La vera posta in gioco di questa guerra
La salvezza del Kosovo non è la vera posta in gioco della guerra. In realtà si tratta di decidere chi deve governare il mondo.
Il punto fondamentale è la rivendicazione, da parte degli Stati Uniti e della Nato, di un potere autonomo, distaccato da quello dell’Onu, indipendente dall’ordinamento della democrazia internazionale.
In nome dei diritti umani, si rompe l’intero ordinamento istituzionale e giuridico, grazie al quale essi sono vigenti e sono sanzionati.
Quanto è in corso è una grande partita non solo politica, ma giuridica, intellettuale, culturale, che mette in gioco il futuro del mondo.
Qual è la vera posta in gioco di questa guerra? Questa: dobbiamo vivere in un mondo in cui la regola suprema sia la regola del diritto e in cui la democrazia internazionale delle nazioni sia la norma che vincola e regola il rapporto tra gli Stati oppure dobbiamo vivere in un mondo che, siccome si sta globalizzando, deve anche avere un potere mondiale, un sovrano unico, secondo la vecchia ideologia dell’impero universale, unito sotto il potere di un solo sovrano?
La guerra è cominciata senza che le Nazioni Unite vi fossero minimamente coinvolte. Questo non è stato un piccolo incidente, un fatto accessorio nell’assurdità di questa guerra, ma in realtà era l’oggetto stesso della guerra. Perché il punto fondamentale era la rivendicazione da parte degli Stati Uniti e della Nato di un potere autonomo, distaccato da quello dell’Onu, indipendente dai “lacci e laccioli” della democrazia internazionale; era il fatto che fosse la Nato ad ergersi come nuovo potere sovrano, che fosse lei a dichiarare la guerra, ad imporre le condizioni della pace, a decidere se fare o non fare i bombardamenti, nella cancellazione di qualsiasi potere legittimo. Questo è stato il vero senso della guerra.
È L’ORDINAMENTO INTERNAZIONALE CHE VIENE FATTO CROLLARE
Ma nel momento in cui si mette tra parentesi l’istituzione Onu, è tutto il grande edificio costruito a partire dal 1945 che si fa crollare: è l’intero ordinamento nuovo, il nuovo diritto internazionale che viene meno, quello creato dopo gli orrori della seconda guerra mondiale. Quando ci ripropongono i fantasmi del ’39, di Hitler, dell’Olocausto, di Danzica, ci ripropongono delle sfide a cui l’umanità ha già risposto, voltando pagina dopo quella tremenda guerra e costruendo un ordine internazionale in cui non c’è più luogo né per Hitler né per gli olocausti né per le Danziche. Nel 1945 l’umanità si è resa conto della tragedia a cui l’aveva portata la vecchia dottrina politica, il vecchio diritto internazionale, l’aver messo la guerra al centro dell’ordinamento internazionale, l’aver eretto delle sovranità statali come sovranità assolute, l’aver fondato tutto il rapporto tra gli uomini e tra i popoli su una ideologia o antropologia della disuguaglianza, che nel nazismo aveva raggiunto il suo apice, attraverso la celebrazione della superiorità della razza ariana tedesca, per cui l’annullamento del popolo ebreo non era che la prima tappa di una pulizia etnica universale, che doveva consistere nel predominio di questa razza privilegiata.
È di fronte a tutto questo che ha reagito l’umanità attraverso la terribile prova della guerra, ma poi cercando di dare un fondamento duraturo a questa risposta. E questo fondamento l’ha trovato nel diritto, nelle grandi scelte, nei grandi rovesciamenti che in quel momento sono stati fatti. Nell’aprile 1945 a San Francisco non sono state poste solamente le fondamenta delle Nazioni Unite, cioè di un’organizzazione internazionale; ma è stato fondato un ordinamento nuovo, un nuovo diritto internazionale, nel quale sono stati collocati i diritti fondamentali e dunque i diritti umani.
Nel momento in cui l’umanità fa le scelte del 1945, prima di tutto ripudia la guerra, perché è questo il grande rovesciamento: non con la guerra si realizza la pace, si attua la giustizia, si regolano i rapporti tra gli Stati, ma attraverso la lunga fatica dell’interdipendenza e del patto, della democrazia delle nazioni, dell’uso del diritto. E dentro questo ordinamento hanno cominciato a fiorire le grandi affermazioni dei diritti fondamentali, che noi oggi riteniamo quasi naturali ma che naturali non sono perché frutto di questa grande costruzione storica: la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (1948), le grandi convenzioni e i patti internazionali: il patto per la repressione e la prevenzione del genocidio, i patti contro la tortura, i patti per i diritti civili e politici e le libertà fondamentali e per i diritti economici, sociali e culturali, le convenzioni contro la schiavitù, contro la discriminazione nei riguardi della donna, per l’affermazione dei diritti dell’infanzia. Certo, in molte parti del mondo questi diritti non sono stati attuati, ma se dei bambini possono ribellarsi alla schiavitù in cui sono ancora oggi tenuti, se dei popoli oppressi possono lottare contro il genocidio, è perché esiste un ordinamento, un diritto, esiste un’istituzione che lo incarna e lo garantisce.
Nel momento in cui si liquida l’Onu, è questo intero edificio che si fa crollare, sono questi diritti che vengono infranti. Non si può, in nome dei diritti umani, rompere l’ordinamento grazie al quale quei diritti umani sono vigenti e sono sanzionati. Questa è la grande contraddizione di questa guerra: in nome dei diritti umani ci si erge a sovrani universali e si assume il diritto di fare qualsiasi cosa, di rimettere in vigore la guerra e di liquidare le Nazioni Unite; in questo modo non solo si ripristina la guerra, ma si travolgono quei diritti umani che si vorrebbero difendere.
CHI AVRÀ IL POTERE MONDIALE?
Ma perché questo accade? Non è per una sorta di caduta culturale o di revisionismo morale, ma perché è in atto una grande partita, l’attribuzione del potere politico mondiale dopo la rimozione del muro di Berlino. Stiamo assistendo ad un capitolo della grande vicenda che si è aperta, dopo la fine dell’ordine fondato sui due blocchi e sulla deterrenza nucleare. Finito quell’ordine, si è aperta una questione ereditaria: chi eredita il potere mondiale? Caduto il bipolarismo del potere, ora il potere può non essere più diviso. È sempre stata la grande aspirazione dei potenti, il potere indiviso. Ora la partita si è aperta, e l’unica grande potenza rimasta, gli Stati Uniti, ha avanzato la sua candidatura ad essere investita di questo potere mondiale.
Si sta lottando per il ripristino della vecchia, obsoleta categoria della sovranità, che Milosevic si sta giocando nel suo spazio particolare, e invece Clinton nelle dimensioni dell’intero spazio planetario. Il sovrano è “colui che non riconosce nessuno al di sopra di sé”, dice una definizione medioevale: “il principe che non riconosce nessuno sopra di sé nel suo regno è l’imperatore” il sovrano assoluto. Ora siamo al tentativo del ripristino di una sovranità che non abbia nessun potere al di sopra di sé e che non debba rispondere a nessuno, neanche all’ordinamento giuridico e tantomeno agli altri membri della comunità internazionale.
Una definizione moderna della sovranità, del politologo tedesco Karl Smith, dice che il sovrano è colui che decide “nello stato d’eccezione”, nel momento cioè della crisi. Non c’è dubbio che nel Kosovo si era prodotta una grave, tremenda eccezione; essa è stata colta come una grande opportunità per rivendicare la sovranità: chi risolve la questione del Kosovo, quello è il sovrano. Gli Stati Uniti vogliono essere loro a risolvere questo “stato d’eccezione” perché in questo modo si consacra la loro nuova sovranità universale.
Che di questo si tratti, lo ricaviamo non da una speculazione intellettuale o da interpretazioni opinabili, ma dai documenti stessi: i 19 Paesi che si sono riuniti il 25 aprile scorso per il Consiglio Atlantico di Washington hanno sancito esplicitamente che per quanto riguarda il governo del mondo, o per lo meno la grande area detta “euroatlantica” – che dalle coste americane del Pacifico, attraversando gli Usa, l’Atlantico, l’Europa e i Balcani giunge fino ai confini della Cina – chi rivendica le competenze del governo, della garanzia di sicurezza, della pace, della risoluzione delle crisi regionali, dell’intervento militare, non è più l’Onu ma è la Nato. Per quanto riguarda tutta l’area euroatlantica, la Nato espropria le Nazioni Unite di queste competenze e se le assume. Dentro questa immensa area non vuole concorrenze, non vuole limiti, non vuole antagonisti. La flebile opposizione francese non è riuscita a modificare l’ispirazione e il contenuto della decisione finale del Consiglio Atlantico.
IL KOSOVO È DUE VOLTE VITTIMA
Il Kosovo è stato scelto come lo strumento intorno a cui poter giocare questa grande partita di potere, come l’occasione per questa grande cerimonia di investitura a una sovranità universale. Il Kosovo è perciò due volte vittima, dei serbi e dei suoi salvatori. Non a caso si bombardano indifferentemente serbi e profughi albanesi. La salvezza del Kosovo non è la vera posta in gioco della guerra: il Kosovo è la vittima della guerra, ne è il capro espiatorio.
Siamo ritornati alla vecchia ideologia dei sacrifici, al meccanismo del capro espiatorio: “è bene che uno solo muoia per il popolo”. Qui si tratta di decidere chi deve governare il mondo, chi deve avere la sovranità universale; per cose così importanti, così grandiose, da cui dipenderà il futuro del mondo, forse per i prossimi secoli, cosa può contare il sacrificio di un piccolo popolo come quello del Kosovo? È la vittima nel nome della quale si realizza un bene più grande. Questa è la realtà.
Se il vero oggetto della guerra fosse la salvezza del Kosovo, la pace avrebbe potuto già essere stipulata da tempo. Se il problema fosse il ritorno dei kosovari albanofoni in quello che resta del Kosovo, l’obiettivo sarebbe già realizzato con i principi del G8. L’accordo di pace potrebbe essere raggiunto già domani, a partire dalla piattaforma negoziale degli 8 Paesi, perché essa realizza l’obiettivo che si era dato alla guerra.
Perché, allora, la guerra continua?
La guerra continua perché il vero problema è “come finisce”. Ci sono due possibilità che si fronteggiano. Gli uni – tra cui D’Alema e l’Italia – dicono: “La Serbia deve accettare i principi del G8”. Clinton, invece, ribadisce: “No, deve accettare le condizioni della Nato”. C’è un’assoluta incomunicabilità tra le due posizioni. Perché se la guerra non finisse con la resa di Milosevic alla Nato e l’entrata di questa nel Kosovo, che vi riportasse trionfalmente sulle sue baionette i profughi, ma finisse con la ripresa in mano della crisi da parte delle Nazioni Unite e l’attuazione di una risoluzione del Consiglio di sicurezza che recepisse i cinque punti del G8, questo vorrebbe dire che gli Stati Uniti hanno perduto. Hanno perduto nella misura in cui il vero obiettivo della guerra era la grande decisione sulla sovranità mondiale, chi debba essere il detentore dell’imperium sul mondo.
C’è questa alternativa in gioco, per questo la guerra non finisce. Gli Stati Uniti e il loro alleato inglese non vogliono accettare il ridimensionamento del loro obiettivo, non vogliono perdere la grande scommessa da loro fatta su questa guerra. Questo è il vero problema politico. Si capisce, allora come i Paesi europei che in questo momento premono per un ritorno all’Onu, siano tenuti in sospetto e sotto tutela dagli Stati Uniti e da Blair.
Al di là di come si concluderà questa guerra contro la Jugoslavia, dobbiamo avere coscienza di che cosa veramente si sta giocando in questo momento: in qualche modo siamo di nuovo rimessi nella condizione in cui erano i nostri padri costituenti, nel 1945-1947.
Il principio di uno Stato guida, di uno Stato che ha una specie di missione a governare il mondo, o, come dice Bobbio, abbia “diritto assoluto” di interpretare e dirigere la storia, è il contrario di quello che si era cercato di fare nel 1945, è il contrario della democrazia universale dei popoli e il contrario dell’ordinamento giuridico, è il contrario della norma elementare di qualsiasi democrazia, interna ed internazionale, secondo la quale tutti sono uguali di fronte alla legge, tutti sono ugualmente tenuti all’ubbidienza alle regole del diritto. Si tratta di una grande partita non solamente politica, ma giuridica, intellettuale, culturale, che mette in gioco il futuro del mondo.






