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LA MISSIONE NON È IMPOSIZIONE DI LEGGI

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Lasciate le mura sicure di Gerusalemme, la Chiesa si diffonde a macchia d’olio: in Samaria, lungo il litorale di Tiro e Sidone, in Siria, Anatolia, Grecia… L’espansione è sempre più grande e porta con sé molta ricchezza: persone e idee nuove, che danno nuovo slancio alle comunità dei credenti. Ma con la crescita si moltiplicano anche i problemi e le complicazioni. Fa parte della sfida di una comunità che non rimane chiusa in se stessa, come testimoniano gli Atti degli Apostoli al capitolo 15,13-21.

I primi capitoli degli Atti hanno alcuni passaggi in cui la comunità di Gerusalemme appare in tutta la sua bellezza: sono tutti uniti, concordi, generosi gli uni verso gli altri. Sembrano quasi troppo perfetti, quei cristiani delle origini: nessuna comunità si può confrontare con loro ed essere non dico migliore, ma almeno allo stesso livello! Il libro degli Atti però è bello perché realistico, e insieme ai momenti d’oro mostra anche quelli di difficoltà e crisi. Pensiamo a quando Anania e Saffira imbrogliano tutti a proposito della condivisione dei beni (cfr. At 5,1-11); oppure a quando sorgono malumori circa la distribuzione del cibo alle vedove (cfr. At 6).

LA DIFFICOLTÀ PIÙ GRANDE

Ma la difficoltà più grande, quella che rischiava di creare una spaccatura insanabile all’interno della comunità dei credenti, è quella che si verifica ad Antiochia di Siria; sì, proprio nella bella comunità di Antiochia, di cui abbiamo fatto la conoscenza nel numero precedente di Missione Oggi.

All’inizio infatti tutto andava bene, con cristiani provenienti dal mondo pagano e dal mondo ebraico che vivevano tranquilli insieme. Poi capita che “alcuni, venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli: ‘Se non vi fate circoncidere secondo l’usanza di Mosè, non potete essere salvati’” (At 15,1). In poche parole, questi tali dicono ai cristiani di Antiochia: se volete essere salvi, dovete prima osservare tutta la legge di Mosè (simbolicamente riassunta nella circoncisione), cioè “convertirvi” all’ebraismo.

Forse per capirci meglio dobbiamo pensare a come noi oggi interpretiamo tutte le leggi e norme che ci sono nell’Antico Testamento. Alcune le riteniamo ancora valide e anzi importanti: fra tutte, ovviamente, i dieci comandamenti. Però ci sono anche molte altre regole che non teniamo più in considerazione, specialmente tutta una serie di divieti alimentari: non mangiare carne di maiale, non mangiare carne e latte (latticini) insieme, non mangiare carne in cui ci sia sangue ecc.

Torniamo al libro degli Atti. Ovviamente, tutti i cristiani – anche quelli che in precedenza erano pagani, cioè non ebrei – osservavano normalmente le norme principali contenute nell’Antico Testamento (come, appunto, i dieci comandamenti); ma alcuni volevano che le osservassero tutte, dalla prima all’ultima senza eccezioni. Allora intervengono Paolo e Barnaba e dicono: assolutamente no!

UN EVENTO DI CHIESA

Il problema sorge ad Antiochia (allora in Siria, oggi in Turchia) e crea grande scompiglio; non riescono proprio a venirne fuori. E allora – attenzione! – chiedono aiuto: mandano alcuni rappresentanti dei due gruppi a Gerusalemme. Antiochia è una comunità giovane, che non si illude di avere la capacità di camminare già da sola. È bello vedere come, con semplicità, chiedono aiuto; ed è bello anche vedere come sono stati accolti:

Giunti poi a Gerusalemme, furono ricevuti dalla Chiesa, dagli apostoli e dagli anziani, e riferirono quali grandi cose Dio aveva compiuto per mezzo loro. Ma si alzarono alcuni della setta dei farisei, che erano diventati credenti, affermando: “È necessario circonciderli e ordinare loro di osservare la legge di Mosè”. Allora si riunirono gli apostoli e gli anziani per esaminare questo problema (At 15,4-6).

Certo, ci sono gli apostoli e gli anziani (in greco “anziani” si dice presbiteri; notiamo che è un gruppo…); ma ad accoglierli c’è anche tutta la Chiesa, cioè la comunità dei credenti. Non è una questione burocratica, ma un evento di Chiesa, di comunità che si accolgono e aiutano a vicenda.

LO STRANO RAGIONAMENTO DI GIACOMO

Il racconto prosegue dicendo che hanno preso la parola tutti, sia quelli che volevano la circoncisione, sia quelli che non la volevano. Poi intervengono Paolo e Barnaba; quindi Pietro; alla fine Giacomo, uno dei parenti di Gesù, che dopo i primi anni ha assunto la guida della comunità di Gerusalemme.

Serve, ad un certo punto, che ci sia un’autorità; qualcuno cioè deve prendere una decisione che sia riconosciuta anche dagli altri. Questo qualcuno è Giacomo, che però non fonda la propria autorità su se stesso, ma sulla parola di Dio.

Quando essi ebbero finito di parlare, Giacomo prese la parola e disse: “Fratelli, ascoltatemi. Simone ha riferito come fin da principio Dio ha voluto scegliere dalle genti un popolo per il suo nome. Con questo si accordano le parole dei profeti, come sta scritto: Dopo queste cose ritornerò e riedificherò la tenda di Davide, che era caduta; ne riedificherò le rovine e la rialzerò, perché cerchino il Signore anche gli altri uomini e tutte le genti sulle quali è stato invocato il mio nome, dice il Signore, che fa queste cose, note da sempre. Per questo io ritengo che non si debbano importunare quelli che dalle nazioni si convertono a Dio” (At 15,13-19).

Il ragionamento di Giacomo non è immediato, almeno per noi oggi; è pensato per rispondere alle obiezioni del mondo ebraico antico. Proviamo a ricostruirlo, un passaggio alla volta. La domanda di partenza è: questi pagani (cioè non-ebrei) che vogliono diventare cristiani, devono oppure no osservare tutta la legge di Mosè? Giacomo trova un passo del profeta Amos (qui riportato in corsivo) in cui è scritto che verranno giorni in cui anche gli altri popoli (cioè i pagani) cercheranno il Signore, perché anche su di loro è invocato il suo nome (cfr. Am 9,11-12). Viene forse detto, da qualche parte nelle parole di Amos, che devono osservare la legge? Assolutamente no! Si dice solo che cercano il Signore; tutto qua. Dunque, non è necessario che i non-ebrei osservino tutta la legge; basta che cerchino il Signore, cioè che credano in lui. Così dice il profeta Amos, cioè la parola di Dio.

È un ragionamento un po’ complicato; ma ciò che conta (per noi ora) è la conclusione: la parola di Dio dice chiaramente che non è necessario che tutti i popoli osservino la legge di Mosè.

IL PIÙ BEL COMPROMESSO

A questo punto potremmo chiederci: che ce ne importa? Perché continuare a leggere questo episodio, lontano anni luce dalla nostra sensibilità e dai nostri problemi di oggi? Il bello deve ancora arrivare… La frase del v. 19, infatti, non è completa; bisogna per forza che la leggiamo insieme con i versetti successivi:

“Per questo io ritengo che non si debbano importunare quelli che dalle nazioni si convertono a Dio, ma solo che si ordini loro di astenersi dalla contaminazione con gli idoli, dalle unioni illegittime, dagli animali soffocati e dal sangue. Fin dai tempi antichi, infatti, Mosè ha chi lo predica in ogni città, poiché viene letto ogni sabato nelle sinagoghe” (At 15,19-21).

Eccolo Giacomo, il leader che ci voleva. Dice chiaramente: non è necessario che i pagani (divenuti cristiani) osservino tutti gli infiniti precetti della legge di Mosè; però – aggiunge subito – va fatta un’eccezione, anzi quattro. Non devono mangiare la carne degli animali offerti come sacrifici agli idoli (“la contaminazione con gli idoli”); non devono contrarre alcuni tipi di matrimoni che per la legge dello Stato sono leciti ma per la legge di Mosè non lo sono (si tratta di alcuni casi particolari di consanguineità); non devono mangiare carne di animali che non siano stati sgozzati né bere o mangiare sangue animale. Sono quattro precetti presenti nel libro del Levitico, ai capitoli 16 e 17.

In sintesi, Giacomo dice: non sono tenuti ad osservare tutta la legge di Mosè; ma quattro regole chiediamo comunque che le seguano. È un compromesso, certo. Ed è la scelta giusta: tutta la comunità di Antiochia la accetterà e la ritrovata armonia darà vita ad una nuova ondata di espansione della Chiesa. È un compromesso, che come modo di ragionare assomiglia molto a quello che Paolo scrive ai Corinzi: “Tutto è lecito! Sì, ma non tutto edifica” (1Cor 10,23).

Nella comunità dei credenti non è sufficiente chiedersi qual è la scelta teoricamente più giusta da fare; è certamente importante sapere dove sta la verità, ma poi è necessario aderire alla realtà, scegliendo ciò che ora è possibile fare, affinché la comunità cresca. C’è un ottimo che è nemico del bene, come dice il proverbio; e c’è un bene possibile che è la volontà di Dio per l’oggi. Giacomo ha scelto questa seconda via.



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