La missione nell’orizzonte del dialogo
A distanza di quindici anni dalla fine della seconda guerra mondiale, la progressiva presa di coscienza dell’immane tragedia della “Shoah”, in cui milioni di ebrei avevano perso la vita nei campi nazisti, non poteva, infatti, non interrogare la Chiesa sulle radici di quell’antisemitismo che aveva generato tanta follia.
IL DOCUMENTO PIU' BREVE DEL CONCILIO
Con Nostra aetate, la dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con lereligioni non cristiane, ci troviamo di fronte al testo più breve del Vaticano II, ma anche al più controverso e innovativo. All’inizio del Concilio, infatti, non era stato previsto alcun documento sulle religioni, ciò nondimeno il tema venne ad imporsi gradualmente attraverso una serie di circostanze interne ed esterne al Concilio stesso. A mettere in moto il travagliato iter che portò all’attuale testo di Nostra aetate fu, prima di tutto, l’espressa volontà di Giovanni XXIII che il Concilio si pronunciasse sulle relazioni tra cristiani ed ebrei, non solo a livello pratico ma soprattutto teologico.
A distanza di quindici anni dalla fine della seconda guerra mondiale, la progressiva presa di coscienza dell’immane tragedia della Shoah, in cui milioni di ebrei avevano perso la vita nei campi nazisti, non poteva, infatti, non interrogare la Chiesa sulle radici di quell’antisemitismo che aveva generato tanta follia. A rafforzare l’intento del Papa, autorevoli istituzioni, come il Pontificio Istituto Biblico di Roma e l’Istituto di Studi giudeo-cristiani dell’Università Seton-Hall (USA) chiesero espressamente che fosse sottoposta al Concilio la questione del rapporto con gliebrei. Il 13 giugno 1960, inoltre, Jules Isaac, storico ebreo francese, si recò in visita da Giovanni XXIII e gli consegnò un dossier intitolato L’insegnamento del disprezzo in cui chiedeva la revisione dei miti antigiudaici che avevano inquinato i rapporti ebreo-cristiani. Da quella storica udienza prese avvio, come consegna morale esigentissima, la messa al bando di ogni insegnamento del disprezzo verso Israele e l’impegno a costruire relazioni ebraico-cristiane fondate sul rispetto e l’amore reciproco.
A partire da questi fatti già nella fase preparatoria del Concilio, Giovanni XXIII chiese al Segretariato per l’unità dei cristiani, guidato dal card. Agostino Bea, di preparare un testo sulle relazioni tra la Chiesa e il popolo ebraico. Fu l’inizio di un lungo percorso che vide il Decretum de Judaeis bloccato più volte da cause esterne ed interne, soprattutto dalla pressione dei Paesi arabi che vedevano nel documento un possibile riconoscimento dello Stato di Israele.
Gli ostacoli, tuttavia, furono anche occasione perché il Concilio allargasse la prospettiva iniziale e rivolgesse lo sguardo a tutte le tradizioni religiose.
Nel 1964 (4-6 gennaio), poi, il viaggio in Terra Santa di Paolo VI - succeduto a Giovanni XXIII nella guida della Chiesa e del Concilio - la pubblicazione della sua enciclica, Ecclesiam suam (6 agosto),eil suo viaggio in India (2-5 dicembre) diedero un ulteriore impulso al dibattito conciliarein corso sul tema.
Finalmente, nel 1965, vide la luce la Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non-cristiane, solennemente promulgata da Paolo VI il 28 ottobre con il titolo di Nostra aetate. Nell’omelia tenuta in quell’occasione, il “Papa del dialogo” disse: “La Chiesa vive! Eccone la prova; eccone il respiro, la voce, il canto. La Chiesa vive! Non siete, Venerabili Fratelli, per questo accorsi alla convocazione di questo Concilio ecumenico? [...] E vogliamo a questa manifestazione del volto reso più bello della Chiesa cattolica […] guardare i seguaci delle altre Religioni, fra tutti quelli a cui la parentela di Abramo ci unisce, gli Ebrei specialmente, non già oggetto di riprovazione o di diffidenza, ma di rispetto e di amore e di speranza”.
L’INSEGNAMENTO E IL MANDATO DI “NOSTRA AETATE”
Per un’adeguata comprensione di Nostra aetate, tuttavia, non basta la conoscenza del suo iter, occorre una conoscenza d’insieme degli insegnamenti conciliari e in particolare dei decisivi apporti al tema espressi in Lumen gentium, Dei Verbum, Gaudium et spes, Ad gentes e Dignitatis humanae. L’insegnamento del Vaticano II, infatti, è organico ei diversi documenti si illuminano a vicenda. L’approccio eminentemente pastorale di Nostra aetate – che sottolinea l’unità del genere umano, la sua comune origine e il suo comune destino, che valorizza tutto ciò che di “vero e santo” è presente nelle religioni e riconosce nell’eredità abramitica condivisa un legame unico con il Popolo dell’Antico Testamento e con i seguaci dell’Islam – non si discosta, nel suo intento, da quello eminentemente teologico di Lumen gentium (n. 16) che esalta l’azione della grazia nel cuore di ogni uomo e riconosce l’unità del piano salvifico di Dio per tutti.
In Nostra aetate, l’approccio al fenomeno religioso umano va dal positivo riconoscimento, presso i vari popoli, della “sensibilità a quella forza arcana”, che compenetra la vita di senso religioso, all’apprezzamento dei “miti con cui viene scrutato il mistero divino”, e al rispetto per le “forme di vita ascetica e di meditazione”chetendono alla liberazione da questo mondo mutevole.
In essi la Chiesa vede, infatti, riflesso un raggio di quella Verità che illumina tutti gli uomini.
Per quanto riguarda, poi, la “religione musulmana” e la “religione ebraica” vengono esplicitamente menzionati quegli elementi che, pur nella differenza, accomunano le tre religioni monoteiste. Naturalmente, il rapporto con gli Ebrei ha un posto di rilievo nella dichiarazione. Il vincolo specialissimo che lega la Chiesa alla stirpe di Abramo e che la innesta sulla “radice dell’ulivo buono” (Israele) di cui si nutre, rende ferma e immutabile la sua esecrazione contro ogni forma di persecuzione e antisemitismo (NA 4).
La Dichiarazione termina, infine, con l’esortazione alla fraternità universale di cui riconosce il fondamento nel più grande dei comandamenti: “non possiamo invocare Dio come Padre di tutti gli uomini, se ci rifiutiamo di comportarci da fratelli verso alcuni tra gli uomini che sono creati a immagine di Dio” (NA 5).
PROSPETTIVE E PROBLEMI
Nella sua “novità” Nostra aetate ha certamente aperto delle prospettive inedite, additando la via per una pacifica convivenza dei popoli basata sul rispetto delle singole identità culturali e religiose, ma non ha inteso dare risposte predefinite ai problemi che via via emergono dall’incontro e dalla convivenza interreligiosa. Ha dato principi ispiratori a cui occorre riferirsi sempre di nuovo con fedeltà creativa. L’approccio di Nostra aetate, più che sistematico, è esistenziale.
Non si rivolge ai sistemi religiosi in astratto bensì all’uomo religioso nella sua concretezza storica e culturale.
Ed è all’”uomo religioso” di ogni tradizione che chiede di percorrere con onestà il cammino verso il “fine ultimo” (Dio), nel rispetto e nella collaborazione reciproca. Dal Concilio in poi, a livello di teologia delle religioni e del dialogo interreligioso si è discusso e si continua a discutere in termini di paradigmi e di correnti di pensiero, di inclusivismo ed esclusivismo, di teoria del compimento, di teocentrismo e di relativismo, cercando di dimostrare quali di queste correnti di pensiero il Vaticano II abbia privilegiato e fatto proprie, ma l’approccio e il metodo conciliare rifuggono da ogni ideologia e da ogni apriorismo.
Trovano piuttosto ispirazione e autorevole conferma nell’insegnamento dell’Ecclesiam suam di Paolo VI, a ragione definita la magna charta del dialogo: “Nel dialogo si scoprecome diversesono le vie che conducono alla luce della fede, e come sia possibile farle convergere allo stesso fine. […] Il dialogo non è orgoglioso, non è pungente, non è offensivo. La sua autorità è intrinseca per la verità che espone, per la carità che diffonde, per l’esempio che propone […]. Molteplici sono le forme del dialogo della salvezza. Esso obbedisce a esigenze sperimentali, sceglie i mezzi propizi, non si lega a vani apriorismi, non si fissa in espressioni immobili, quando queste avessero perduto virtù di parlare e di muovere gli uomini”.
È in questa prospettiva che Nostra aetate mantiene intatta la sua novità e la sua attualità per questo “nostro tempo in cui il genere umano si unifica di giorno in giorno più strettamente e cresce l’interdipendenza tra i vari popoli” (NA 1).







