LE SCIENZE SOCIALI ALLEATE CONTRO LA PANDEMIA / INTERVISTA A VALERIO CAPRARO
La pandemia di Covid-19 ha allentato la sua morsa su parte del pianeta, lasciando tuttavia dietro di sé una condizione di arretramento economico e una ancor maggiore esposizione delle carenze delle istituzioni nazionali e internazionali nel consentire che davanti a una minaccia tanto vasta venissero garantiti uguali diritti e possibilità, sia di accesso alle cure, sia di supporto economico, sia – infine – di sostegno psicologico, ancor più necessario nel periodo post-pandemico. Nella crisi, pochi a livello istituzionale hanno chiamato in causa le scienze sociali per individuare percorsi e iniziative concrete, relegando quasi tutte le problematiche emerse ai soli ambiti sanitario ed economico-produttivo. Trovandosi di fatto impreparati davanti agli estesi “focolai” di disagio sociale che – come pure quelle individuali soprattutto a livello psicologico – rischiano di avere effetti prolungati. Missione Oggi ha cercato di valutare questa situazione in un’intervista a Valerio Capraro, ricercatore presso la londinese Middlesex University, co-autore dello studio Social and behavioural science to support Covid-19 pandemic response (La scienza sociale e comportamentale a supporto della risposta alla pandemia Covid-19), pubblicato a fine aprile sulla prestigiosa rivista Nature Human Behaviour (la più prestigiosa rivista internazionale nel ramo delle scienze sociali e comportamentali).
Qual è la tesi di fondo proposta nello studio da lei e dagli altri esperti di scienze sociali e comportamentali?
La ricerca medica del vaccino, la sua produzione e somministrazione su larga scala richiederanno probabilmente diversi mesi, durante i quali ai cittadini verrà richiesto un cambiamento significativo delle proprie abitudini di vita per impedire che il coronavirus riprenda la sua crescita esponenziale. Gli scienziati sociali e comportamentali possono avere un ruolo importante durante questa fase, fungendo da supporto sia per i politici, per consigliare gli interventi migliori al fine di favorire una risposta comune ed efficiente alla pandemia, sia per i cittadini, per suggerire strategie di resilienza.
In generale, quali sono le carenze rilevate da lei e dai suoi colleghi sui piani della comunicazione della pandemia e negli interventi già applicati?
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito la comunicazione intorno alla pandemia coniando il neologismo infodemia. Si tratta della prima pandemia dell’era dell’informazione social e come tale è stata accompagnata da una esplosione di teorie del complotto e fake news, a partire dalla teoria che il virus sarebbe stato creato in un laboratorio in Cina, fino ad arrivare all’esistenza di varie cure che sarebbe tenute segrete. Che si sviluppino teorie del complotto di fronte a eventi di tale portata è del tutto normale, visto che esse si sviluppano proprio per dare senso ad eventi inspiegabili. Ammettere che un virus si possa modificare casualmente e saltare da un giorno all’altro dagli animali agli esseri umani, ammettere che nonostante tutti i migliori scienziati del mondo stiano lavorando alla ricerca di una cura, questa ancora non sia stata trovata, ammettere i nostri limiti umani, la nostra mancanza di controllo sulla natura, tutto questo ci crea terrore esistenziale. Per fronteggiare questo terrore occorre inventare una causa, una spiegazione; da qui le teorie del complotto. Fin qui è normale. Il problema sorge quando alcuni rappresentanti delle istituzioni rilanciano queste teorie, il che non fa altro che peggiorare tutta la situazione attorno alla pandemia, minando la fiducia nelle istituzioni, aumentando malessere sociale e togliendo energie alla ricerca delle vere soluzioni.
In che modo le scienze comportamentali potrebbero meglio garantire una corretta gestione e infine l’uscita dall’emergenza?
Per quanto riguarda la gestione dell’emergenza “dall’alto”, le scienze sociali possono suggerire strategie per massimizzare la risposta dei cittadini. I politici dovrebbero esprimersi in termini collettivi, usando il “noi”, evitare termini divisivi, per rafforzare la risposta sociale secondo la semplice regola che “l’unione fa la forza”. Le persone famose (attori, cantanti, influencer) dovrebbero usare la loro visibilità per promuovere comportamenti positivi. Qualche caso c’è stato, ma è stato talmente raro da fare notizia. Per quanto riguarda la risposta “dal basso”, le scienze comportamentali possono suggerire strategie di resilienza per i comuni cittadini. Le coppie, per esempio, è importante che prendano coscienza che una catastrofe naturale è per sua natura destabilizzante. Non a caso dopo le catastrofi naturali si registra spesso un picco di divorzi ma anche di matrimoni e di nuove nascite. Le coppie quindi dovrebbero prendere coscienza di questa destabilizzazione per trasformarne l’energia potenzialmente negativa in energia positiva. Per le persone singole l’isolamento può essere particolarmente difficile. In questo caso occorre tenere a mente che “isolamento fisico” è ben diverso da “solitudine”. Grazie alle nuove tecnologie ci si può mantenere in relazione con altre persone. Si possono inoltre sviluppare interessi sia personali sia condivisi, per evitare di cadere nella noia. Questo vale anche per i bambini e per gli anziani. Questi ultimi chiaramente andrebbero supportati nell’utilizzo delle nuove tecnologie.
Nello studio pubblicato sulla rivista, è interessante l’ipotesi che la pandemia globale possa creare opportunità per ridurre i pregiudizi etnici e religiosi…
Le pandemie, rispetto ad altri eventi drammatici, come le guerre, hanno la peculiarità di mettere gli umani tutti dalla stessa parte, a combattere tutti contro lo stesso nemico, il virus. Le pandemie mettono in risalto la debolezza comune a tutti gli esseri umani del pianeta, la paura della propria mortalità. Questo stare tutti dalla stessa parte può generare quei sentimenti condivisi che sono una precondizione per la riduzione di frontiere di qualunque tipo, incluse quelle etniche e religiose. In questi mesi abbiamo visto notevoli esempi di cooperazione transculturale, come medici che hanno fatto il giro del mondo per andare ad aiutare altre nazioni, scienziati che condividono risultati online e collaborano in progetti “open science”, fino ad arrivare alle persone comuni. Tra i tanti esempi, mi ha colpito molto quello del fruttivendolo, arrivato in Italia anni prima con un barcone, che ha regalato frutta e verdura agli italiani in difficoltà.
Quali aspetti negativi della situazione attuale hanno potenzialità utili a stimolare prospettive positive, non soltanto in tempo di contagio?
Grazie alla quarantena, tante persone stanno cercando di riprendersi i propri tempi. Perdiamo una parte significativa delle nostre giornate in macchina o in altri mezzi di trasporto. E a volte ci perdiamo anche la vita. Io stesso ho perso mio fratello in un incidente stradale mentre tornava da scuola. È uscita proprio in questi giorni la statistica che a causa della quarantena sono diminuite le vittime per incidenti stradali. Ovviamente le scienze sociali non suggeriscono di passare a insegnamento e lavoro interamente online, visto che le relazioni personali sono fondamentali per il benessere umano; tuttavia una migliore gestione del nostro tempo potrebbe non solo aumentare la nostra qualità di vita giornaliera, ma letteralmente salvare la vita di alcune delle tante vittime della strada.
Forse può aiutarci a comprendere le ragioni per cui alcuni paesi - penso a Giappone, Corea del Sud, Taiwan, ma anche altri del Nord Europa – hanno avuto relativamente pochi contagi e decessi. Dipende dai comportamenti sociali, da una diversa gestione politica della crisi, dalla possibilità di un indirizzo collettivo più efficace?
È difficile dare una risposta certa. Uno dei motivi per cui i paesi asiatici hanno avuto meno contagi dell’Italia è probabilmente il fatto che essi hanno una cultura più collettivista di quella europea e nord-americana, la quale è più spostata verso l’individualismo e di conseguenza dà maggiore valore alla libertà individuale. Questa differenza è importante nel contesto della pandemia, perché essa mette in conflitto due principi morali fondamentali quali la libertà e la salute. Per massimizzare la salute, occorre minimizzare la libertà. In paesi collettivisti come quelli asiatici è più facile limitare la libertà individuale e quindi massimizzare la salute. Nei paesi europei è più difficile. Specialmente nel Regno Unito e negli Stati Uniti d’America, essendo storicamente patrie del liberismo, è estremamente difficile convincere le persone a rinunciare alla loro libertà. Non è un caso che entrambi questi paesi abbiano optato per un lockdown molto più leggero, anche rispetto a quello italiano. Non è soltanto una scelta economica, è anche, e forse soprattutto, la scelta morale di dare più valore alla libertà rispetto alla salute. Riguardo ai paesi del Nord Europa, soltanto la Norvegia e la Finlandia hanno avuto significativamente meno contagi degli altri in proporzione alla popolazione, ma questo potrebbe essere dovuto alla minore densità abitativa e alle minori occasioni di contagio.






