I SAVERIANI IN BURUNDI / UN GIUBILEO BAGNATO DI SANGUE
GLI INIZI (1964-1972)
Dire Burundi significa evocare una terra bagnata di sangue. Questo piccolo paese africano è conosciuto soprattutto per le lotte etniche che ne hanno ritmato la storia dagli anni ‘60 del secolo scorso. I saveriani, arrivati in Burundi cinquant’anni fa su invito di mons. Joseph Martin, vescovo di Bururi, ne hanno condiviso i ripetuti drammi, fino al martirio.
Il primo saveriano a svolgervi attività è stato padre Vittorino Martini, all’inizio del 1964, poi in settembre vi giunse il primo gruppo di confratelli: i padri Giuseppe De Cilia, Michele D'Erchie, Cesare Piazzoli e Giuseppe Nardo. Secondo la prassi del tempo, gli accordi con il vescovo prevedevano il passaggio di tutta la diocesi ai saveriani nel 1970, a partire dal distretto di Rumonge. Ed è proprio questa la prima missione che nel 1965 viene affidata all’Istituto, là dove nel 1881 erano caduti i primi missionari sotto le lance e le frecce di gente del posto spinta dagli schiavisti arabi che operavano in quella zona. Negli anni seguenti arrivano anche le saveriane.
IL CONSOLIDAMENTO (1972-1979)
All'inizio del 1972 sono 26 i saveriani in Burundi. Nel frattempo il Concilio ha rinnovato l'organizzazione delle missioni: la missione diventa Chiesa locale nella quale i missionari operano sotto la guida del vescovo. In questa nuova prospettiva i saveriani allargano la loro presenza al di fuori della diocesi di Bururi. Durante l'eccidio del 1972 non manca chi si esprime a favore della partenza in blocco di tutti i missionari, come gesto clamoroso di denuncia al governo, alla gerarchia ecclesiastica, alla gente.
L’opzione dei saveriani è di restare: "Non ci ritiriamo perché amiamo questa gente a non possiamo abbandonarla in un momento come questo".
Mentre rinasce la speranza, alimentata dalle attese del cambiamento politico e dal cammino sinodale iniziato nel 1976, un nuovo dramma turba l'attività dei saveriani, che nel frattempo hanno esteso la loro presenza in varie diocesi: la persecuzione.
LA PERSECUZIONE (1979-1987)
Tra maggio e giugno 1979, vengono espulsi 70 missionari, tra i quali nove saveriani. La motivazione: "La loro presenza e il loro comportamento minacciano di compromettere l'ordine, la sicurezza e la tranquillità pubblica". Il piano del governo è chiaro: espellere tutti i missionari, per indebolire la Chiesa e ridurne l'influenza sulla vita del paese. Seguono progressive limitazioni all'attività religiosa, insieme a una campagna denigratoria.
In questo clima i missionari rimasti continuano le attività nel limite del possibile, nonostante l'incombente minaccia di espulsione.
Nel 1981 vengono espulsi in blocco tutti i saveriani delle quattro parrocchie del decanato di Rumonge. Nel 1984 è la volta di tutti gli altri presenti nella diocesi di Bururi. Quando il colpo di Stato del 1987 pone fine al regime di Bagaza e alla persecuzione, i saveriani presenti sono solo quattro. Nonostante le restrizioni imposte, i saveriani continuano attenti soprattutto a formare gli agenti di pastorale, sostenendoli nella persecuzione.
La Chiesa ne esce provata, ma purificata.
I vescovi hanno sempre cercato il dialogo, forse peccando di troppo prudente silenzio, ma non sono mancati esempi di coraggio e di fermezza, sia da parte del clero sia dei fedeli.
RITORNO E MARTIRIO (1987-1995)
Il colpo di Stato del 1987 e l'avvento di Pierre Buyoya fanno rinascere la speranza: si parla di libertà religiosa e di democrazia. Nonostante le perplessità, i saveriani chiedono di ritornare. Ora la prospettiva è diversa: non sono più i missionari che decidono di andare, ma i vescovi che li chiamano. I saveriani ritornano, ma non riprendono in blocco le missioni lasciate. Si mettono a disposizione della Chiesa locale per nuove attività e fondazioni.
Nella periferia della capitale la presenza della Chiesa è molto limitata: è urgente pensare alla gioventù.
Per iniziativa dei saveriani nasce il Centre Jeunes de Kamenge. Il vescovo di Bururi chiede loro di aprire una nuova missione nella zona di Buyengero. Tutto sembra rifiorire. I tempi della persecuzione sono passati, il paese cammina verso la democrazia. Le elezioni del 1993 sembrano chiudere definitivamente una pagina dolorosa di storia. Ma il dramma che si voleva scongiurare per sempre è di nuovo lì. La notte del 21 ottobre vengono assassinati il presidente e varie autorità. La popolazione hutu reagisce ed è un nuovo bagno di sangue.
I missionari assumono la posizione di sempre: “La nostra è una presenza di solidarietà e di sostegno, di denuncia e di pacificazione”.
La sera de 30 settembre 1995 questa presenza viene pagata col martirio di due confratelli, i padri Ottorino Maule e Aldo Marchiol, e della volontaria Catina Gubert. Fatti inginocchiare da uomini armati e in divisa militare, vengono assassinati nella loro casa di Buyengero. Mandanti ed esecutori non sono mai stati identificati dalle autorità. Avevano preso le difese della povera gente del posto, pur consapevoli del pericolo: “So bene quello che mi può accadere, ma è mio dovere difendere i poveri e gli innocenti” (padre Ottorino). Numerosi sono stati anche i martiri burundesi. Nel 1997 viene ucciso mons. Gioachino Ruhuna, arcivescovo di Gitega. Nello stesso anno 40 giovani seminaristi di Buta, appartenenti alle etnie hutu e tutsi, vengono assassinati per non essersi voluti separare gli uni dagli altri. Infine nel 2003 viene assassinato il nunzio apostolico mons. Michel Courtney.
RIDIMENSIONAMENTO E INTERNAZIONALIZZAZIONE (1995-2014)
Alla fine degli anni ’90, i saveriani ridimensionano la loro presenza, soprattutto per l’età avanzata di vari confratelli, quasi tutti italiani. Inoltre, cominciano a vivere il processo di internazionalizzazione. Oggi in Burundi ci sono 15 saveriani, di cinque nazionalità diverse. La loro attività si articola tra le diocesi di Muyinga, a Bugwana, e di Bujumbura, a Kamenge, dove c’è la parrocchia di S. Guido Conforti e il Centre Jeunes Kamenge.
La novità degli ultimi sette anni è, però, l’apertura alle vocazioni locali.
Sono già otto i giovani saveriani burundesi. Nella periferia di Bujumbura, a Kamenge, c’è anche una comunità di saveriane, dove nei giorni 7-8 settembre 2014 hanno trovato tragica morte le sorelle Lucia, Olga e Bernardetta. Quello dei saveriani è davvero un giubileo bagnato di sangue.







