ORA TOCCA A VOI DISCEPOLI TESTIMONI
In quest’anno, appena iniziato, ci lasceremo accompagnare dagli Atti degli Apostoli. Non sono il libro più famoso del Nuovo Testamento; però, se avremo la pazienza di leggerlo, vi scopriremo molti tesori. È stato scritto da Luca, l’evangelista della misericordia; ne conserva lo stile, ne consolida la teologia, cioè l’immagine di Dio, di Gesù, della Chiesa.
Siamo agli inizi degli anni 50 dopo Cristo, quando, per raggiungere le comunità lontane con l’annuncio della morte e risurrezione di Gesù, l’apostolo Paolo ha l’idea di scrivere e spedire delle lettere. Sono la prima testimonianza scritta su Gesù. Qualche anno dopo a Marco, discepolo di Pietro, viene un’idea nuova: perché accontentarsi di annunciare la passione e la morte? Meglio raccontare tutta la vita di Gesù, con una specie di biografia. Così vede la luce il primo Vangelo. Infine viene Luca, che dice: non è sufficiente conoscere quello che Gesù ha detto e fatto; vi racconto anche la storia delle prime comunità cristiane. E così scrive gli Atti degli Apostoli. Solo Luca poteva avere questa idea, che è la continuazione logica (e teologica) del suo Vangelo.
I LIMITI DEL VANGELO
Che sia Luca l’autore degli Atti lo possiamo intuire dalle prime parole del libro: una dedica all’amico Teòfilo, lo stesso a cui era indirizzato anche il Vangelo (cfr. Lc 1,1-4); forse è il patrono che ha finanziato l’opera di Luca, forse un nome di finzione dietro il quale stanno tutti i destinatari del Vangelo e degli Atti, persone che amano Dio e sono da lui amate (è questo il significato della parola “teo-filo”). A loro Luca dice: nel primo racconto, cioè il Vangelo, ho narrato tutto quello che Gesù fece e insegnò nell’arco della sua vita; ora proseguo, vado oltre.
Nel primo racconto, o Teòfilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi fino al giorno in cui fu assunto in cielo, dopo aver dato disposizioni agli apostoli che si era scelti per mezzo dello Spirito Santo (At 1,1-2).
È curioso vedere come Luca sia consapevole del lavoro fatto; ha le idee chiare: il Vangelo è completo, ma limitato. Ha trattato “tutto” quello che Gesù fece e insegnò dall’inizio; ma solamente “fino al giorno in cui fu assunto in cielo”. La vita di Gesù è stata un dono immenso per l’umanità (Luca lo sottolinea: non solo per il suo popolo, ma per l’umanità intera); ma un giorno è finita: Gesù è morto, risorto e asceso al cielo. Con quel giorno, però, non è finito il mondo; c’è un’altra storia, che continua e che vale la pena raccontare.
TESTIMONI PREPARATI
Prima di andare avanti con quel che è accaduto dopo che Gesù è stato assunto in cielo, Luca ritorna per un momento sui suoi passi e racconta ciò che è capitato nei giorni precedenti, tra la risurrezione e l’ascensione.
Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio. Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’adempimento della promessa del Padre, “quella – disse – che voi avete udito da me: Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo” (At 1,3-5).
Rispetto al capitolo 24 del Vangelo ci sono alcune sottolineature diverse. Qui, per esempio, viene dato più spazio agli apostoli; nel Vangelo era detto chiaramente che il risorto era apparso agli undici e anche ad altri che erano con loro (cfr. Lc 24,33), mentre qui sembrerebbe che fosse apparso solo agli apostoli. Luca non vuole escludere gli altri; gli preme sottolineare che gli apostoli c’erano. Quegli undici (con l’aggiunta di Mattia) che Gesù si era scelto sono ora diventati testimoni del risorto; e Luca vuol sottolineare che non è stata un’iniziativa personale, un’autorità che si sono dati da soli. È stato lo stesso Gesù che li ha mandati a testimoniare, dopo averli istruiti per bene.
Il verbo “battezzare” significa alla lettera “immergere”; Gesù dice agli apostoli di non avere fretta: perché la loro preparazione sia completa, devono attendere di essere immersi nello Spirito di Dio. Non ci si improvvisa testimoni; non ci si inventa missionari. Serve un tempo di preparazione; e, specialmente, occorre l’immersione nello Spirito di Dio, cioè nella sua forza e potenza; serve la sua energia, quella con cui ha creato l’universo.
ATTENTI A NON FRAINTENDERE
Quando sentono parlare dello Spirito di Dio che riempie l’universo, i discepoli subito fanno un pensiero escatologico; pensano cioè: è qui la fine del mondo, dunque fra poco Dio in persona scenderà su questa terra e instaurerà il suo regno. Il ragionamento ci può stare, perché alcuni profeti avevano annunciato il giorno in cui Dio avrebbe mandato il suo Spirito per rinnovare la faccia della terra; però le parole degli apostoli tradiscono un fraintendimento che bisogna chiarire.
Quelli dunque che erano con lui gli domandavano: “Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?”. Ma egli rispose: “Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra” (At 1,7-8).
Ecco come gli apostoli immaginano l’immediato il futuro: Gesù glorioso che con un’ultima azione potente instaura il regno eterno per il suo popolo, Israele. Ma il progetto di Gesù è proprio molto diverso!
Anzitutto non è più lui il protagonista: “Voi mi sarete testimoni”, dice il risorto. L’accento, anche dal punto di vista della sintassi, è sul “voi”: Gesù non è più soggetto dell’annuncio, ma “oggetto”. Il soggetto sono ora i discepoli. È come se dicesse loro: io il mio l’ho fatto, ora tocca a voi! E poi aggiunge: non solo a Gerusalemme e in tutta la Giudea (cioè la regione attorno a Gerusalemme); ma anche nella Samaria (vi ricordate quanto poco si amavano giudei e samaritani?) e poi fino ai confini della terra.
Immagino i discepoli rannicchiati ai piedi del risorto, chiusi in se stessi, ancora fissi nei loro schemi di pensiero a chiedersi quando questi si realizzeranno; e Gesù che li invita ad alzarsi per lasciare libero lo sguardo, spingendolo fino ai confini estremi. Davanti hanno il mondo, e Gesù che dice: coraggio, siete pronti, andate!
IL TEMPO DELLA CHIESA
La conclusione del racconto è come una ripetizione di quello che i versetti precedenti avevano già detto: Gesù risorto sale al cielo, nella comunione con il Padre; ora tocca ai suoi apostoli prendere l’iniziativa.
Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi. Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo” (At 1,9-11).
C’è stato un tempo in cui Gesù era presente fisicamente accanto ai suoi; insegnava, guariva, discuteva, pregava. Questo tempo è finito. Non per sempre: un giorno Gesù tornerà. Ma ora, mentre attendiamo quel giorno, è il nostro tempo; è il tempo della Chiesa. L’inizio degli Atti ci invita ad esserne consapevoli; ad essere adulti, a non rimanere a bocca aperta e occhi fissi al cielo nell’attesa che accada qualcosa, ma a camminare per le strade di questo mondo, fino ai suoi confini estremi.
All’inizio del Vangelo secondo Luca ci sono parole molto grandi a proposito di Gesù: sarà il salvatore, il Cristo, il Signore (cfr. Lc 2,11); sarà la luce che rivelerà il volto di Dio a tutte le genti, cioè a tutti i popoli della terra (cfr. Lc 2,32). Ma quando arriviamo alla fine del Vangelo ci accorgiamo che queste promesse ancora non si sono realizzate; la luce di Gesù splende, ma rimane tra Nàzaret e Cafàrnao, attraverso la Samaria fino a Gerusalemme. Tocca alla Chiesa, alle comunità credenti, prendere questa luce tra le mani e portarla fino ai confini della terra. Come dice l’inizio bellissimo della Lumen gentium, “Cristo è la luce delle genti, e questo sacro Concilio, adunato nello Spirito santo, ardentemente desidera che la luce di Cristo, riflessa sul volto della Chiesa, illumini tutti gli uomini”.






