PAROLE CHE LASCIANO UN SAPORE IN BOCCA
Immaginatevi di imbattervi un giorno in un cristiano del Brasile il quale, diversamente dalla grande maggioranza dei suoi concittadini, non è cattolico ma protestante. Incuriositi, cercate ragguagli sul suo percorso formativo e venite a sapere che l'ha compiuto nelle università nordamericane ed è divenuto esponente di una "teologia della speranza e della liberazione umana", arrivando ad insegnare Scienze sociali in diverse facoltà di Filosofia.
Poi scoprite che quest'uomo "insolito" è anche psicanalista, nonché un amante della poesia che scrive storie per bambini.
Qualcuno ha pensato di offrirgli, in un'austera università inglese, quello spazio culturale ‑ limitato nel tempo ma dilatabile a piacere in ampiezza di orizzonti ‑ che nel mondo anglosassone è rappresentato dalle lectures: una serie di conferenze pubbliche, il cui tema è lasciato alla piena libertà dell'invitato (ricordate le sei Lezioni americane di Italo Calvino?).
Vi sedete ad ascoltarlo e i vostri interrogativi aumentano: chi è costui? di cosa parla? in che materia è esperto?
Inizia infatti a parlarvi di un ragno e della sua ragnatela per narrare dell'insegnamento e dell'apprendimento, anzi, del "disimparare". Sarà uno di quegli studiosi capaci di trasformare in romanzo anche la storia del commercio del pepe in Occidente? No, deve appartenere alla generazione dei romanzieri latinoamericani perché subito dopo si riallaccia, rielaborandolo, ad un racconto di García Márquez che narra del cadavere di un uomo portato a riva dalle onde che provoca uno sconvolgimento epocale nel piccolo villaggio di pescatori.
Eppure, non ci siamo ancora: costui dev'essere un teologo astuto, perché invece di annoiare con discorsi cattedratici i suoi ascoltatori, sfrutta la storiella dell'annegato per parlare di morte e resurrezione, di rapporto tra parole e carne. Ma se è un teologo, perché gli autori che convoca a sostegno delle sue affermazioni, sono poeti e filosofi, molti dei quali non credenti? Come possono Pessoa e Guimarães Rosa, Nietzsche e Marx avere a che fare con i fondamenti dell'eucaristia? No, è sicuramente un affabulatore. Chi altri userebbe la metafora del villaggio in riva al mare per compiere un excursus sarcastico sull'evoluzione della teologia e della sociologia nell'arco di due millenni?
Certo è un narratore che vi prende per la gola: le pagine sul nostro rapporto con il cibo, sulla capacità che l'uomo ha di trasformare il crudo in cotto, trasformando in realtà i sogni, sono poesia dell'arte culinaria, sono gesti di amore per la cucina intesa come parabola del nostro rapporto con la vita, non la solita trita ripresentazione di teorie freudiane sull'oralità.
Un innamorato della bellezza in tutte le sue forme, allora?
Sì, un appassionato che vuole presente il bello ovunque, anche in quella "sporca realtà" che a molti pare essere la politica. E quest'attenzione costante alla bellezza lo fa essere "profeta", nel senso di "chi parla in nome di un altro", di chi dà voce ad un'assenza che è presenza più intima a noi stessi del nostro stesso intimo. D'altronde, non avevamo detto che l'autore è brasiliano? E la saudade, quel sentimento cui solo i brasiliani sanno dare un nome e che noi riduciamo a nostalgia, cos'è se non lo struggimento per un'assenza che ferisce il cuore con la sua presenza?
Allora cominciamo a capire il perché del titolo inglese e portoghese: Il Poeta, il Guerriero, il Profeta. Rubem Alves è un poeta-profeta che come abile guerriero sfida le parole, si avvicina a ciascuna di loro e le scruta, per cogliere le mille sfaccettature nascoste sotto la superficie e scoprire così la chiave che apre alla comprensione.
Pagine tutte da gustare in un libro per tutti i gusti: per chi ama la poesia, per chi è affascinato dal racconto, per chi è interpellato dalla filosofia, per chi crede in Dio, ma soprattutto per chi ama la vita in tutta la sua pienezza.







