vicenda storica. Non lo è chi era allora fuori dal cosiddetto “arco costituzionale”, l’estrema destra; non lo è oggi chi fa parte di formazioni politiche recenti, nate su tutt’altri valori e programmi. Allora le chiedo: visto che il nostro Paese, in questi ultimi 30 anni, non è riuscito ad addivenire né ad una verità per via giudiziaria, né ad una ricostruzione di un tessuto di consapevolezza comune che permetta di andare oltre questa vicenda, fino a che punto l’esperienza sudafricana può offrirci qualche suggerimento? (MAURO).
Risposta. Sono convinto che da questa esperienza sudafricana possano venire degli insegnamenti, e non solo per noi. Per quanto riguarda la nostra vicenda nazionale, il momento del passaggio è rappresentato dalla caduta del fascismo e dall’avvento della costituzione. Indubbiamente tale fatto è stato segnato da un processo tutto proiettato al futuro. La costituzione rappresenta, per usare le parole di Desmond Tutu, questo “mai più”. Se la si legge, è facile trovarvi l’aspirazione che non avvenga “mai più” ciò che era successo in passato: la limitazione delle libertà e lo scatenamento della guerra. L’art. 11 della costituzione, col ripudio della guerra, rappresenta questa proiezione verso il futuro. Ma l’elaborazione del passato, in realtà, forse non è avvenuta, perché abbiamo seguito le linee tradizionali.
Subito dopo la guerra si son fatte larghe amnistie, si sono tentate epurazioni poi rientrate; c’è stato quindi, un largo ricorso agli strumenti di cancellazione del passato, ma non certo il tentativo di approfondire il significato di ciò che era avvenuto. Tanto è vero che a distanza di 50-60 anni, ricompaiono i segnali, le emergenze di quelle stesse contrapposizioni. Lei faceva riferimento alla mancanza di radici di alcune formazioni politiche di recente costituzione. Ma, a mio avviso, non è tanto importante il legame storico di un partito con una certa tradizione, quanto piuttosto che tutte le forze politiche si richiamino oggi ai valori costituzionali. Questa dovrebbe essere l’elemento fondamentale. Però è certamente vero che nella vicenda italiana c’è ancora molto di non elaborato. E lo si vede quando rinascono dinamiche storiche, pseudostoriche o revisioniste, che rimettono in circolazione rancori o visioni in cui si vede che non ci si è liberati dalle scorie di quel veleno del passato che, come veniva ricordato questa mattina, in altri contesti si cerca di rendere innocuo proprio attraverso i processi di riconciliazione. Si può dire con onestà che questo, in Italia, non è avvenuto né per il passato lontano né per quello più recente; le vicende dei cosiddetti “anni di piombo”, degli anni ’70, sono state caratterizzate da un parziale tentativo di arrivare ad alcune verità sul piano giudiziario.
Inoltre nel nostro Paese, restano oscuri molti episodi importanti del passato che hanno coinvolto la comunità nazionale. Rispetto a ciò, gli strumenti della nostra giustizia si appalesano impotenti. Forse dovremmo avere la fantasia anche politica di immaginare strumenti di ricerca di verità diversi da quelli ormai sperimentati.
Domanda a Onida: Due giorni fa abbiamo presentato a Torino quello che credo sia almeno il quarto libro in italiano sul processo di verità e riconciliazione in Sudafrica. Abbiamo avuto modo di chiarire in tale occasione la necessità di non idealizzare questa esperienza, in quanto le amnistie personali concesse, in proporzione al numero di quelle richieste, sono state circa il dieci per cento. Su 7.000 domande, solo alcune centinaia sono state accolte. Inoltre, il primo in Italia a parlare del lavoro della commissione sudafricana è stato Johan Galthung, nel ’98. In quella occasione sottolineò un aspetto: questa esperienza indica ciò che può servire per ridurre quel tanto di violenza presente nel nostro sistema penale. È vero che il nostro processo penale si sostituisce alla vendetta privata, misura la pena in termini legali, però, tutto sommato, si tratta pur sempre di vendetta che, come sostiene Galthung, appartiene al “mercato dei mali”: in esso chi ha fatto del male riceverà male, chi ha fatto soffrire riceverà sofferenza. Pochi giorni fa è cominciato a Firenze un processo per terrorismo. In esso sono coinvolte due donne: una vittima ed un’imputata. La vittima - la vedova del poliziotto ucciso, - riferendosi alla terrorista, ha detto: “Non l’ho nemmeno guardata perché, per me, quella donna non esiste”. Questo episodio esprime drammaticamente un grave fallimento, perché lo scopo principale dell’accertamento dei fatti e dell’intervento della legge dovrebbe ristabilire un rapporto umano tra due persone. Proprio quello che in Sudafrica hanno cercato di fare partendo da un pressante stato di necessità. (ENRICO)
Risposta. Abbiamo da imparare. I nostri sistemi penali sono caratterizzati da una concezione più primitiva. Non è possibile immaginare una sostituzione integrale dell’ordinamento, perché nel nostro sistema penale ci sono degli aspetti irrinunciabili: per esempio, quello della garanzia. Se noi immaginassimo teoricamente un sistema penale per cui chi è accusato di un reato non viene punito, ma sottoposto ad un processo di rieducazione coatta, di riabilitazione, e poi qualcuno alla fine giudica se si è riconciliato o pentito, questo sarebbe un sistema nel quale l’individuo verrebbe a perdere le sue fondamentali garanzie. I nostri sistemi che da 200 anni si fondano sulle garanzie del processo penale, garanzie per l’accusato, ecc., difendono l’individuo. Questo è irrinunciabile; però è altrettanto vero che la risposta ai crimini, alla deviazione dall’ordine legale, che non sia soltanto di tipo retributivo, ma si traduca anche in una ricerca più approfondita dei percorsi di guarigione, è veramente insoddisfacente. É un lavoro lungo, perché più e prima che di strumenti legali, probabilmente richiede una cultura. Gli strumenti legali sono ampiamente insufficienti; esistono oggi richiami a forme di giustizia riparativa che richiedono però la libertà dei protagonisti, si fondano su libere scelte e quindi, in qualche misura, sono utilizzabili, ma a patto che le persone collaborino. Anche la commissione sudafricana è riuscita a realizzare i suoi compiti nella misura in cui le vittime si sono presentate. Per quanto riguarda l’Italia, un problema da affrontare sicuramente, è quello del sistema carcerario: il nostro è assolutamente inadeguato anche agli scopi della pena rieducativa, ma ancor di più a cercare di fare della pena qualcosa che non si esaurisca nella vendetta legale. Le nostre carceri sono piene di guardie, mentre gli operatori che dovrebbero avere il compito di seguire questi processi riabilitativi sono pochissimi. Gettare risorse in questa direzione è necessario e da noi si fa molto poco.
Domanda a Onida o Toschi: Voglio ritornare sulla difficoltà che ha il nostro Paese di fare i conti con la prima parola presente nel titolo di questo convegno, la verità, cioè con la nostra storia. Sia con quella più lontana, tragica, del ventennio e della cosiddetta guerra civile, sia con la coda di quello conflitto, che si è manifestata tra gli anni ’60 e gli anni ’70. Credo che questo sia il problema più serio, perché noi abbiamo sofferto, in questi ultimi 60 anni, una sorta di corto circuito fra due limiti: quello della cultura politica e quello della cultura storiografica. Da parte della cultura politica abbiamo infatti assistito ad un uso spregiudicato, politico della storia, mentre da parte di quella storiografica c’è stata una disponibilità a farsi usare politicamente. Tutto questo ha impedito ed impedisce tuttora di compiere la prima operazione, che rappresenta una precondizione per la riconciliazione: quella di pronunciare parole di verità su tutto questo passato. Ciò non permette che esso possa essere rielaborato. A questo proposito vorrei portare un esempio che mi ha impressionato: si tratta della decisione, seguita a un dibattito parlamentare a dir poco confuso, di approvare il giorno del ricordo. Tale scelta ha coinvolto l’insieme del Parlamento, perché è stata approvata a larghissima maggioranza. Essa ha coinvolto anche chi si è opposto a tale atto. Da questo momento in poi, nella scuola italiana, si dovrà dedicare un giorno alla memoria della Shoà, e uno al ricordo degli italiani vittime delle vendette dell’esercito di liberazione yugoslavo, i cosiddetti infoibati, oltre che gli esuli dalmati e istriani. Questo giorno del ricordo è emblematico di un uso della memoria che non guarisce. Allo stesso modo l’opporsi al riconoscimento di questo giorno, e le motivazioni cui si è ricorsi a sostegno di tale posizione, ripropongono un dibattito che ha dilaniato il nostro Paese dalla fine della seconda guerra mondiale: ogni parte ricorda le “proprie” vittime e non le altre. Invece si poteva immaginare un giorno dedicato ad un ricordo guaritore: bastava fare in modo che diventasse un giorno in cui si riconoscevano l’Italia, la Slovenia e la Croazia. Un’occasione per la testimonianza delle vittime di una parte e dell’altra, degli infoibati così come degli italianizzati con la violenza o delle vittime dei campi di concentramento italiani in Croazia. Quello sì sarebbe stato il giorno di un ricordo guaritore. (MARINO)
Risposta di Toschi. Innanzi tutto in Sudafrica hanno pensato di costituire questa commissione perché erano sull’orlo dell’abisso. Se non avesse intrapreso questa strada - possibile anche perché c’erano straordinari personaggi di assoluta autorevolezza -, il Paese si sarebbe spezzato con conseguenze del tutto inimmaginabili. Non è stata quindi un’operazione “a freddo”, del tipo “abbiamo finito una stagione e ora facciamo il resoconto, anche se in un modo un po’ inedito”. È stata invece un’operazione “a caldo”: si è capito che bisognava tenere insieme il Paese e lo si è fatto scegliendo una via assolutamente originale, l’unica possibile. Una linea che attraversa gli schieramenti e le posizioni, e sceglie una collocazione, che non è né quella dei vincitori né quella dei vinti, ma quella delle vittime. È stata un’operazione drammatica. Sono stato a Pretoria nel 2001 e c’era un convegno dei ragazzi delle scuole. Sono arrivati gli studenti: ragazzi neri e bianchi, ma i bianchi con i bianchi ed i neri con i neri. Nel 2001! Per dire di quanto i problemi siano complicati. Io allora capisco la necessità di pensare alle nostre vicende passate, ma la vera difficoltà che noi abbiamo è di avere una prospettiva. Mentre parliamo di Piazza della Loggia, il nostro Paese facendo parte di una coalizione di “volonterosi”, è complice di uno sfiguramento dell’Iraq: dall’uso sistematico della tortura fino alla distruzione delle città sante. Il discorso della Trc non è un modo per fare i conti col passato; è un modo per capire il presente. In questo senso noi non guardiamo il passato perché non siamo capaci di guardare il futuro. Non prendiamo sul serio le vittime di Piazza della Loggia perché non prendiamo sul serio le vittime in generale, non ci interessano; la nostra ottica è un’altra. Nel caso dell’Iraq, poi, siamo anche carnefici. Sono stato molto colpito dall’episodio, narrato stamani, dei quattro ragazzi che avevano deciso di confessare le loro colpe alla commissione, denunciando la loro indifferenza davanti ai crimini commessi dal sistema dell’apartheid. Quando in Medio Oriente avviene qualcosa, non possiamo dire: “Noi abbiamo la coscienza a posto”. Siccome i fatti avvengono dentro un contesto, anche noi abbiamo delle responsabilità. Pensiamo a quanta gente è morta nelle guerre africane a bassa intensità e ad alta produzione di vittime con le armi partite da Brescia. Solo se percepiamo un futuro diverso, siamo in grado di leggere il passato, in termini nuovi e non puramente penali.
Domanda a Toschi: Eravamo alla vigilia della seconda assemblea ecumenica europea di Graz. Il tema era quello della riconciliazione in Europa, delle ferite aperte anche dopo il crollo del muro di Berlino, con la guerra nell’ex Yugoslavia ancora in corso e le responsabilità che l’Europa vi ha avuto. Ricordo una frase sul perdono detta dal pastore Paolo Ricca, in riferimento anche alle vicende italiane. Diceva: “Le vittime non possono dare il perdono, perché fisicamente non ci sono più. Può dare il perdono chi resta, i familiari, i congiunti, o chi per loro”. Ho avuto testimonianze indirette di persone che hanno perdonato, e qui mi riferisco soprattutto a vicende legate al terrorismo rosso. Emblematica la preghiera che fece il figlio di Bachelet il 14 febbraio del 1980, offrendo il perdono a chi aveva ucciso il padre, o la famiglia di Aldo Moro. Mi chiedo quanto il perdono e la riconciliazione possano incidere anche in ambito comunitario. (SALVATORE)
Risposta. Quelle parole che abbiamo usato - giustizia, verità, riconciliazione, perdono - sono parole politiche grandissime, anche se molto deboli. Se uno oggi va in Palestina, in Israele o in Iraq e usa queste parole, viene preso per un visionario. Ma nella loro debolezza, sono le parole che contengono il futuro. Voglio raccontare solo un episodio. Quando sono andato in Israele, a seguito del progetto promosso dalla Regione Toscana per la cura dei bambini palestinesi (vedi Missione Oggi, n.6 /2004), sono entrato in un ospedale accompagnato da alcuni medici. Si è avvicinata una mamma che mi ha ringraziato perché con questo progetto suo figlio era stato assistito. E io le ho risposto: “È a lei che devo chiedere perdono, perché sono arrivato molto tardi”. Questo per dire che rispetto agli eventi, non ci sono condizioni di fronte alle quali ci collochiamo in modo tale da far tornare sempre i conti. Per noi. Se abbiamo fatto qualcosa, comunque lo abbiamo fatto in ritardo. E quindi, in qualche modo, siamo anche noi colpevoli. Questa assunzione di colpa è un elemento molto importante. Qualunque decisione prendiamo, non è questa che ci sana, che ci può far sentire a posto con la nostra coscienza.







