Skip to main content

LA PROFEZIA È LA MOLLA DELLA STORIA

Condividi su

CONVEGNO 2000 - INTERVENTI

Oggi la rassegnazione penetra inconsapevolmente nelle coscienze, perché la ragione calcolatrice e strumentale del pensiero unico sembra essere l’unica ratio vincente.

La profezia è contestazione. Difatti si oppone con tutte le forze al razzismo, che c’è in questa città, che ha pervaso le coscienze e le ha rese sopite.

Non voglio dare l’impressione di un'invasività dell’Amministrazione comunale rispetto ai lavori di questo convegno, perché so che la prof. Rosangela Comini ha portato, più che un saluto, una riflessione. In effetti, il tema dell’incontro di oggi ci interroga e ci inquieta non soltanto come amministratori e come persone che portano qualche responsabilità nella vita comunitaria di questa città.

Ho sentito il dovere di essere presente per molteplici ragioni. Innanzitutto come segno di amicizia verso i missionari saveriani, che costituiscono una presenza preziosa nella nostra città. E rendono una testimonianza che non ha solo un valore sotto il profilo della credibilità e della visibilità della fede, ma che impregna di sé anche la vita civile; perché c’è un rapporto tra la coscienza religiosa e lo sviluppo della democrazia di una città, di un paese.

Ancora sono venuto perché volevo salutare Raniero La Valle, la cui presenza a Brescia ha profondamente inciso sulla mia formazione culturale, non solamente quando era direttore dell’Avvenire d'Italia o seguiva per l'editrice Morcelliana le cronache del Concilio. Ma perché all’inizio degli anni '70, con lui presente, tramite la Cooperativa popolare di cultura abbiamo promosso una serie di seminari, che si proponevano di approfondire questo tema, irrisolto in linea di principio e praticamente irrisolvibile in termini definitivi e appaganti, che è il rapporto tra la fede e l’impegno politico.

E infine c’è una terza ragione, per la quale sono venuto: e cioè che mi appassiona molto questo tema della profezia. Appartengo ad una generazione che ha vissuto non il coraggio, ma la provocazione dell’utopia: la generazione degli anni ’60, del ’68, delle battaglie agli anni ’70.

Ancora oggi conosco la riflessione di un filosofo, Virgilio Melchiorre, che ha cercato di capire la struttura originaria dell’utopia, l’ansia del nuovo; conosco il filosofo Ernst Bloch e il quid novum, che l’utopia porta con sé come molla di sviluppo della storia. Ma a costo di sembrare un rassegnato - ma rassegnato oggi non sono - mi sono convinto che l’utopia ha una duplice faccia.

Da un lato è la contestazione del nostro principio di appagamento. E il cristiano, o la persona civilmente impegnata, non può mai sentirsi sufficientemente appagato. Oltretutto in un tempo, nel quale tutti parlano di avvenire e pochi parlano di futuro; in un'epoca, nella quale subiamo la sfida della riduzione del tempo al solo presente e, quindi, rimuoviamo la memoria e non coltiviamo più l’ansia del futuro.

Utopia è anche volto del totalitarismo. In nome dell’utopia sono stati compiuti straordinari misfatti e grandi tragedie si sono consumate. È per questo che oggi, all’utopia, preferisco la virtù cristiana della speranza e la dimensione della profezia. La profezia non è la lungimiranza, l’arte degli aruspici, la cartomanzia, l’espressione di quella specie di neo-fondamentalismo che, cogliendo le inquietudini del singolo o la psicosi della comunità, dà risposte facili perché non veritiere.

DALL'UTOPIA ALLA PROFEZIA

Mi piacerebbe un giorno interrogarmi sulla profezia e scrivere un libro parallelo a quello che Melchiorre e altri hanno scritto sull’utopia, cercando di capirne la struttura originaria. La profezia è una sorta di ermeneutica del nostro tempo, che nasce da un principio di non appagamento, di sdegno morale.

Non c’è profezia, se non c’è mancanza di appagamento, inquietudine, e se non c’è la forza etica di non rassegnarsi. Oggi la rassegnazione penetra inconsapevolmente nelle coscienze, perché la ragione calcolatrice e strumentale del pensiero unico sembra essere l’unica ratio vincente.

Essa si fonda su due ideologie pervasive, non dichiarate: un individualismo senza legge e un egoistico istinto patronale. Ecco la profezia è la contraddizione di tutto questo. Essa non può che reggersi sulla memoria, non soltanto sul ricordo personale, sulla memoria comunitaria e quindi sulla capacità di ridare la sua dimensione al tempo, il suo passato e l’aspettativa del futuro che si può costruire. La profezia è sempre escatologica. Dice che la storia è incompiuta e che è restituita alla dignità dalla nostra responsabilità.

Questo è il valore della profezia. Poi essa ha un altro vantaggio rispetto alla ratio dominante del nostro tempo, alle ipocrisie falsamente appaganti della razionalità calcolatrice e strumentale. Dice della possibilità di restituire la dignità delle relazioni umane perché il profeta è sempre impastato di carne e di sangue, è sempre dentro la storia. Egli la trascende, ma perché la vive e la assume.

La profezia è sempre in relazione con un volto e un nome. È il tempo che si mostra nell’epifania di un volto e di un nome: quel volto e quel nome che le società egoistiche dell’Occidente, appagate ed obese, assolutamente misconoscono.

La profezia è contestazione. Difatti si oppone con tutte le forze al razzismo, che c’è in questa città, nelle nostre contrade, che ha pervaso le coscienze e le ha rese sopite.

La profezia è la dimensione dell’acquisizione del senso della colpa e quindi della volontà del riscatto. È la molla della storia, il fondamento della virtù teologale della speranza. Quindi trovo estremamente profetico che in questa sede, qui dai missionari saveriani, con Missione Oggi e questi relatori, oggi si parli di profezia.

PAOLO CORSINI, Sindaco di Brescia.



Per scaricare la rivista accedi con le tue credenziali d'accesso o abbonati.

Logo saveriani
Sito in costruzione

Portale Unico dei Saveriani in Italia

Stiamo finalizando la nuova versione del portale

Saremmo online questa estate!

Ti aspettiamo...

Versione precedente del sito