LE LEZIONI DEI “GRANDI LAGHI”
Anche se più nessuno parla del Burundi, Rwanda, Zaire, il dramma continua. In questo numero dedichiamo ancora spazio alla zona dei Grandi Laghi, non solo con l’Editoriale ma anche nella rubrica “lettere” e con il Documento di inchiesta dell’Onu. Per non dimenticare le lezioni.
Dai fatti recenti della zona dei Grandi Laghi ricaviamo alcune scomode lezioni:
- Le emozioni collettive, che hanno la forza di costringere anche i politici più cinici ad intervenire, sono effimere: appena spente le telecamere, anche i drammi più toccanti vengono dimenticati. Se non ci sono immagini, e immagini forti, altamente emotive, la realtà non è più realtà: la gente che si aggira all’interno dello Zaire in preda alla fame, alla disperazione e alla violenza, non esiste più; i problemi dei rifugiati, appena varcato il confine del loro paese, sembrano come per incanto risolti. Hanno capito bene questa logica i nuovi padroni, che hanno impedito contatti e riprese. Così nessuna immagine accusatrice, nessuna indignazione collettiva... e i politici possono stare in pace, senza nessun impegno.
- L’azione umanitaria è importante e doverosa, ma non può esaurire le responsabilità della comunità internazionale. Una seria azione politica non poteva permettere che per oltre due anni due milioni di profughi hutu fossero in pratica tenuti fuori dal loro Paese, ma avrebbe dovuto mettere il governo rwandese di fronte alle proprie responsabilità, aiutandolo ad affrontare i problemi del loro ritorno. I “nodi di fondo” di ieri, per il Rwanda e anche per il Burundi, sono quelli di oggi e sono politici: la spartizione del potere fra tutti i propri cittadini; la riforma dell’esercito; la giustizia dei tribunali nei confronti di tutti i colpevoli (non di quelli di una sola parte); il ritorno delle case e delle terre ai loro legittimi proprietari. La comunità internazionale non può continuare a far finta di ignorare questi nodi, per non scontentare gli attuali regimi “vincenti” dei due Paesi.
- Il mercato internazionale delle armi continua indisturbato. L’inchiesta dell’Onu documenta l’esistenza di un largo traffico nella regione. La comunità internazionale deve intervenire seriamente per stroncare l’azione dei “mercanti di morte” dovunque crescente in Africa.
- Le informazioni fornite dai nostri mass media sui fatti della regione sono un’ulteriore prova della loro poca conoscenza dei problemi dell’Africa. Come è possibile, ad esempio, capire il Rwanda attuale partendo dal genocidio tutsi del ‘94, ignorando l’invasione armata del Paese a partire dall’ottobre del ‘90, con i saccheggi, le uccisioni e la fuga in massa della popolazione hutu di fronte all’incalzare dell’avanzata di quanti oggi hanno in mano il potere? Solo un’abituale attenzione ai Paesi e alla loro storia permette, al sopraggiungere di un grave fatto, di essere in grado di offrire un aiuto per la sua comprensione. Lo scorso novembre 300 giornalisti si accalcavano per entrare in Goma: a distanza di due mesi c’è un solo quotidiano che abbia un corrispondente nella regione dei Grandi Laghi?
- Appare sempre più chiara la necessità di un “profondo processo di riconciliazione”. Un messaggio congiunto dei vescovi della regione denuncia “l’ideologia etnocentrica” che ormai ha fatto breccia in tutti i settori, chiese comprese. I vescovi del Burundi avevano in precedenza fatto appello ad un cambio di mentalità: “La salvezza non sta nella guerra, ma nel dialogo sincero e profondo fra tutti i Burundesi, perché sono fratelli”.
È la convinzione e l’impegno della maggioranza degli abitanti della regione e di quanti, missionari e volontari, hanno voluto rimanere al loro fianco.
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