Liberazione, Scelta preferenziale dei poveri
Da quando, nell’ormai lontano 1978, la nostra rivista ha assunto il nome di “Missione Oggi”, la parola “liberazione” è diventata – insieme ad “annuncio” e “dialogo” – una delle categorie privilegiate dell’interpretazione della missione da parte dei suoi collaboratori. Erano gli anni in cui la scelta dei poveri era diventata il marchio registrato della Teologia della liberazione in America latina, con forti risonanze in tutto il mondo.
Allora si diceva che il futuro dell’umanità e della Chiesa sarebbe passato dall’opzione per i poveri. Lo riaffermava anche la conferenza di Puebla (1979), sulla scia di Medellín (1968) e del Concilio (1962-1965). Tuttavia, dopo 30 anni, sembra che i poveri abbiano perso posizioni nell’ordine degli interessi mondiali, nonostante l’aumento vertiginoso del loro numero, anche in Italia, dove hanno raggiunto la cifra record di 7 milioni e 542 mila.
Oggi è la minaccia del terrorismo, soprattutto di matrice islamica, che occupa lo scenario mondiale.
I poveri sono trattatati come surplus people, non hanno più posto nell’agenda mondiale. Basti ricordare l’analisi di Samuel P. Huntington, recentemente scomparso, secondo la quale nel futuro geopolitico del pianeta conterebbe soprattutto lo scontro delle civiltà.
Pare che il nuovo presidente degli Usa, Obama, voglia invertire la tendenza, proponendo l’incontro tra le civiltà e le religioni, ma i Paesi più poveri continuano a stare nel dimenticatoio. L’oblio dei poveri e della povertà tocca anche la Chiesa, che in qualche caso sembra aver abbandonato la scelta preferenziale dei poveri, riducendo la questione a un problema di assistenza. Ma una Chiesa trasformata in agenzia di assistenza, seppure socialmente più visibile, politicamente più forte, in quanto più omogenea al sistema, sarà ancora la Chiesa di Cristo?
“Senza i poveri – scriveva nel 1986 il vescovo di Rio Branco (Brasile), Dom Moacyr Grechi, – la Chiesa perde il suo Signore, che si è identificato con essi fino a farli giudici definitivi del mondo”.
E l’autore de Il curato di campagna, Bernanos, commentava nel suo Les enfants humiliés, del 1949, : “Io dico che i poverisalveranno il mondo, e lo salveranno senza vederlo, lo salveranno malgrado loro stessi, non chiederanno in cambio nulla per questo, semplicemente perché non conoscono il prezzo del servizio prestato”.
Da qui il dilemma: la missione è annuncio o liberazione?
L’uno comprende l’altra. Come non c’è missione vera senza annuncio, così non c’è vero annuncio senza liberazione. Ce lo testimoniano la vita e la missione di Gesù, il quale è venuto “a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore”.
Mi sembrano illuminanti a questo proposito le parole scritte dal Papa al primo ministro britannico Gordon Brown alla vigilia del G20 di Londra: “La fattiva fiducia nell’uomo, soprattutto la fiducia negli uomini e nelle donne più povere, sarà la prova che veramente si vuole uscire dalla crisi senza esclusioni e che si vuole evitare decisamente il ripetersi di situazioni simili a quelle che oggi ci tocca vivere”.
È un monito anche per la Chiesa: “Non è possibile essere cristiani e non stare dalla parte dei poveri” (Dom Hélder Câmara).






