LETTERA A MONS. RAVASI
Carissimi, mi ha fatto molto piacere leggere sull'ultimo numero della rivista Missione Oggi, l'articolo dedicato al pensiero unico della guerra. Vi ho sentito veramente vicini quando Massimo Toschi ha mirabilmente centrato la questione a proposito del diritto alla legittima difesa. Anch'io sono rimasto turbato dall'articolo apparso alcuni mesi fa sul Sole 24 e scritto da mons. Ravasi.
Allora mi sentii solo ma ugualmente arrabbiato e convinto che questo "diritto" era l'ennesima sconfitta di un pensiero che diventava sempre più politico e sempre meno cristiano. Per questo scrissi subito una lettera a mons. Ravasi, dal quale, purtroppo non ottenni risposta.
Ve la inoltro qui di seguito, in segno di amicizia e di totale condivisione al vostro convinto no a qualsiasi compromesso sulla violenza. Saluti vivissimi.
CAIOLA JOSEPH.
Egr. prof. Ravasi
anch'io, dopo aver letto il suo articolo L'altra guancia o la spada, apparso qualche settimana fa sul Sole 24 ore, mi sono sentito turbato, insoddisfatto, come se mi fossi trovato davanti ad una sfida non solo culturale o morale, ma ontologica. E la risposta che lei ha dato alle osservazioni del lettore, Sig. Matteo Giuffrida, hanno nuovamente alimentato questo mio disagio.
Una premessa importante: io, professore, l'ho sempre ammirata per la sua apertura culturale, morale e spirituale. Ho spesso trovato in lei molti motivi per riflettere sulla vita e sul nostro mondo. E in quelle occasioni ho trovato sempre in lei la passione, la voglia di verità, ma anche la luce del dubbio, la necessità del confronto. Credo che la passione della vita, quando si riesce a trasmetterla, venga colta nella sua superba bellezza come amore dell’alterità, come proiezione positiva del proprio io, come inalterata passione per il destino comune che ci accomuna. A volte poche parole, una poesia per esempio, possono far sorgere infiniti, imprevedibili indimenticabili stati d'animo.
Questa premessa è importante per un motivo: non ho trovato nessuna passione nelle sue argomentazioni. Mi scuserà se sono troppo severo, ma dopo la lettura dei suoi articoli, questa è stata la più grande delusione…
Ciò che metto in discussione è la facilità e la tranquillità con la quale viene applicata la giusta ricetta di ragione e fede ad un fatto, la guerra, che, invece, chiede molto di più dalla nostra esistenza, e non solo dalla nostra ragione.
La risposta violenta ad un atto terroristico violento non può diventare soltanto una splendida occasione per dire che l'uomo ha il diritto di difendersi perché fu detto "date a Cesare quel che è di Cesare" e nel contempo ha il diritto di credere ad una Giustizia di Dio. Troppo facile. Veramente troppo facile.
Dove sono le domande inquietanti sull'uomo, che lo invitano a denudarsi delle certezze, a dubitare anche delle verità più vere, che lo portano ad invocare Dio per un perdono che lui, l'uomo, non può permettersi di dare a nessuno? Dov'è il grido di dolore di Giobbe e il grido di Gesù mai così vero "Dio mio perché mi hai abbandonato?". Dov'è soprattutto la sofferenza necessaria per affermare il diritto a difendersi dalla violenza? Dov'è la stanchezza del credente di fronte all'ennesima sconfitta dell'uomo? Dov'è quindi il dubbio della fede davanti alla propria impotenza di uomo? E dov'è la fede che chiede all'uomo di sperare e di credere in una vita (terrena o eterna che sia) piena e felice?
Ragione e fede lanciano sfide continue, che non esauriscono mai la nostra capacità e necessità di proiettarci in avanti. Sta a noi credere o meno che sia così. Sta a noi credere che questa sfida è difficile, coinvolge sentimenti, dubbi, verità e ragioni della nostra esistenza.
Ecco ciò di cui volevo parlare. Di un sentimento. Un sentimento di amarezza e di smarrimento, di dolore e di sgomento, di odio e di amore, come penso tanti di noi hanno provato davanti a questa assurda strage e a tutte le stragi che ogni giorno, ogni ora, stiamo compiendo al nostro fratello. Avrei voluto sentirlo anche da lei, questo sentimento. Ecco perché sono rimasto deluso. La saluto cordialmente.
CAIOLA JOSEPH, Cavriana (Mn).







