BENVENUTI IN BANGLADESH! APPUNTI DI VIAGGIO IN UN PAESE CHE NON INTERESSA A NESSUNO
Il 10 aprile scorso nella Biblioteca Comunale di Cene (Bg), Gianni Zanetti, insegnante, ex alunno dei missionari saveriani, ha presentato i suoi appunti di viaggio in Bangladesh, dove si è recato a visitare padre Alfonso Oprandi e altri amici saveriani. Ci sembrano fornire spunti interessanti anche per i nostri amici e lettori di “Missione Oggi”. Per esigenze di spazio, ne pubblichiamo una piccola parte.
BENVENUTI IN BANGLADESH!
- APPUNTI DI VIAGGIO IN UN PAESE CHE NON INTERESSA A NESSUNO
- GIANNI ZANETTI
- Cene (Bg), 10 aprile 2014
“Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi” (Marcel Proust).
“Non è vero che il Bangladesh non interessa a nessuno”. Mia moglie ha ragione. Ha visto lunedì sera 17 Marzo un servizio su Rai 3 dal titolo “Made in Italy”, viaggio in Bangladesh, e sa quante imprese e marchi occidentali, anche italiani, son capaci di sfruttare quel paese poverissimo.
Io sono stato in quelle fabbriche nonostante sia impossibile entrarci. Batti il cancello di ferro e due facce poco raccomandabili di guardie armate fingono di aprirti. Tu intanto spii attraverso la fessura e trattieni il fiato nel vedere alcuni militari seduti a cavalcioni su un muretto. Sono in tenuta antisommossa: elmetto, scudo, caricatori, fucili automatici e mitra, residui di recenti disordini politici e proteste operaie, e ti vien subito voglia di scusarti per aver sbagliato indirizzo. Non è così per Alfonso, il missionario saveriano che ci ha convinti a seguirlo in questa missione impossibile. Lui è qui in Bangladesh da 30 anni e sa cosa deve fare.
“Seguitemi”, ci comanda senza voltarsi, e la potente voce sposta le prime due guardie. Poi, in perfetto bengalese, sgrida gli altri custodi e militari di non sapere più accogliere, come un tempo, gli stranieri. È una voce, la sua, che fa saltare una porta blindata con quel volume amplificato che pare uscire dalla bocca di una maschera tragica greca.
Intanto è già nella piccola portineria dell’entrata, dove due addetti al telefono si affrettano, straniti, a farci accomodare. Qui, naso all’insù e a occhi chiusi come un gallo che canta, inizia a sciorinare a memoria una sfilza di nomi di persone, di numeri di telefono e di fatti di quella fabbrica che le guardie nemmeno si sognano di conoscere. Tutti rimangono stupefatti da quella recita e un po’ storditi dall’incalzante verbosità di Alfonso. Qualcuno cede e si arrende, si avvia verso il centro del compound in cerca di un responsabile. È fatta. Un manager ci accompagnerà, più tardi, nei reparti.
Altre volte preferisce metodi più lenitivi, lamentandosi e facendosi compatire per la sua veneranda età, provocandoli di non rispettarlo come dovrebbero secondo la loro orgogliosa tradizione. Alfonso ha 63 anni, ma per un paese che ha oltre il 60% di popolazione da 0 a 25 anni, quell’uomo con la barba da tutte le parti, un volto affaticato e segnato come una carta geografica da viaggi e corse impossibili verso i più poveri, che si muove lento e un po’ goffo nella sua mole, appare un vecchio di 100 anni. È così che siamo penetrati nelle altre due fabbriche qui a Noluakuri, la sua missione, un villaggio vicino a Gazipur dove sono sorte centinaia di fabbriche tessili a metà strada tra Dhaka e Mymensing, città importante del nord. Palazzi lunghissimi di 8 piani che scambi per blocchi di condomini moderni, sono invece fabbriche piene all’inverosimile di operai e soprattutto operaie, molte ragazzine di 13/14 anni, 4, 6, 8mila persone, lì dentro quella singola fabbrica. File interminabili lungo le strade che si dirigono ogni giorno in quei compound recintati, fanno turni di 12 ore per 35 euro al mese, 1 al giorno.
Sì, a qualcuno interessa il Bangladesh! Senza nessuna copertura assicurativa né sanitaria.
Senza possibilità di contatti con un sindacato che ti possa difendere e risarcire in caso d’ incidenti sul lavoro o di morte. Come è avvenuto a Rana Plaza l’anno scorso dove più di 1100 persone hanno perso la vita per il crollo dell’intera fabbrica, e oltre il doppio sono rimaste gravemente ferite. Bisognerebbe rimanere sempre sani, qui. Meglio non rischiare di andare in ospedale, qui. Nel caso si fosse obbligati, devi pagarti tutto, operazioni, medicinali, cibo e letto.
Ho chiesto ad Alfonso di visitarne uno governativo a Mymensing. All’esterno una struttura nuova di 7 piani. Dentro, tra reparti chiusi o non terminati, un indecente spettacolo disumano. Stanzoni sporchi, traboccanti di malati, giacciono a terra, sotto i letti, per i corridoi, piangono, si lamentano, tentano di dormire assistiti da parenti che fanno loro da mangiare, lì per terra, accatastati su una stuoia e poi lavano e stendono indumenti ovunque. Giù al piano terra, una moltitudine si accalca nelle file agli sportelli per un posto qualunque, in questo lazzaretto di manzoniana memoria.
“Andiamo via, Alfonso, per favore”, ho supplicato dopo un quarto d’ora in quel girone infernale. E lui, per risanarmi gli occhi e il cuore, mi ha portato dall’altra parte della città per incontrare Riccardo, un suo confratello che segue un’équipe di medici italiani in uno splendido ospedale costruito dai missionari. È un’attività che ha mutuato da Alfonso stesso, quando nel ’91, ha organizzato a Khulna in una struttura ospedaliera di fortuna, ora rinomato Ospedale St. Mary, la prima équipe di chirurghi italiani. Adesso le équipe sono 12. Chirurghi ortopedici, cardiologi, ginecologi, urologi, pediatri, si avvicendano per sei mesi l’anno.
Davvero il cuore si allarga e ti commuovi nel vedere la gioia di queste persone, primari e infermieri di altissimo livello, dedicarsi gratuitamente ai più poveri per 8/10 ore al giorno.
“Sono le nostre ferie” dicono ridendo. Sì, a qualcuno interessa il Bangladesh!







