MURI DI TERRA SANTA
Sui muri di Terra santa Francesco ha riscritto l’enciclica del dialogo di Paolo VI, Ecclesiam suam, del 1964. In quell’anno, infatti, dopo lo storico incontro a Gerusalemme col patriarca Atenagora, papa Montini aveva invitato la Chiesa cattolica, in piena assise conciliare, a trasformarsi in dialogo, a immagine della vita e della missione di Dio.
Nella sua enciclica programmatica, Paolo VI aveva declinato il dialogo in quattro cerchi concentrici:
- quello del mondo (con tutto ciò che è umano),
- quello interreligioso (con i credenti di altre fedi),
- quello ecumenico (con i cristiani di altre tradizioni),
- quello interno (tra i fedeli della stessa Chiesa cattolica).
A cinquant’anni di distanza, papa Bergoglio, con i suoi gesti e le sue parole, ha ripreso tutti e quattro i cerchi del dialogo di papa Montini. Anzitutto, Francesco ha ridato forma al dialogo con l’umano attraverso un gesto più eloquente di tante parole, quando, lungo la strada che lo portava alla piazza della Mangiatoia a Betlemme, ha fatto fermare la jeep bianca, è sceso e si è avvicinato al muro che separa israeliani e palestinesi poggiandovi la testa e la mano in silenziosa preghiera.
Così, senza menzionarli, papa Bergoglio ha detto no a tutti i muri che separano popoli e nazioni.
Anche il sorprendente invito ad un “summit di preghiera” per la pace in Vaticano, subito raccolto dai due presidenti Abu Mazen e Shimon Peres, ha contribuito ad alimentare il dialogo con l’immenso e drammatico cerchio contemporaneo dell’umano.
Francesco ha poi ridato forma al dialogo interreligioso, tra l’altro inserendo nella sua comitiva un rabbino e un imam sudamericani, che lo hanno accompagnato anche al Muro del pianto. Qui i tre amici, pellegrini, hanno sugellato con un triplice abbraccio il gesto papale di inserire nello spiraglio del muro una lettera con la preghiera del “Padre nostro”. La visita al Memoriale di Yad Vashem ha perfezionato il messaggio di Francesco sul rapporto con l’alterità etnica e religiosa.
Di fronte alla tragedia incommensurabile della Shoah, papa Bergoglio ha fatto risuonare la voce di tutti i gruppi umani religiosamente ed etnicamente discriminati attraverso la domanda di Dio: “Adamo, dove sei?”. “In questa domanda, ha ribadito il papa, c’è tutto il dolore del Padre che ha perso il figlio”.
Infine, nella visita al Gran Mufti di Gerusalemme, Francesco ha chiuso il cerchio del dialogo tra le fedi abramitiche, con queste parole: “Cari fratelli, cari amici, da questo luogo santo lancio un accorato appello a tutte le persone e le comunità che si riconoscono in Abramo: rispettiamoci ed amiamoci gli uni gli altri come fratelli e sorelle! Impariamo a comprendere il dolore dell’altro!
Nessuno strumentalizzi per la violenza il nome di Dio! Lavoriamo insieme per la giustizia e per la pace!”.
Per ridare forma al dialogo ecumenico, papa Bergoglio ha scelto altri muri, quelli della Basilica del Santo Sepolcro, da secoli contesi fra cristiani di diversa confessione. Qui Francesco ha baciato insieme a Bartolomeo, patriarca di Costantinopoli, la pietra del sepolcro, dicendo: “Dobbiamo credere che, come è stata ribaltata la pietra del sepolcro, così potranno essere rimossi tutti gli ostacoli che ancora impediscono la piena comunione tra noi”.
Il papa che ritorna a Gerusalemme è un segno per tutta la Chiesa, anzi per tutte le Chiese.
Il pellegrinaggio a Gerusalemme è sempre anche un ritorno alla Chiesa delle origini, quale modello ispiratore di tutti i cerchi del dialogo, compreso quello interno, di cui la Chiesa cattolica ha bisogno per essere credibile nel proporre oggi all’umanità il Vangelo di Gesù e testimoniare quell’apostolica vivendi forma (la forma di vivere degli apostoli), che ha in Gerusalemme il suo vertice simbolico.







