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Sembra tornato di moda parlare di spiritualità, forse sull’onda dell’offerta che viene dall’Oriente: si cerca, a livello personale o di piccoli gruppi, quel significato della vita ormai smarrito a livello di interazione nella società occidentale.

SPIRITUALITÀ: CHE COS’È?

Che cosa s’intende per spiritualità? Il versante letterario (libri, trattazioni, confronti, discussioni) ne è l’aspetto più noto. Ma occorre anche direche non ne è l’aspetto più importante. Testi scritti non riescono a restituire di una spiritualità che ombre o riflessi. Una spiritualità, prima si vive, poi sicomunica, e mentre si vive e si comunica, si capisce; prima viene percepita in un altro, a contatto diretto, poi viene assunta nella propria vita, e quindi riflessa, espressa, partecipata. Spiritualità è il farsi tangibile del misterioso mondo dello spirito, mondo di rapporti, di donazione alla relazione, di forme ed esperienze cariche di attrattività perché capaci di rendere corporea, quasi, l’esperienza invisibile della comunione con Dio.

Rileggere in chiave spirituale l’esperienza di Paolo significa cercare di individuare lungo quali linee arrivi a lui la corrente dello Spirito, quali passaggi illumini in modo particolare, quali disegni di luce delinei.

Il patrimonio delle lettere è su questo punto inestimabile, perché Paolo riesce a trasmettere molto, nei suoiscritti, di quanto anima la sua vita, anche se per cogliere davvero la sua personalità spirituale sarebbe necessario viverecon lui il più a lungo possibile.

IL PUNTO DI PARTENZA E DI ARRIVO: L’INCONTRO CON CRISTO

Punto di partenza e d’arrivo èl’incontro con Cristo, il Figlio che “tutto sostiene con la sua parola potente” (Eb 1,3). Dio rivela a Paolo che Cristo abita in lui, che Cristo lo ha crocifisso insieme con sé quando è morto per lui (Gal 2,20). “Ha consegnato se stesso per me” (Gal 2,20; 1,4): nell’esperienza di essere il termine del dono che Cristo gli fa della propria vita, Paolo trova la verità della sua persona e di tutti nel Signore morto e risorto. “Tutti voi siete uno in Cristo Gesù”(Gal 3,28). In questa frase Paolo per dire “uno” non usa il neutro (hen), ma il maschile (heis), sottolineando che l’umanità riceve l’eredità promessa ad Abramo solo in quanto essa è una sola personalità con il Cristo, il discendente al qualetale eredità è stata promessa.

Paolo è inebriato dal dono dello Spirito, che gli viene attraverso il Cristo, dono che egli prima aspettava comefrutto dell’osservanza della legge, senza peraltro riuscire a riceverlo.

Non solo, ma meditando l’intenzione di Cristo, scopre che i suoi doni non sono solo per lui o per un gruppo esclusivo. Sono per tutti.

UNA MISTICA DELLA MISSIONE

Da qui nasce il suo impegno missionario: non come qualcosa di esterno, di aggiunto alla sua scoperta di Cristo, ma come la forma, se così si può dire, secondo la quale Cristo gli si rivela. Perciò annunciarlo ed incontrarlo sono la stessa cosa. Paolo conosce Cristo annunciandolo. Per altri santi i momenti più alti dell’unione con Dio passano attraverso altre esperienze: la preghiera, la contemplazione, il servizio ai malati, l’educazione dei giovani. Per Paolo questi momenti esaltanti – e le prove terribili ad essi connesse (cf. 2 Cor 11,23-29) – passano attraverso l’impegno di annunciare il Vangelo.

Paolo èforseil primo a mostrarecome un dono spirituale, un carisma, diventi una esperienza di vita e di unionecon Dio, una via da percorrere, una spiritualità, una mistica. Paolo deveesserestato conquistato dal vedere con i propri occhi come la parola uscita dalla sua bocca creava vita nuova in coloro che la ascoltavano. Deve essere rimasto stupito ad ammirare il venire alla luce di Cristo nelle persone a cui parlava. Amico dello Sposo, felice di udire l’eco della sua voce.

UNA MISTICA CHE SI INCARNA NELLA COMUNITÀ

Il passo successivo che lo Spirito mostra a Paolo è la dimensione comunitaria della missione. Fin dal principio Paolo interpreta l’opera dell’annuncio mantenendo una profonda relazione con la comunità, sia essa il piccolo gruppo dei discepoli di Damasco, o gli apostoli a Gerusalemme, o la Chiesa di Antiochia, o quella di Efeso, Corinto, Roma, o il gruppo dei suoi collaboratori. Il viaggiare, parlare, lavorare, pregare, soffrire persecuzione insieme è parte integrante, necessaria, della missione. In questo modo Paolo può esperimentare e mostrare ciò che annuncia, rendendo l’annuncio comprensibile, in quanto ne mostra il referente, il Cristo risorto presentein mezzo ai suoi.

Nelle sue lettere c’è sempre una sezione dedicata alla vita dellecomunità, nella qualeegli esorta all’amore fraterno: non in modo idillico e trasognante, ma, al contrario, molto concreto e fattivo (cf. 1 Tess 4,9-12; Gal 6,1- 10). E fin dall’inizio Paolo mostra di essere chiaramente cosciente della forza evangelizzante e di attrazione esercitata da una comunità viva secondo il Vangelo. In 1 Tess 1,8- 9 ringrazia Dio perché la fede dei Tessalonicesi è diventata buona notizia non solo in Macedonia ma anche in Acaia e dappertutto; in Fil 2,15-16 vede i discepoli uniti splendere come astri nel cielo. Viene spontaneo pensare al detto di Gesù sulla città costruita sul monte, sulle buone opere che spingono tutti a glorificare il Padre celeste (cf. Mt 5,14-16).

La lettera in cui le esortazioni di Paolo sono più estese è quella ai Romani, dove si concludono con la commossa visione della glorificazione divina operata dalla comunità unita, che canta a una sola voce, come un immenso coro: “E il Dio della perseveranza e della consolazione viconceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti, sull’esempio di Cristo Gesù, perché con un solo animo e una voce sola rendiate gloria a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo” (Rm 15,5-6).

PAOLO PRIGIONIERO: COMUNITÀ MISSIONARIE

Tali comunità possono non solo evangelizzare nell’ambito della loro città, in modi più o meno occasionali, ma anche intraprendere l’impresa missionaria, patrocinando fratelli che si rechino più lontano a portare il Vangelo. È questo forseil caso di Epafra, che partendo da Efeso evangelizza la valle del fiume Lico, Colossi, Laodicea e Gerapoli. Forse ha ricevuto il sostegno della comunità fondata da Paolo a Efeso.

Di sicuro questo è quanto Paolo spera avvenga a Roma, di essere cioè mandato dai discepoli in Spagna, segno del loro impegno per l’evangelizzazione fino agli estremi confini. Questo comporta comunque per Paolo, in qualche modo, di “perdere” il suo carisma, di lasciarlo assorbire e sviluppare nella comunità, in modo che diventi patrimonio comune della Chiesa. È questo forse il grado più alto di maturazione della sua esperienza, il culmine del suo viaggio, quando scopre che la missione ora corre davanti a lui, lo sorpassa, lo lascia indietro, e proprio perché egli l’ha vissuta, amministrata, investita in modo sapiente, raddoppiando i talenti.

La sua Parola corre veloce. Così alla fine Paolo si trova prigioniero – ma la Parola non è incatenata. Forse, come egli stesso dice, non è tanto prigioniero degli uomini, quanto del Signore, di quella passione che lo lega elo muove fino alla totale consumazione di se stesso, suggellata dal martirio.

Piace riascoltare le sue parole agli anziani di Efeso, al porto di Mileto: “Ed ecco, dunque, costretto dallo Spirito, io vado a Gerusalemme, senza sapere ciò che là mi accadrà ” (At 20,22). In questa frase c’è tutta la vita di Paolo. Forse mai ha saputo quello che stava per accadergli nelle città dove andava. O meglio, sapeva quello che egli stesso dice: “Secondo la mia ardente attesa e la speranza che in nulla rimarrò deluso; anzi nella piena fiducia che, come sempre, anche ora Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia. Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno” (Fil 1,20-21).

PAOLO E NOI

Quando si giunge alla fine del libro della vita dei santi, dopo averne avidamente scorso le pagine, si viene presi da nostalgia, ci si sente come orfani. Il semplice riandare al loro spirito, alle loro imprese, dava un senso di protezione.

È che il libro non è ancora del tutto scritto. Rimangono le nostre pagine, bianche.



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