OSCAR ROMERO, MARTIRE DEL CONCILIO
Nel 2009 la nostra rivista ha avviato una rubrica speciale sul Concilio Vaticano II, “Concilio e missione”, per sottolineare l’importanza dell’evento per la missione della Chiesa, alla vigilia dei cinquant’anni dalla sua apertura (1962-2012). Ma anche per offrire un contributo specifico al giubileo che si concluderà l’anno prossimo, cinquantenario della chiusura (1965-2015).
La rubrica non ha solo rivisitato i testi conciliari, ma ne ha riscattato la bussola missionaria, oggi indicata da papa Francesco come l’unica in grado di orientare una profonda riforma della Chiesa e della curia. La rubrica, inoltre, ha dato voce ai protagonisti – vescovi e teologi –, che hanno dato apporti rilevanti sul tema della missione soprattutto nel Sud del mondo. Non sono mancati cenni al contributo delle donne al Concilio.
Quest’anno la rubrica continua a coniugare il binomio “concilio e missione” aprendosi alle problematiche della recezione, soprattutto nelle giovani Chiese missionarie, diventate Chiese locali, attraverso i suoi protagonisti postconciliari e i documenti più significativi delle rispettive Conferenze episcopali.
Iniziamo il nostro viaggio in America latina, con un vescovo martire, Oscar Romero, definito appunto “martire del Concilio Vaticano II”.
Il Concilio Vaticano II coincise con gli ultimi anni di Oscar Romero nella diocesi di San Miguel (1944-1967). Nonostante la sua indole tradizionalista, egli non venne sconvolto dalle novità conciliari, poiché, consapevole della necessità di un rinnovamento nella Chiesa, lo considerò un cambiamento nella continuità. L’attaccamento di Romero alla Chiesa di Roma e all’insegnamento ricevuto in seminario emerse sin da quando, divenuto vescovo il 21 aprile 1970, scelse come motto episcopale l’ignaziano Sentir con la Iglesia. Furono proprio la natura mite e la rigida osservanza della dottrina a favorirne la nomina ad arcivescovo del Salvador il 22 febbraio 1977.
UN VESCOVO CONVERTITO AL POPOLO
Romero apparteneva alla generazione dei chierici coinvolti nella “romanizzazione” della Chiesa latinoamericana, che mirava a separare la sfera religiosa da quella civile e a rafforzare l’identità unitaria del cristianesimo. Questa scissione imponeva l’abbandono di elementi paganeggianti durante le celebrazioni, ma anche il progressivo distacco della Chiesa dalla vita quotidiana dei fedeli.
Dopo l’assassinio di padre Rutilio Grande, avvenuto nel marzo del 1977, Romero non poté adempiere al proprio mandato episcopale isolando l’aspetto ecclesiastico dall’ambito politico-civile.
Durante l’omelia per il funerale difese l’operato del sacerdote, collocando la sua linea pastorale nella prospettiva del Vaticano II e delle riflessioni di Paolo VI. Il papa aveva infatti ricordato nel Sinodo del 1974 che tutti i vescovi denunciavano l’ingiustizia e la miseria dei popoli emarginati; e nell’enciclica Populorum progressio (1967) si era pronunciato a favore della salvezza dell’uomo come liberazione nell’interezza di anima e corpo.
La conversione di Romero, vissuta negli ultimi anni a Salvador, fu un’adesione totale ai principi evangelici, un’evoluzione nella concezione della Chiesa, che sancì il passaggio dalla visione idealizzata degli anni precedenti ad un’interpretazione più concreta della realtà ecclesiale. Egli si dimostrò particolarmente accondiscendente verso il nuovo stile episcopale propugnato dal Concilio, vicino alla condizione di povertà del popolo salvadoregno.
Fece proprie le conclusioni della conferenza di Medellín, primo tentativo di applicazione del Concilio all’America latina, aderendo soprattutto “all’opzione per i poveri” e alla necessità di liberarli dalla “violenza istituzionalizzata” costituita dalla povertà. Non fomentò però mai l’adesione alla lotta armata contro il governo, ma si mantenne sempre sulla linea della denuncia pacifica, sebbene aperta e decisa, cercando di indirizzare i fedeli alla resistenza nonviolenta. Tuttavia, abbracciò totalmente l’accezione della Chiesa come popolo di Dio, con la piena consapevolezza che difendere il popolo significasse passare per la Croce.
Egli giunse a definirsi un vescovo convertito al popolo, perché tra i fedeli poteva incontrare Cristo.
UNA DOLOROSA SOLITUDINE ISTITUZIONALE
L’arcivescovo non poté restare indifferente alla morte dei suoi sacerdoti e alle violenze subite dai salvadoregni, sebbene ciò significasse scontrarsi con i confratelli, che non appoggiarono Romero nemmeno in seguito ai ripetuti tentativi di dialogo. La volontà di attenersi attentamente ai dettami della costituzione dogmatica Lumen gentium condusse Romero a cercare la cooperazione e l’approvazione dei vescovi del Salvador durante tutto il periodo del suo episcopato.
La necessità di esercitare il proprio mandato in comunione con il papa e i confratelli vescovi era motivata dalla convinzione che, senza un rapporto costante con la Chiesa universale, la sua missione pastorale sarebbe fallita. La sofferenza dell’arcivescovo per l'isolamento istituzionale è resa manifesta da alcuni passi del suo diario, scritti al ritorno dalla Conferenza di Puebla nel gennaio 1979, nei quali è testimoniata la solidarietà che alcuni vescovi dell’America latina gli avevano dimostrato: “È stato per me un grande sollievo parlar loro della solitudine che sento come pastore quando, da una parte, voglio essere fedele alle consegne che ci danno il Vangelo, il Vaticano II e Medellín e, nello stesso tempo, vedo che gli stessi compagni con cui sono venuto dal Salvador a Puebla la pensano diversamente”.
Durante il discorso di apertura della Conferenza, Giovanni Paolo II sottolineò l’importanza dell’unità dell’episcopato come elemento di evangelizzazione e fattore determinante per il completamento del servizio pastorale. Il papa, citando la costituzione pastorale Gaudium et spes, ribadì con forza anche la necessità dell’impegno della Chiesa nel campo della promozione umana, dello sviluppo, della giustizia e dei diritti della persona.
Data la situazione del Salvador, i due elementi non erano però conciliabili e fu necessario effettuare una scelta. Romero, dopo aver tentato invano di trovare un punto di incontro con i confratelli e la Santa Sede, optò per i poveri, si convertì totalmente alla concezione di Chiesa come popolo di Dio, ma non chiuse mai le porte al confronto e continuò a sperare nel sostegno del papa.
FEDELTÀ RADICALE AL VANGELO E AL POPOLO
“Chi segue questa linea progressista – scrisse l’arcivescovo – di una Chiesa autenticamente fedele ai postulati del Vaticano II, deve soffrire molto e persino essere considerato con sospetto, ma la coscienza e la soddisfazione di servire Dio e la Chiesa valgono molto più di qualsiasi persecuzione”. Tuttavia, egli era pienamente consapevole che la scelta di fedeltà al Vangelo e al Concilio fosse impegnativa e implicasse un sacrificio.
Durante l’omelia per i funerali di padre Alfonso Navarro nel maggio del 1977, ricordò ai fedeli: “Non tutti, dice il Concilio Vaticano II, avranno l’onore di dare il loro sangue fisico, di essere uccisi per la fede, però Dio chiede a tutti coloro che credono in Lui lo spirito del martirio, cioè, tutti dobbiamo essere disposti a morire per la nostra fede. Perché dare la vita non è soltanto essere uccisi; dare la vita, avere lo spirito del martirio è dare nel dovere, nel silenzio, nella preghiera, nel compimento onesto del dovere; in quel silenzio della vita quotidiana; dare la vita a poco a poco. Come la dà la madre che senza timore, con la semplicità del martirio materno, dà alla luce, allatta, fa crescere e accudisce con affetto suo figlio. È dare la vita”.
Per molti salvadoregni la vocazione alla santità universale, ribadita dal Vaticano II, si trasformò in vocazione al martirio e mons. Romero scelse consapevolmente di non sottrarsi a questo destino.
Nonostante le sofferenze inflitte della scelta radicale, proseguì nel suo intento, confermando ogni giorno la fedeltà al Vangelo e testimoniando con la vita le parole della Lumen gentium: “Perciò tutti nella Chiesa, sia che appartengano alla gerarchia, sia che siano retti da essa, sono chiamati alla santità, secondo le parole dell’Apostolo: ‘Sì, ciò che vuole Dio è la vostra santificazione’. [I pastori del gregge di Cristo] non temano di dare la propria vita per le pecorelle e fattisi modello del gregge, aiutino infine con l’esempio la Chiesa ad avanzare verso una santità ogni giorno più grande”.







