NON C’È PACE SENZA GIUSTIZIA
Non si è mai parlato tanto di Palestina come in questi ultimi due anni, dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e il successivo massacro della popolazione civile di Gaza, vittima di un’aggressione “genocidaria” da parte delle forze militari israeliane. Se ne continua a parlare anche dopo il cosiddetto “Accordo di pace” firmato a Sharm el-Sheikh dal presidente Usa Trump insieme al presidente egiziano al Sisi, all’emiro del Qatar al Thani e al presidente turco Erdogan.
Come al solito, quando avvengono fatti così deplorevoli, i nostri mass media cercano di spiegarli intervistando non solo esperti, ma anche protagonisti dei più popolari talk-show, chiedendo opinioni, analisi e prospettive. Si sono così formati – purtroppo anche in questo caso – schieramenti da una parte o dall’altra come se si trattasse di una competizione sportiva dove ognuno tifa per la sua squadra, senza dare la dovuta importanza alla memoria storica e alle vittime dei due popoli in conflitto – palestinese e israeliano –, come invece hanno lodevolmente fatto Maher Charif e Issam Nassar nel loro fondamentale libro: I Palestinesi. Storia di un popolo e dei suoi movimenti nazionali (2025).
I nostri mass media e talk-show brillano piuttosto per l’ignoranza del nucleo della questione palestinese, come giustamente scrivono nella prefazione all’edizione italiana del succitato libro Isabella Camera d’Afflitto e Ignazio De Francesco, chiedendosi perché dal 1948 al 1949, in seguito alla Nakba (catastrofe), circa 750mila palestinesi hanno dovuto lasciare la loro patria, la loro terra, le loro case, se non avevano alcuna responsabilità nell’immane tragedia dell’olocausto?
E ancora – ci chiediamo anche noi – se un ricercatore israeliano, del calibro di Ilan Pappé, ha avuto il coraggio nella sua minuziosa ricerca storiografica tradotta in molte lingue – La pulizia etnica della Palestina – di mettere il dito sulla piaga di un popolo sistematicamente cacciato dalla propria terra, come mai oggi si ignora – tra l’altro anche nei discorsi pronunciati il 13 ottobre scorso alla Knesset da Donald Trump, Benjamin Netanyahu e Yahir Lapid, così come nella dichiarazione firmata a Sharm el-Sheikh – che anche i palestinesi hanno una loro storia, una loro cultura e, come tutti i popoli della terra, hanno il diritto di avere uno Stato?
E se oggi lo Stato di Palestina è riconosciuto da ben 157 Stati dei 193 membri dell’Onu, che cosa impedisce la realizzazione della convivenza dei due popoli, magari anche in un solo Stato, come osa proporre lo stesso Ilan Pappé, in un altro suo libro, One Land, Two Peoples?
Certamente un accordo, fondato su relazioni clientelari, sulla forza delle armi, del denaro, del potere, come quello firmato a Sharm el-Sheikh, non può essere foriero di nessuna convivenza perché non affronta il cuore della questione palestinese: i palestinesi, come tutti i popoli della terra, hanno il diritto di vivere dove sono sempre stati. Lo testimonia molto bene anche il documentario sulla colonizzazione della Cisgiordania, No Other Land, Premio Oscar 2025, frutto di cinque anni di lavoro di un collettivo israelo-paletinese.
Insomma, non c’è pace senza giustizia. E solo da una pace, frutto della giustizia, si può sognare un traguardo più alto, come quello della riconciliazione, resa possibile dal perdono, come amava ripetere Desmond Tutu, figura iconica della lotta anti apartheid in Sudafrica: non c’è pace senza giustizia, non c’è futuro senza perdono!







