Skip to main content

NUOVO MODELLO DI DIFESA TRA CINISMO E COSCIENZA

Condividi su

Questo Nuovo Modello di Difesa non è altro che la riconversione della NATO in “artiglio dell’Europa contro il Sud del mondo” (p. Ernesto Balducci).

Fa pena vedere che una certa sinistra italiana, ieri ostile alla NATO perché contro la Russia, oggi la sostenga nonostante si sia rivolta contro i paesi poveri del Sud del mondo.

Il governo Prodi non è riuscito ad approvare la Nuova Legge Obiettori entro luglio, come chiedevano le forze dell’associazionismo sociale.

Il Nuovo Modello di Difesa è un “patto scellerato” dei paesi industrializzati per continuare lo sfruttamento del Terzo Mondo.


      L’anno 1989 lascerà il segno nella storia. Il sistema sovietico dittatoriale o del socialismo reale si è sgonfiato e poi disfatto in un lampo, dall’interno.  Insieme è scomparso lo spauracchio di una guerra nucleare tra Est e Ovest, in pratica tra Russia e America, con relativi satelliti, punto nodale della politica postbellica.

Il presidente americano Reagan attribuì il merito a se stesso, per aver spinto all’estremo il sistema difensivo e, insieme, il sistema economico liberista dell’Occidente.  Altri lo attribuirono al metodo di lotta popolare nonviolenta attuato prima in Polonia e poi, via via, negli altri paesi fino a Mosca.  Altri ancora lo attribuirono a Giovanni Paolo II, che in Polonia aveva sostenuto Solidarnosc, reclamando libertà religiosa e civile, ed escludendo qualsiasi ricorso alla rivolta armata.

Altri infine lo attribuirono alla preveggenza di Mikhail Gorbaciov, convinto della necessità di aprire il sistema russo alle libertà democratiche, convinto anche dell’opportunità di sostituire alle guerre il principio gandhiano della nonviolenza e fermissimo nel resistere alla tentazione di gettarsi a capofitto nel liberismo capitalista. Fu insignito, difatti, del premio Nobel per la Pace.  Probabilmente vi hanno concorso insieme tutti questi fattori.

IL NUOVO MODELLO DI DIFESA

Il fatto è che, sciolto il Patto di Varsavia, la NATO rimaneva senza antagonista e si poteva prevederne un corrispondente scioglimento. Invece no. La NATO non si sciolse.  Da allora si cominciò a parlare di “Nuovo Modello di Difesa” (NMD).  Cosa si intende?

È a questo punto che si intrecciano considerazioni ciniche oppure ingenue e  percezioni precise di un “patto scellerato” al quale opporsi con coscienza vigile e determinazione. La descrizione più autorevole del NMD si trova, per l’Italia, nei Lineamenti di sviluppo delle Forze Armate negli anni ‘90, presentati dal ministero della Difesa in Parlamento nell’ottobre del 1991.   Questo documento parla di “concetti strategici di difesa degli interessi vitali ovunque minacciati o compromessi”, anche al di fuori dei confini nazionali, abbandonando il “tradizionale paramento ‘da chi difendersi’ a favore di una polarizzazione su ‘cosa’ e ‘come’”.  Per “riqualificare” l’esercito ai fini del “Nuovo Modello di Difesa”, il ministero chiede al Parlamento una “legge speciale, i cui finanziamenti devono essere considerati non sostitutivi, bensì complementari di quelli del bilancio ordinario...”, che all’epoca si aggirava sui 26.000 miliardi, “dell’ordine di 20.000 miliardi l’anno, a valori monetari invariati rispetto al 1991”.  Gli “interessi vitali” da difendere “ovunque” riguardano “le materie prime necessarie alle economie dei paesi industrializzati” presenti nel Sud del mondo.  In questo quadro, l’Europa - e in particolare l’Italia - avrebbe “il ruolo di ponte politico ed economico tra l’Occidente industrializzato e il Terzo Mondo”.

Così risulta chiaro che questo NMD non è altro che la riconversione della NATO in “artiglio dell’Europa contro il Sud del mondo”, come lo definì p. Ernesto Balducci nel 1992.   Definizione ripetuta pari pari da uno speaker televisivo che indicò, in due parole, l’oggetto dell’incontro dell’allora ministro della Difesa Rognoni con il suo collega americano del Pentagono, all’indomani della guerra del Golfo: “Reimpostazione della NATO, non più in funzione Est-Ovest (Russia-America), ma Nord-Sud (paesi industrializzati-Terzo Mondo)”. Perfetto!

UNA POLITICA PIÙ DI DESTRA CHE DI SINISTRA

Purtroppo fin dal programma elettorale dell’Ulivo si capiva che, per non conoscenza o per cinismo o per opportunismo, anche il governo Prodi avrebbe marciato in tale direzione.  Fa pena vedere che una certa sinistra italiana, ieri ostile alla NATO perché contro la Russia, oggi la sostenga nonostante si sia rivolta contro i paesi poveri del Sud del mondo.  Fa pena vedere il PDS e anche il PPI guardare incantati al progetto di esercito professionale prospettato da Jacques Chirac, presidente di una Francia corrotta e corruttrice, che dovrebbe solo vergognarsi di aver sostenuto, anche militarmente, un regime come quello di Mobutu nell’ex-Zaire, di Paul Biya in Camerun e altri simili nelle sue ex colonie.

Questo centro-sinistra sembra non rendersi conto di favorire in tal modo il militarismo e il capitalismo più biechi.  Promuovendo con leggi veloci e decise il NMD, con il riordino dei vertici militari, gli stanziamenti consistenti per i nuovi sistemi d’arma, gli incentivi ai militari di ferma volontaria, la militarizzazione volontaria delle donne, il governo Prodi appare funzionale più a una politica di destra che di sinistra, al militarismo affaristico rinascente più che a una politica di pace.

C’è chi spudoratamente afferma: “Oggi si tratta di ripassare dall’idea di non guerra all’idea di guerra” (Barbara Spinelli su La Stampa del 29.6.’97); “Dopo cinquant’anni di demonizzazione della guerra, l’Occidente ne ha perso la cultura. Invece di una cultura sulla pace, bisognerebbe ripristinare una cultura sulla guerra” (gen. Carlo Jean in Guerra, strategia, sicurezza); “L’art.11 della Costituzione (‘L’Italia ripudia la guerra...’) è un rimasuglio di pudore pacifista di cui è ora di sbarazzarsi” (Ernesto Galli della Loggia sulla rivista Limes); “Albania, quei pacifisti teneri e ipocriti... ‘Anche in Albania come in Somalia - si afferma - ci sono stati e ci sono interessi economici italiani... Nessun paese - sembrano dire - può partecipare ad un’azione dell’ONU o dell’OSCE (Organizzazione sulla sicurezza e la cooperazione in Europa), là dove ha interessi economici’.  Nella realtà delle relazioni internazionali accade esattamente il contrario: non vi è ‘operazione di pace’, in cui non vi siano motivazioni e ricadute economico-finanziarie.  I paesi che hanno maggiormente contribuito alla ricostruzione del Kuwait, sono quelli che intervennero militarmente... La società internazionale non è divisa tra ‘egoisti’ e ‘altruisti’.  È divisa fra coloro che confessano i propri interessi e coloro che preferiscono nasconderli sotto prediche pacifiste e umanitarie” (Sergio Romano su Panorama del 26.6.’97).

Sennonché, caro Sergio Romano, gli interessi dei paesi industrializzati significano di solito per i paesi poveri rapina delle terre, rapina del lavoro malpagato, rapina delle materie prime, rapina delle foreste e danni ambientali, squilibri commerciali; e, nel caso qualcuno osi ribellarsi, significano squadroni della morte o guerre di soffocamento, spacciate per “missioni di pace”.  Non tutto sarà dettato da malignità internazionale, ma non si tratta nemmeno di fatti isolati.  Si tratta di sistemi ingiusti e meccanismi economico-militari perversi, che la Sollicitudo rei socialis (SRS) chiama “strutture di peccato”.

Fra queste strutture di peccato, Giovanni Paolo II includeva il collettivismo marxista,  ma, senza mezzi termini, anche il capitalismo liberista: “La chiesa assume un atteggiamento critico nei confronti sia del capitalismo liberista sia del collettivismo marxista” (SRS). Questo concetto viene ribadito nella Centesimus annus (CA), l’enciclica del 1991, dopo il crollo del socialismo reale: “I paesi occidentali corrono il pericolo di vedere in questo cedimento la vittoria unilaterale del proprio sistema economico e non si preoccupano, perciò, di apportare ad esso le dovute correzioni.  I paesi del Terzo Mondo - dice ancora la CA - si trovano più che mai nella drammatica situazione del sottosviluppo, che ogni giorno si aggrava”. Tutto ciò “ci dà l’impressione - scrive il vescovo Diego Bona, presidente nazionale di Pax Christi, in una lettera aperta - di essere tornati indietro di cinquant’anni”.

Contestualmente, sempre nella prospettiva del NMD, il governo Prodi non è riuscito ad approvare la Nuova Legge-Obiettori (N.L.-O.) entro luglio, come chiedevano le forze dell’associazionismo sociale.  A ciò ha contribuito non soltanto l’ostruzionismo di Alleanza Nazionale (oltre 2.000 emendamenti), ma l’obiettivo, nemmeno tanto velato del presidente della Camera Violante, di rinviare la N.L.-O. fino alla riforma generale della leva; leva che, prima o poi, dovrebbe sparire per far posto all’esercito professionale e volontario, sul tipo del progetto di esercito francese, facendo indirettamente “sparire anche l’obiezione di coscienza”, come disse il presidente della Commissione Difesa della Camera, Valdo Spini.

Ma il rinvio a settembre della N.L.-O. ha fatto esplodere la protesta di tutto l’associazionismo sociale, che fatica a riconoscersi in una politica estera e di difesa che sembrerebbe più consona ad un governo di destra.

GIGANTE BUONO O PATTO SCELLERATO?

Il NMD per alcuni è un soccorso umanitario da gigante buono.  Gli eserciti agili, di volontari professionalizzati, sono in grado di intervenire qua e là nel mondo per mantenere la pace (peace-keeping) o imporre la pace (peace-enforcing). 

Per altri, il NMD è un “patto scellerato”.  Fu escogitato per rilegittimare gli eserciti, in particolare la NATO, e per rilanciare l’industria bellica.   Ed ecco allora il nuovo nemico, il fondamentalismo islamico (da non sottovalutare, come anche altri fondamentalismi, ma nemmeno da affrontare con guerre di religione); ecco la nuova realtà da difendere, gli “interessi vitali” al di là dei confini nazionali, cioè “le materie prime necessarie alle economie dei paesi industrializzati” presenti nel Sud del mondo.

L’espressione centrale che viene ripetuta in tutte le leggi o proposte di legge dei vari paesi industrializzati per avallare il NMD è la difesa, appunto, degli “interessi vitali della nazione”. Le esplicitazioni chiariscono che si tratta di interessi economici: materie prime, come il petrolio; latifondi acquistati per poco o niente, con gente che lavora pure per poco o niente; conquista e difesa di mercati; traffici di droga e armi; multinazionali che spadroneggiano su popoli e stati, anche i più potenti.

Il problema è dunque la “globalizzazione dell’economia”.  Il potere mondiale non è statale e nemmeno continentale o dell’ONU, ma della finanza che si impone sui governi e sugli eserciti.  La rinascita dell’esercito giapponese è un puro gioco finanziario; lo stesso dicasi per la Germania; la Francia di François Mitterrand aveva già votato in Parlamento la legge per l’uso dell’atomica oltre i confini nazionali a difesa dei propri “interessi vitali”; le potenze atomiche vogliono imporre il “trattato di non proliferazione nucleare” agli altri paesi, ma non vogliono nemmeno sentir parlare di un “disarmo nucleare”; il generale russo Lebed spiegava la guerra cecena con i traffici sporchi; la guerra che da oltre quarant’anni martirizza il popolo sudanese è dovuta al petrolio; e così via.

Tutto ciò sta a dire che il NMD  è funzionale al predominio dei paesi industrializzati sul Terzo Mondo e delle multinazionali sugli stessi paesi industrializzati. Il NMD appare, in tal modo, un “patto scellerato” dei paesi industrializzati per continuare lo sfruttamento del Terzo Mondo.  È qualcosa di simile alla Conferenza di Berlino del 1884-85, dove l’Africa fu quasi completamente spartita a tavolino fra le potenze partecipanti; poi gli eserciti coloniali si comportarono di conseguenza.

In effetti, nel comunicato finale del Consiglio dell’Atlantico del Nord, riunitosi a Berlino il 3 giugno 1996, si dice: “Oggi abbiamo dato nuovo impulso al processo di adattamento e riforma dell’Alleanza, che ha avuto inizio nel 1990 in occasione del Summit NATO svoltosi a Londra e che è continuato al Summit di Bruxelles del 1994”. Ecco dunque indicati luoghi e date di questo nuovo “patto scellerato”.

Se si pensa alle guerre e agli sconvolgimenti derivati all’Africa dal “patto scellerato” di Berlino del secolo scorso, tuttora persistenti, chi non avverte l’urgenza morale di denunciare e di fermare tali patti prima che producano i loro effetti devastanti? Così occorre denunciare e fermare, per quanto possibile, questo nuovo “patto scellerato”, ossia il NMD.

  • ANGELO CAVAGNA.

STATI UNITI: PRIMI VENDITORI DI ARMI NEL MONDO

Nella classifica mondiale dei venditori di armi, gli Stati Uniti risultano primi. Lo scorso anno, gli Usa hanno infatti incassato 11,3 miliardi di dollari, ben oltre la metà dei quali (7,3 miliardi) in vendite a paesi in via di sviluppo. È quanto risulta da un rapporto del Congressional research service americano. E si prevede che, nel 1997, gli introiti siano addirittura più alti: all’inizio di agosto, l’amministrazione Clinton ha infatti deciso di cancellare il divieto che per vent’anni ha impedito alle aziende statunitensi di fare vendere armi tecnologicamente avanzate all’America latina.

Presto nei cieli nel Cile potrebbero dunque sfrecciare degli F-16 (almeno 24) di fabbricazione americana. E i sofisticati velivoli da guerra - 25 milioni di dollari l’uno - potrebbero altrettanto rapidamente trasformarsi negli ambasciatori di un mercato degli armamenti da oltre sette miliardi di dollari che raccoglie l’intera area a sud del Rio Grande. Del resto, anche gli altri paesi latinoamericani quanto a spese militari non scherzano: il Perù di Fujimori ha acquistato a prezzo stracciato almeno una dozzina di Mig-29 dalla Bielorussia e sta trattando l’acquisto di missili dalla Corea del Nord; l’Ecuador ha comprato da Israele velivoli militari Kfir; ecc.

Sempre secondo il rapporto citato, nel ’96 il mercato globale delle armi ha raggiunto la cifra di 31,8 miliardi di dollari, 19,3 miliardi dei quali sono vendite a paesi in via di sviluppo. Tra gli acquirenti, l’India è prima con una spesa di 2,5 miliardi, seguita dall’Egitto (2,4 miliardi), dall’Arabia Saudita (1,9 miliardi), dalla Corea del Sud (1,2 miliardi) e dall’Indonesia (1 miliardo).

Fra i venditori - dopo gli Stati Uniti, seppur con un notevole distacco - risulta la Gran Bretagna con un incasso totale di 4,8 miliardi e la Russia con 4,6 miliardi.

A.G.


VERSO I CORPI CIVILI DI PACE

L’alternativa al Nuovo Modello di Difesa, ma anche al “sistema di guerra” in genere, si chiama “Difesa Popolare Nonviolenta”.

Gli eserciti, se vogliono avere futuro  (e possono averlo), devono trasformarsi in “corpo di polizia internazionale”.

La costruzione o ricostruzione della pace è anzitutto opera di civili e solo in secondo luogo, e per certi aspetti, opera di polizia internazionale.

Chi sono gli ingenui e chi i realisti? L’aggettivo “ingenui” viene di solito affibbiato ai pacifisti.  Al contrario, ingenui sono quasi sempre stati i militaristi che, con la scusa “se vuoi la pace, prepara la guerra”, hanno continuato a fare guerre sempre più orrende, per lo più dettate da sporchi interessi (vedi la storia delle guerre coloniali) con la copertura di ideali fasulli (portare la civiltà!). La realtà oggi è che le armi - perfino quelle nucleari - circolano liberamente sui mercati mondiali, alla faccia tutti gli embarghi, mentre la gente muore di fame.

Veri realisti sono stati i grandi nonviolenti, che sono l’esatto contrario della passività. Anzi, sono dei veri lottatori.  E le loro vittorie, senza uccidere nessuno e con poche vittime anche tra le proprie file, fanno ormai parte della “storia” e non dell’”utopia”.

La costruzione politica (più che affaristico-militare) dell’Europa e delle altre aree continentali e subcontinentali, fino ad una vera unione politica mondiale (cioè un’ONU democratizzata e rafforzata), è una via giuridica obbligata alla pace, visto che oggi i problemi sono mondiali e vanno risolti anche a quel livello, con il “principio di sussidiarietà”.  Ricordava La Pira: “Pax ex jure - La pace dal diritto”.

Gli eserciti, in tale prospettiva, se vogliono avere futuro  (e possono averlo), devono trasformarsi in “corpo di polizia internazionale”.  Ma non basta cambiare il nome, come avvenne per la guerra del Golfo.  Occorre una trasformazione radicale, che equivale all’abolizione degli eserciti nazionali.

L’on. Tina Anselmi, componente della Commissione governativa d’inchiesta sui fatti della Somalia,  dice cose molto simili pur senza arrivare a parlare di eliminazione degli eserciti e di una loro trasformazione in corpo di polizia internazionale.  Sostiene che occorre un esercito fatto di uomini capaci di costruire la pace, non di combattere il nemico; uomini forti di un addestramento che metta in primo piano il rispetto della persona.  “Le cosiddette guerre moderne - spiega l’Anselmi - esigono un contributo in termini di costruzione delle condizioni di pace.  Queste missioni devono essere composte da uomini dotati di un bagaglio culturale e di conoscenze del paese dove vanno a operare, degli usi e costumi locali, della religione e della storia di quei popoli.  Una formazione quindi che non sia solo tecnica, ma che contenga i valori più importanti di un’educazione da portare avanti, dall’asilo alle caserme e fino alle accademie militari, per quanto riguarda i livelli di comando. Se non capiamo questo, vuol dire che ci siamo presi in giro” (intervista su Avvenire del 10.3.’97).

È difficile, tuttavia, che le scuole di guerra, come sono le accademie militari, possano essere contemporaneamente scuole di pace. Ma la logica delle cose esige, nell’era planetaria, quel cambiamento strutturale-addestrativo più radicale sopra descritto.

DAGLI ESERCITI ALLA POLIZIA INTERNAZIONALE

Nello stesso senso dell’on. Anselmi, ma con prospettiva e terminologia forse più innovative, il prof. Antonio Papisca dell’Università di Padova, in una nota sul tema della polizia internazionale, scrive così: “Il nuovo diritto internazionale (Carta della Nazioni Unite e Convenzioni giuridiche internazionali sui diritti umani) ammette l’uso del militare soltanto per le finalità e nelle forme della polizia internazionale.

La differenza tra un’operazione di polizia e un’operazione di guerra è netta: con la prima, si tratta di neutralizzare un criminale o un gruppo di criminali, nel rispetto della legge; con la seconda, di distruggere il ‘nemico’ (che non è soltanto un esercito, ma anche uno stato, un popolo, un territorio), al di là e al di sopra della legge.

La differenza sta, naturalmente, anche nel tipo di mezzi di coercizione impiegati e, soprattutto, nel tipo di testa di chi li usa.  Il poliziotto internazionale non è, non può essere il ‘soldato’ addestrato, nelle caserme e nelle accademie, a fare la guerra e quindi a distruggere il nemico.  La sua testa dev’essere diversa da quella del soldato. La riconversione degli eserciti a funzioni di polizia passa attraverso la riconversione delle teste, cioè attraverso nuovi programmi di formazione e di addestramento.  Chi è addestrato come soldato non può, con un ‘training’ di due o tre giorni, diventare un operatore di pace delle Nazioni Unite.  Ci vogliono nuovi programmi e nuovi centri di formazione e addestramento.

Tanto per cominciare (dalla testa dei capi), bisogna togliere lo scandalo della ‘scuola di guerra’ di Civitavecchia.  Se la guerra è vietata, non ci può essere una ‘scuola di guerra’! Occorre cambiare denominazione: ‘scuola delle operazioni di pace’ o ‘scuola di polizia internazionale’.  Occorre approfittare dell’ennesima ‘evidenza empirica’ (gli scandali della Somalia, della Bosnia, ecc.) per fare il salto di qualità definitivo.

Bisogna trovare dei parlamentari che facciano interpellanze e avanzino proposte di riconversione: il momento è quello giusto! Ci vuole un parlamentare che presenti un ‘nuovo modello di difesa’ non più ‘nazionale’ ma ‘collettiva’, fondata sui principi del nuovo diritto internazionale e rispondente alle esigenze di riconversione degli eserciti in forze di polizia internazionale”.

L’APPELLO DEI NOBEL PER LA PACE

Alla luce di queste considerazioni del prof. Papisca, non si dimentichi il discorso fondamentale dei “corpi civili di pace” o “caschi bianchi”, con relative scuole di peace-keeping e peace-building.  La costruzione o ricostruzione della pace è anzitutto opera di civili e solo in secondo luogo, e per certi aspetti, opera di polizia internazionale.

Anzi, le grandi lotte nonviolente sono per eccellenza opera collettiva di tutta la gente unita: Difesa Popolare Nonviolenta. È questa la vera alternativa alle guerre di oggi  e di domani.  Ma per questo occorre una nuova cultura e una nuova educazione, “fin dall’asilo” come dice Tina Anselmi.  È precisamente questa la proposta formulata all’ONU da un gruppo di Nobel per la Pace (cf. M.O., settembre e ottobre ’97).

Proprio venti premi Nobel per la pace hanno firmato il 2 luglio ’97, a Parigi, un appello ai capi di stato dei paesi membri dell’ONU, chiedendo che l’Assemblea generale proclami un “Decennio della nonviolenza 2.000-2.010”, a vantaggio dei milioni di bambini che “soffrono in silenzio delle conseguenze della violenza”.

Tra i firmatari dell’appello figurano Nelson Mandela e Frederick W. De Klerk, Mikhail Gorbaciov, Madre Teresa di Calcutta, il Dalai Lama, Aung San Suu Kyi, Shimon Perez e Yasser Arafat.  “Noi trasmettiamo ai bambini del terzo millennio una tecnologia magnifica”, ma anche “un pianeta malato, una mondializzazione della guerra economica al servizio della ‘teologia del mercato’, una famiglia umana in piena confusione e lacerata”,  affermano i Premi Nobel.  “I nostri bambini avranno bisogno della saggezza di cui noi manchiamo”, per rinunciare ad una violenza “diventata oggi suicida”.

All’Assemblea generale dell’ONU si chiede quindi che, durante il decennio 2.000-2010, “la nonviolenza sia insegnata a tutti i livelli della società, allo scopo di rendere i bambini coscienti del suo significato reale e pratico e dei suoi benefici nella vita di ogni giorno”.

Tutto questo insieme di riflessioni e opinioni denota che i pacifisti non sono ingenui, ma hanno già incominciato a cambiare la storia, umanizzandola, e stanno ponendo le basi culturali, pedagogiche, tecniche ed esperienziali per una svolta globale dell’umanità, dal punto di vista religioso e civile, in senso nonviolento.

SPIRAGLI DI NUOVA POLITICA

Se le cose stanno come detto fin qui, nel governo Prodi si nota, tuttavia, qualche spiraglio di una politica nuova, una politica di pace, quasi in controtendenza rispetto alla mentalità generale.

Agli Esteri, la sottosegretaria Patrizia Toia del Partito Popolare si è distinta per la battaglia, vinta, all’ONU, contro la pena di morte, anche se si sa quanto poco contino le risoluzioni dell’Assemblea.  La Farnesina si è pure battuta per contrapporre, all’entrata di Germania e Giappone fra i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, un avvicendamento di paesi diversi, anche del Terzo Mondo. Che sia un tentativo di democratizzare l’ONU? Anche il sottosegretario Rino Serri sta lavorando per riavviare la politica di cooperazione internazionale sui giusti binari.

Qualche segno di novità sembra riscontrarsi in un discorso tenuto dal ministro della Difesa Andreatta al Convegno sul Servizio civile europeo (Torino, 4 luglio 1997). In questa sede, ha ribadito la sua linea contraria all’esercito di soli volontari professionisti, traendo lezione proprio dai fatti successi in Somalia, e confermato la sua preferenza per “un sistema misto, in modo che una quota importante di giovani di leva si integri con una di carattere più professionale”. Ha dichiarato: “Credo che i recenti fatti di cronaca legati alla missione internazionale Restore Hope in Somalia abbiano fatto comprendere anche ai più strenui sostenitori di una leva di soli professionisti quali fossero le mie preoccupazioni e i possibili rischi”.

L’on. Andreatta ha inoltre ribadito che la presentazione del suo progetto di “Servizio civile nazionale” non intende “interferire con l’iter di una proposta di legge in discussione in Parlamento” da varie legislature.  Anzi, il ministro ha riconosciuto che “la normativa sulla obiezione di coscienza ha avuto un iter parlamentare particolarmente problematico e complesso, ed è giusto che giunga finalmente ad una conclusione positiva”.

Con queste ed altre affermazioni, del resto ribadite alla Camera il 14 luglio ’97 dal sottosegretario alla Difesa Rivera, il ministro non sconfessa certo la prospettiva militar-imperialista del NMD, né si sposta dalla cultura di guerra alla cultura dell’obiezione e della nonviolenza; ma nemmeno segue, anzi si apparta dalla corsa all’esercito di soli professionisti, che sembra oggi prioritario nella maggioranza dei paesi europei.

Anche Prodi conferma che la vicenda parlamentare delle N.L.-O.  “sembra avvicinarsi al suo esito”.  Si desume dall’insieme che la considerazione positiva del governo per gli obiettori è più dovuta al servizio civile da essi prestato che non alla nonviolenza e all’antimilitarismo che li motiva. Il primo ministro avverte comunque che la crescita considerevole degli obiettori è anche segno di una certa crescita dei valori della solidarietà e della pace nei giovani.

Si spera che nel “confronto-dibattito con le forze sociali, con il mondo dell’associazionismo e del volontariato”, pure auspicato dal ministro Andreatta, emerga più chiaramente la correzione di rotta necessaria da compiere nella politica estera e della difesa, senza più rincorrere il falso giudizio di valore finora tributato al NMD, sviluppando invece le prospettive politiche e giuridiche di pace presenti nella Costituzione italiana. Così l’Italia può e deve tornare ad essere faro di civiltà, senza accodarsi a Stati Uniti, Francia e altri paesi - cosiddetti più progrediti - sulla via di un deleterio e criminale “patto scellerato”, quale è nel suo complesso il NMD.

A.C.


OCCORRE UNA SVOLTA POLITICA

Anzitutto occorre che il governo Prodi dia una svolta alla sua politica estera e della difesa. Come ho già sostenuto in una lettera aperta, Per una nuova politica estera, visto che il potere mondiale, oggi, è economico e non politico, e che poche multinazionali detengono un potere internazionale superiore a quello degli stati, senza un’autorità politica mondiale che funga da regolatore a garanzia del bene comune, le multinazionali sono in preda ad un liberismo sfrenato, che non rispetta nulla e nessuno.

Le politiche nazionali sono succubi e distorte dal potere economico mondiale, che le asserve a sé mediante un “sistema subdolo, a volte sfacciato, di connivenze e di corruzione”. L’ONU stessa, priva di vera autorità, è l’emblema di questa debolezza del potere politico rispetto all’economico-finanziario. Gli stessi meccanismi economici dell’ONU, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Mondiale (BM), con le loro politiche di “aggiustamento strutturale”, di fatto non sono funzionali al bene comune dell’umanità ma al sistema di potere economico che impoverisce il Terzo Mondo. Esiste un “nuovo diritto internazionale”, centrato sui diritti dell’uomo e dei popoli, ma resta sulla carta senza un’autorità politica mondiale effettiva.

Da queste considerazioni scaturiscono le seguenti proposte, valide per ogni politica sensata, in particolare oggi per il governo dell’Ulivo:
  1. L’Italia proponga senza mezzi termini la democratizzazione e il rafforzamento dell’ONU (Costituzione art. 11).
  2. L’Italia chieda la revisione delle politiche di aggiustamento strutturale del FMI e della BM.
  3. Il ministero degli Esteri rilanci le “politiche di cooperazione”, almeno a livello nazionale ed europeo, all’insegna di una vera solidarietà tra i popoli.
  4. L’Italia dia piena attuazione all’art. 11 della Costituzione e all’art. 43 della Carta dell’ONU, avviando la trasformazione radicale dell’esercito in un vero “corpo di polizia internazionale”.
  5. L’Italia metta da parte il NMD, imperniato sul conflitto Nord-Sud del mondo.
  6. L’Italia chieda la revisione radicale e, in definitiva, il superamento della NATO nel senso dei due punti precedenti.
  7. L’Italia promuova, a livello nazionale ed internazionale, forme di DPN organizzata. Insieme all’organizzazione dei “caschi blu” favorisca l’organizzazione dei “caschi bianchi”, sia per prevenire i conflitti che per conservare, imporre e costruire la pace (cf. M.O., maggio ’95).

A.C.



Per scaricare la rivista accedi con le tue credenziali d'accesso o abbonati.

Logo saveriani
Sito in costruzione

Portale Unico dei Saveriani in Italia

Stiamo finalizando la nuova versione del portale

Saremmo online questa estate!

Ti aspettiamo...

Versione precedente del sito