Skip to main content

MISSIONE COME COMPAGNIA, ETNOGRAFIA COME COLLABORAZIONE

Condividi su

La missione e l’antropologia hanno da sempre condiviso molto: dalle reciproche frequentazioni, a volte profonde, a volte dialettiche, alla coincidenza delle due “professioni” nella biografia della medesima persona. 

Tra missionari e antropologi in comune c’è sicuramente l’essere stati (e in parte essere ancora) il prodotto della medesima società di matrice europea con le sue categorie concettuali, il suo sguardo sull’altro e i suoi approcci più o meno sistemici nella lettura della realtà. Vi è stato poi – e spesso vi è ancora – un ruolo di mediazione culturale tra le realtà “occidentali” di provenienza e le culture e società altre, lontane, esotiche.

MISSIONARI E ANTROPOLOGI

Missionari e antropologi, per la loro propria funzione, sono chiamati a decodificare e interpretare i testi e i contesti locali, decifrando le forme sociali e culturali, le lingue e i significati; entrambi devono poi restituire, narrare, presentare tali interpretazioni a coloro che sostengono la rispettiva impresa, cioè alle realtà di provenienza siano esse una Chiesa, una comunità o congregazione religiosa, oppure un’accademia, un centro di ricerca. Così molto di ciò che il mondo “occidentale”, la letteratura, l’immaginario collettivo ha conosciuto, e in parte ancora oggi conosce dei mondi altri, delle società e culture lontane è grazie al lavoro scientifico degli antropologi (che però, direttamente almeno, hanno un piccolo pubblico) e al lavoro di divulgazione dei missionari, ai loro racconti, bollettini, strumenti mass e multi mediali. Questo finché il turismo non è diventato un fenomeno di massa e la comunicazione globale non ha avvicinato mondi prima lontani.

MEDIATORI CULTURALI

Circa i primi (antropologi), e non di meno per i secondi (missionari), rimane il dubbio se la loro opera di decodificazione, interpretazione e divulgazione, favorisca il contatto oppure la diffusione di stereotipi e pregiudizi. Al di là ovviamente della divulgazione più banalizzante, pietistica o folkloristica, è proprio l’opera di decodificazione di una cultura altra, e la ricomprensione della stessa in categorie proprie, ad essere un’operazione pericolosa. Eppure sia i primi (gli antropologi) sia i secondi (i missionari), non possono esimersi da questa operazione che, se vissuta con consapevolezza e rispetto, genera sensazioni di vertigini. Un detto famoso tra missionari, etnografi e giornalisti del Nord Ovest brasiliano recita: “Chi viene in Amazzonia per un mese e conosce i popoli della foresta scrive un libro. Chi viene per un anno scrive un articolo, chi rimane per più anni… non scrive nulla”.

TRA FUSIONI E RI-SIGNIFICAZIONI

Qualcosa di simile e di diverso accomuna quindi l’opera dell’evangelizzatore e quella dell’etnografo. Di diverso c’è che la ricerca etnografica e la riflessione antropologica portano in qualche modo la cultura dell’altro nella propria, nelle categorie di comprensione della propria: attraverso la produzione bibliografica, museale, storiografica, culturale. L’evangelizzazione, invece, vuole portare un fatto culturale (Vangelo, fede, religione) di una cultura altra (che è tale, anche se viene immaginato come a-culturale) dentro la cultura dell’altro, attraverso operazioni di cosiddetta “inculturazione”: azioni di sincretismo, selezione di alcuni elementi e scarto di altri, fusioni e ri-significazioni.

IN CONTESTO COLONIALE E POSTCOLONIALE

Poi però le cose possono invertirsi. L’antropologo con la sua conoscenza e definizione apparentemente asettica, osservativa ma in realtà culturalmente segnata e spesso egemonica finisce per voler trasformare l’altro nell’immagine che di lui si è fatto e la sua narrazione dell’indio, dell’etnia africana, della modalità comportamentale asiatica, diventa dominante, diffusa e spesso introiettata dalle stesse popolazioni locali. In contesto coloniale e postcoloniale questo è accaduto spesso e accade ancora oggi giacché solitamente la documentazione presente su una cultura o una specifica etnia è di produzione “occidentale”. Le cose si invertono però anche per il missionario: spesso ben più dell’antropologo in contatto simbiotico con le popolazioni locali, ne viene da esse trasformato, acculturato, assorbito. In qualche modo il desiderio di portare l’altro dalla parte nostra (cognitiva o religiosa) trasforma sia lui che noi stessi. L’altro ci cambia almeno quanto noi in qualche modo pensiamo di cambiarlo e viceversa.

DIALOGICI E COLLABORATIVI

Però oggi missionari e antropologi sono figli di una società plurale, critica ed emancipata. Essi stessi non appartengono più “etnicamente” e “culturalmente” solo al mondo occidentale e sia nell’accademia sia nelle Chiese, manifestano un mondo estremamente plurale benché segnato da processi di dominazione ed egemonia culturale. Così molti di loro fanno la scelta di camminare con i popoli e aiutare il loro lavoro di consapevolezza culturale e religiosa, in un’ottica di pluralismo religioso, antropologia collaborativa, attenzione alla giustizia sociale e al benessere integrale dell’uomo e dell’ambiente. Sto conducendo una ricerca di lungo periodo sulle storie contemporanee di missionari o missionarie che sono anche etnografi, antropologi. Alcuni che ho incontrato fondono in loro queste due sensibilità: un’evangelizzazione centrata più sulla costruzione comune del regno di Dio e una collaborazione alla comprensione dei processi culturali locali.

A VOLTE DONNE E UOMINI SOLI

Però spesso questo loro lavoro è solitario. Il cammino di crescita e comprensione delle loro competenze etnografiche e antropologiche, da connettere con la loro missione di evangelizzazione, è un percorso per lo più personale. Raramente la loro formazione fa parte di un progetto pensato di presenza ecclesiale. Se dalle Chiese o dalle congregazioni religiose sono stati indirizzati a tali studi, è stato spesso per ragioni funzionali: capire meglio l’altro per poi trasformarlo, nel peggiore dei casi; capire l’altro per poi come singoli e come comunità evangelizzatrici imparare a rispettarlo, nel migliore dei casi. In entrambi i casi, nelle interviste che raccolgo, raramente questo progetto, se c’è, è ripreso dalle loro comunità, verificato, rilanciato, messo a sistema con le pratiche di altri/e missionari/e e relative comunità. L’esperienza etnografica e antropologica e la riflessione critica sull’esperienza missionaria rimangono un percorso personale come quei missionari di un tempo, più o meno colti o addottrinati, in mezzo ai quali sorgeva un fine linguista, un esperto ed erudito di religioni e culture, un amante colto e sapiente del dialogo culturale: uno appunto, o una… non tanto uno stile e un agire comunitario. “Sposano” una realtà locale fino a volte quasi ad identificarcisi, scrivono libri, sono gli “esperti” di turno quando c’è da fare qualche intervento o conferenza ma raramente entrano nel sistema formativo o nella ridefinizione dell’agire missionario o della presenza ecclesiale. Sono soli ma vorrebbero sentire con loro una comunità, anche critica. Camminano con i popoli ma vorrebbero che le loro comunità camminassero con loro.



Per scaricare la rivista accedi con le tue credenziali d'accesso o abbonati.

Logo saveriani
Sito in costruzione

Portale Unico dei Saveriani in Italia

Stiamo finalizando la nuova versione del portale

Saremmo online questa estate!

Ti aspettiamo...

Versione precedente del sito